In quale modo si potrebbe osservare quale percorso compie una parola?

Soltanto possedendo una specie di testa mobile e viaggiante nell'atmosfera, un radar che programmato in anticipo su un certo suono lo capti tutte le volte che viene emesso in aria. Soltanto una estensione dei motori di ricerca alla nostra atmosfera potrebbe darci un'idea simile, ed è una cosa che non si realizzerà mai. Si può però immaginare nel chiuso di un appartamento o di una singola stanza. Si potrebbe installare un sensore audio che emette un allarme ogni volta che capti nell'etere quel suono che ha già riprodotto.

E come potrebbe essere utile?

Sarebbe di un'immensa utilità dal punto di vista linguistico. Potremmo fare statistiche, osservare le frequenze, la posizione di quella parola nelle singole frasi, in quali persone della famiglia ritorna di più, ecc.ecc. Per fare una cosa di questo genere bisogna avere un particolare interesse per una determinata parola. Farlo per parole rare non è possibile ed è improduttivo, perché rischieremmo di captarle una volta... ogni morte di papa. Se programmassimo ad esempio la parola 'tracimare', in una famiglia media la troveremmo emessa non più di cinque o sei volte in un anno. Più interessante con le medie e con le alte frequenze. Controllare ad esempio la frequenza e le posizioni di una parola mediamente frequente come borsa o di una molto frequente come denaro o soldi. Casi interessanti sono poi quelli dei neologismi. Verificare come si comportano le famiglie con le parole nuove. Stabilire ad esempio se quella pratica viene citata di più come procreazione assistita o come fecondazione eterologa.

Non sarebbe una lesione di privacy?

No, perché si tratterebbe solo di verificare frequenze nell'uso linguistico. Certamente, dovrebbe essere fatto senza avvertire la famiglia stessa. In pratica, se proprio si volesse fare, si dovrebbe agire come quando si pongono di nascosto delle 'cimici' e poi verificare a distanza con aggiornamenti giornalieri. Soltanto così i componenti di quella famiglia parlerebbero in modo naturale. Si ripropone insomma il problema del Grande Fratello, dove dicono che fanno spettacolo di realtà ma sapendo di essere ripresi i singoli non possono essere spontanei al 100%.

Cosa scopriremmo di interessante?

Tante cose che oggi si ignorano. Per esempio, che in certe giornate o in alcune settimane o in alcuni mesi una parola dilaga, poi magari scompare dalla circolazione. Oppure il fenomeno già osservato per la parola 'fango'. Una parola che magari si dovrebbe dire non viene emessa, per motivi personali che non conosciamo.

Perfino in una sala operatoria, e perfino in presenza del medesimo personale, accadono fenomeni misteriosi. In una singola giornata, può accadere che una parola circoli con grandissima frequenza o che al contrario un termine che si dovrebbe usare non venga emesso per nulla. In questo secondo caso, il dominio viene occupato da un sinonimo o comunque da un sostituto. Sono eventi che non hanno una spiegazione logica e razionale, proprio perché dipendono da nostre relazioni immateriali con i suoni. Non saremo mai talmente controllati e padroni da utilizzarli al meglio delle combinazioni. E allo stesso tempo non ci accorgiamo dei fatti appena descritti. Neppure se un meccanismo elettronico ce li facesse notare con precisione potremmo spiegarli. In fondo, siamo nello stesso ordine naturale che produce equilibrio e squilibrio in natura.

La frequenza dunque è un fatto di spazio-tempo?

Sì, proprio di singole porzioni anche brevi in cui un certo suono stravince nel suo dominio o addirittura scompare del tutto. Proprio come in un vortice d'acqua con getti di schiuma potente e onde molto alte, i suoni possono elevarsi e poi ritirarsi.

Vediamo un fatto che può essere considerato sconvolgente.

L'ho ancora presente e lo vedremo nel sito. Accadde nei primi anni '80. Ero appena tornato dal servizio militare, e da casa parlavo al telefono con il giovane medico (Campurra) che mi aveva firmato un certificato. Per ben due volte mi capitò un fenomeno molto strano. Non riuscii a non iniziare la frase con un 'Devo dire che'. Sentii, in qualche decimo di secondo, un vuoto interiore e mi trovai come forzato ad emettere quella espressione. In entrambi i casi era come se qualcuno mi avesse costretto, perché io non avrei voluto eppure pronunciai quelle parole ad inizio di frase. Dopo la telefonata rimasi abbastanza scosso, perché capii qualcosa di quello che ho scritto nella home page di questo sito. La relazione si rinnova attimo per attimo e noi veniamo presi in un certo senso dalle parole stesse.

