
I
documenti presenti nella home page di questo sito resteranno. Servono
a insegnare la praticità e l'utilità di un metodo.
Provate anche voi a misurarvi, senza dizionario. Datevi soltanto un
tempo-limite (non più di 60 o di 90 minuti) e in questo tempo
mettetevi a scrivere quante più frasi possibili che contengano
una parola del dizionario. Scaduto il tempo, ingegnatevi a
catalogarle dando a ciascuna la corretta definizione. Se siete abili,
vi accorgerete molto spesso di aver fornito una prova molto superiore
al dizionario stesso. Questo esercizio, se ripetuto, vi farà
crescere nella elasticità mentale e pian piano vi farà
sentire più auto-sufficienti rispetto ai libri di carta.
Qualche giorno dopo, tornate su quello che avete scritto e fate
qualche riflessione su quella parola. Vi verrà in mente che
è bello fare questo tipo di test, perché anziché
andare su carta già scritta noi facciamo lavorare la nostra
mente recuperando frammenti di vita reale (frasi) vissuta e udita da
noi stessi.
Abbiamo rifatto questo esercizio la sera del 28 marzo 2005 con un titolo (come al solito sballato) di 'Repubblica'.
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Il risveglio della natura In questa pagina, affrontiamo qui sotto ancora delle questioni linguistiche importanti. Leggendone, vi renderete conto come servisse a poco tutta la linguistica seria del Novecento. Andarono a scomodare funzioni, trasformazioni, e non seppero spiegare le cose nel modo semplice e chiaro con cui le abbiamo spiegate su Memoriale e su Grammatiche. Sarebbe bastato scrivere quello che scrivo nella colonna destra qui sotto e tutti (tutte le scuole, tutti gli studenti, tutti gli addetti del ramo) avrebbero avuto le idee chiare. Sarebbe bastato spiegare come nascevano i suoni, perché si formava un'etimologia, di quali parti era formata una parola per non accettare nemmeno... l'idea della divinità. Che non ci arrivassero gli antenati, possiamo comprenderlo. Che non ci siano arrivati uomini vicini a noi, lungo il corso di un secolo segnato dal controllo della materia, è inspiegabile. Qualcuno avrà pur pensato quanto strano fosse il fatto che di Dio non si fosse già dimostrata l'inesistenza proprio per mezzo della lingua. Sarebbero bastate queste poche idee. Sarebbe bastato spiegare la nascita del suono come fonema, allo scopo di rappresentare con esso un concetto. Sarebbe bastato spiegare a tutti come si formava la relazione tra suono e concetto, come venivano esportate quelle parole, come lentamente se ne formavano di nuove all'interno di idiomi in formazione. Sarebbe bastato far capire a studenti della scuola secondaria cosa dobbiamo farne... delle parole. Sarebbe bastato studiarne una alla volta come abbiamo fatto qui. Sarebbe bastato imparare (e addestrare a) questo metodo, per risparmiare carta e fatica per gli occhi. Sarebbe bastato spiegare tutte queste cose intorno alla metà del secolo XX° e oggi non avremmo più uomini chiamati 'sacerdoti' che vanno dicendo cose di 2000 anni fa disponendo di un corpo di 2000 anni dopo. Farvi avere le idee chiare. Questa è stata la mia principale preoccupazione, in questi cinque anni. Ho anche temuto. Tante volte tornavo su una pagina perché mi dicevo che "mamma mia... meglio levare quella frase... perché alcuni chissà cosa capiranno ora". Mi è successo centinaia di volte (perfino oggi). Rivolgersi a tutti è tremendo. Però non avevo altra scelta. Un giorno questi suoni ci vennero dati dalla natura stessa, perché altro - al di fuori dei gesti - non avremmo avuto per comunicare dei concetti. Ma nessuno pensò mai di ricordare alla gente a cosa dovessero servire questi suoni. Qui si è avuta la svolta, perché la natura si è ripresa quello che generosamente diede molti secoli fa. La natura non è solo quella che sta fuori da noi, ma anche la nostra interiore. Qual è la tua natura, Pier Giorgio Rossi? Come potevi vivere senza conoscerla, in maniera scientifica? Su questa dovrete operare, se volete cambiare le cose. Cambiare se stessi, dopo aver conosciuto la propria natura, è cambiare il mondo. |
Cedere Microsoft cede all'Ue nuovo nome per XP (da 'Repubblica' del 28 marzo)
Diamo una
serie di titoli corretti per questo dominio: Oppure si lasciava quel titolo ma con segno di interpunzione 'Microsoft cede all'UE: nuovo nome per XP', altrimenti sembra che l'azienda ceda all'Unione Europea (i diritti di) un nuovo nome. Transitivo e intransitivo. Io posso cedere qualcosa ma posso anche cedere se riconosco che l'altro ha ragione o mi è superiore in una contesa. Splendido verbo tuttofare, il 'cedere' garantisce da molti secoli la resa, la sottomissione o la vendita. Oggi, le sue sfumature sono sempre più numerose. 1) Gli ho ceduto il mio vecchio registratore, in cambio di quella raccolta di Cd Vendere 2) Devi cedere sempre il posto, quando vedi un vecchio salire sull'autobus Rinunciare, cavallerescamente, per fare avere ad altri 3) Devi cedere il posto