Allora non sono in viaggio... perché è come se abitassero anche loro lo spazio-tempo.

Infatti, è questa più o meno l'imnagine adatta. Poi non mi accadde più di avvertire quella sensazione, anche se naturalmente mi trovai infinite volte a dover emettere suoni che non gradivo e che magari erano quelli del momento.

Cosa osservi nella lingua di chi ti parla?

Non osservo di proposito nulla di particolare. Capita però che di tanto in tanto la felicità o l'infelicità di parole ed espressioni mi colpisca e che ci rifletta. Un tempo si diceva, da parte della gente comune, che questo è 'intercalare'. Io credo che sia un falso concetto. In realtà noi parliamo quello che dobbiamo parlare. Una frequenza in bocca a una persona non significa che quella parola gli piaccia quanto il fatto che quella parola gli venga spesso. Per motivi insondabili. A Sergio Romano viene spesso sia oralmente sia per iscritto il 'temo' ad inizio frase, e nella sua lingua appare come un suono elegante in quanto corrisponde all'inglese I'm afraid. In questo caso, gli si potrebbe dire che il suo temo è molto omnicomprensivo poiché vale a sostituire 'ho il sospetto', 'credo', 'penso' e perfino 'suppongo'. Ma non è detto che per lui sia un fatto di gradimento interiore.

Quali sono i fenomeni che più ricordi a questo proposito?

Sempre quelli simili a questo. Corrado Mantoni, ad esempio, diceva spesso "Non mi permetterei mai". Lo diceva in senso ironico, ed è probabile che non trovasse un'espressione più efficace per quel dominio. Mike Bongiorno abusa molto di "Hai capito", e nel suo caso è una cosa molto curiosa. Egli intende varie cose. A volte significa "Ma guarda cosa mi dice questo", a volte "Però mica scemo eh", a volte anche "Non sapevo questa cosa, è la prima volta che la sento". Ci sono incredibilmente perfino dei casi in cui lo dice perché non ha altro da dire e qualcosa deve pur emettere. Un altro che ha espressioni fisse è Abatantuono.

C'è la possibilità che messi davanti a uno specchio non usino più quelle cose?

Non si sa. Romano probabilmente la dirà molto meno, dopo aver letto questa pagina. Bongiorno è difficile che non la dica più, perché da 20-25 anni la emette con una grande frequenza giornaliera.

Un caso clamoroso in diretta?

Casi interessanti sono quelli in cui l'emittente compie imprese al contrario, incantandosi o ripetendo se stesso. A 'Prima Pagina' è accaduto. Un emittente molto scorretto e poco 'friendly' è Aldo Forbice, che emette un continuo grugnito di conferma mentre gli ascoltatori parlano con lui al telefono.

Ma la frequenza non è anche un fatto di abitudine e di familiarità con quel suono?

Sì, è soprattutto questo. Ciascuno di noi, ovviamente, possiede un intero dizionario cioé avrebbe pronte per l'emissione qualcosa come 70.000 parole. In realtà ne abbiamo in uso una versione molto ridotta che dipende dalla nostra cultura e dal livello di conoscenza linguistica. I nostri genitori parlano una lingua molto ridotta rispetto alla nostra e in genere non hanno pronte più di 10.000-15.000 parole da emettere. Questo significa che se anche occorresse il verbo 'temere' si dirà 'aver paura'. Più s'invecchia più le nostre relazioni col dizionario si affievoliscono. Una persona di 80 anni difficilmente andrà oltre parole molto usate e molto canoniche. Ma gli interlocutori non si accorgono. Quando noi parliamo, siamo come razzi. Emettiamo senza nemmeno pensare, alla velocità del fulmine. Accade anche che una persona anziana e di scarsa cultura tenga pronto in una singola serata un totale di appena 6.000 parole. Questo accade nei piccoli comuni e tra persone poco istruite, con un italiano elementare.

Quindi abbiamo visto un nuovo concetto... il tenere pronto.

Sì, è interessante. Quando noi parliamo abbiamo in dotazione non tanto il dizionario che conosciamo, quanto quello che usiamo nella conversazione. E questo è il tenere pronto. Tutti gli Italiani più o meno conoscono le parole 'recalcitrante', 'restio', 'renitente'. In pratica, non le tengono mai pronte. Pronto, per quel dominio, tengono 'non esser disponibile', 'non volere', 'non avere nessuna intenziuone di', 'non essere d'accordo'. Proprio un fatto di assuefazione, di abitudine.

Come potremmo inquadrare questo fenomeno del 'tenere pronto'?

Come una specie di 'memoria cache' che ripresenta in milionesimi di secondo quel suono per farlo emettere. Basta pensare alla finestrella dell'Explorer che si apre sotto ripresentando le URL degli ultimi 25 siti aperti. Diciamo quindi che ciascuno di noi tiene a portata... di bocca un suo dizionario comune e ridotto, poiché emette circa il 20% di quello che conosce. Noi siamo in fondo animali pigri rispetto alla nostra lingua. Non cogliamo mai tutte le possibilità che abbiamo.

Erano le 22.29 del 29 aprile 2005

Nel 'tenere pronto' qual è il viaggio?

Nel 'tenere pronto' non c'è un viaggio, c'è soltanto un fulmineo 'prendere' una parola dalla cache per riemetterla con le funzioni comunicative che servono in quel momento. Il viaggio di una parola si compie solo in un universo vasto come quello collettivo. Solo parlando della lingua di una intera collettività possiamo veder realizzati quegli spostamenti che ha qualsiasi organismo che viva. Le parole li hanno, pur non essendo - come spiegato più volte - esseri biologici (vedi risposta a Taricco).

Noi però compiamo dei viaggi, anche quando sogniamo.

Certo, noi viaggiamo sempre. La nostra mente continuamente si muove ma lo fa come una spugna poiché assorbe e riemette. Insomma, per produrre suoni diciamo che noi continuamente ripeschiamo dal dizionario che abbiamo pronto per l'uso (che è molto più ridotto di quello conosciuto). I nostri viaggi con le parole sono dunque entro un ambito abbastanza ristretto.

Molti ritengono che lavorare in una redazione giornalistica sia molto fruttuoso e creativo, rispetto alla lingua che parliamo. E' esattamente il contrario. Chi lavora in quelle sedi, trovandosi ad operare entro uno spazio ristretto e soprattutto con parole dell'attualità (molte delle quali falsate o di gergo) non si arricchisce. Lo abbiamo visto soprattutto nell'emissione vocale.

Ma allora per la lingua servono di più gli ambienti professionali e settoriali?

Esatto. Cresce molto di più un giovane che si trova impegnato ogni giorno in uno studio di architetti, in uno studio legale o in un'agenzia di viaggi perché il contatto con clientela e relazioni più fitte a livello personale gli consentono una maggiore apertura linguistica. Chi invece lavora nelle redazioni giornalistiche disperde molte delle sue giornate in vuoti di tempo e in piccole spole tra una stanza e l'altra che messe insieme contribuiscono poco a una crescita. Lo si vede quando si nota un giornalista rifare gli stessi errori di dieci anni prima. In più, c'è un fatto di maggiore schiavitù. Chi lavora sul testo di pubblicazioni a stampa di attualità è più sottoposto a un lavoro con gergo e lingua volgare che corrompe un tantino l'integrità del suo stesso parlato.

Molti si domandano perché un linguista non debba parlare meglio di quel gradino.

A questa domanda abbiamo dato una risposta in modo implicito, in tutte le pagine che abbiamo scritto. Per immaginare questa risposta basta pensare al fatto generale che chi scrive delle partite di calcio su un giornale non è mica uno che sa giocare molto bene al pallone. I linguisti in genere sono solo studiosi della materia e ne possiedono - dopo una certa età - gran parte dei risvolti. Ma la lingua orale è una manifestazione della persona, di quello che si è. Non è certo un fatto di studio precedente. A questo aggiungiamo il fatto che le persone accreditate per la lingua non sempre conoscono bene le regole della dizione e quasi mai si sono applicate ad esse. Si noterà che essi parlano per lo più una lingua media (abbastanza decente, comunque) che è quella dei docenti e degli intellettuali. Niente di diverso, insomma.

Torniamo al viaggio. Se questo si compie nell'universo di una intera collettività, chi potrebbe mai seguirlo?

Nessuno, questo è chiaro. Torniamo alle prime righe di questa pagina. Soltanto un potente meccanismo come un Echelon dell'atmosfera potrebbe captare una massa informe e gigantesca come quella di un certo volume di parlato (supponiamo: tutti i canali della Rai, tutti i canali della BBC, tutte le aule di una scuola media, tutto il parlato di un palazzo di Roma) e poi emetterne delle statistiche. Tuttavia, è possibile - a chi abbia una certa sensibilità - fare annotazioni come quello che stiamo facendo noi in questa pagina osservando la lingua al momento stesso dell'emissione, cioé nella sua contemporaneità. Ripeto, cose per cui occorre comunque un grado molto alto di attenzione e una penetrazione rara. La nostra mente, perfino in occasioni futili come un caffè al bar o un giornale ritirato in edicola, dovrebbe sempre una vigilanza 'creativa', pronta ad osservare e a memorizzare singole parole o espressioni che colpiscono.

Chi lo fece o lo ha fatto o lo fa in questo modo?

Lo hanno fatto:

1) Solo per brevi frammenti, singoli scrittori. Basta leggere diari intimi, testimonianze di viaggio, reportage.
2) In un ambito più organico e specialistico, l'autore di Memoriale e Grammatiche.
3) In modo statistico, lo fa chi ogni tanto si metta a calcolare - con il software del word processing - la frequenza di parole in un testo o chi riesca a fare la stessa operazione su un discorso pubblico.

I viaggi delle parole sono 'package tours' o migrazioni autonome e solitarie?

Possiamo dire che sono migrazioni solitarie, perchè ciascuna ha il suo destino e il suo percorso. La cache di ognuno riceve molti di questi suoni (perfino dal 'genius loci') e li riemette come deve e come ritiene in quel momento. Chi arriva (=ogni singolo suono) si presenta da solo, proprio come un oggetto che vaga liberamente e viene preso da qualcuno per brevi istanti.

Insomma, possiamo parlare di parole con 'sacco a pelo' anziché entro comitive organizzate?

Proprio così. Sono come 'backpackers' che vivono sorti separate dagli altri suoni ma sempre entro lo spazio-tempo che li accoglie. Molte volte li subiamo, altre volte li favoriamo, altre ancora ce ne facciamo ingabbiare. Un anno fa, molti si fecero 'ingabbiare' da un verbo uscito di dominio come lo 'spalmare' per i debiti. Era errato, ma - su quell'onda - in tanti lo presero. Oggi, primavera 2005, non si sentono più. Segno che quel suono sta vivendo un'altra stagione della sua vita ed è rientrato nei ranghi.

A te cosa succede ultimamente?

Mi succedono più o meno le cose che succedono agli altri. La differenza è che non mi faccio ingabbiare facilmente. Non ho mai detto 'spalmare', con quel significato, e non scriverei mai 'bocciare' con quello dei media. Mi prendono pur sempre altre cose. Mi prese ad esempio la interattività, al suo sorgere. Mi prese il 'multimediale', che poi abbandonai subito. Mi prese la memoria RAM, che oggi non utilizzo più. Di recente, non ho avuto 'flirt' particolari. La mia 'reception room' è potenzialmente molto vasta, anche perché parlo - quando devo - in cinque lingue diverse. Nella lingua inglese ho molti amori, data la recezione più moderna e all'avanguardia. M'innamoro spesso di cose del parlato che ignoravo e che scopro sul luogo stesso dai madrelingua. Per ogni cosa che appartenga soltanto a quella lingua provo o un senso di amore o uno opposto di repulsione. Diverso per il russo. Parlando questa lingua (cosa che mi accade casualmente in aeroporti, stazioni o per strada) non posso aderire a molti suoni perché sono distanti dalla nostra logica e mi trovo forzato ad emetterli in quel modo. Parlare russo equivale per me a vestirmi in un altro modo e camuffarmi nell'aspetto perché è veramente un sistema completamente diverso.

Quando sei all'estero?

Quando sono fuori d'Italia il viaggio è più interessante e creativo perché mi trovo 'nella tana del lupo' e non posso distrarmi un attimo. Le condizioni del luogo richiedono che io mi applichi solo a quella parlata e questo mi spinge a dare qualcosa in più anche di me, di essere brillante (molto più di quanto lo sia parlando la mia lingua in Italia). Parlare la loro lingua all'estero è una delle mie passioni. Se un giorno mi domandassero quali sono stati - a parte l'amore - gli orgasmi della mia esistenza direi che sono stati proprio questi. Piombare improvvisamente in un luogo e parlare la loro lingua insieme con loro è per me uno dei momenti di maggiore felicità.

Pagina del 30 aprile 2005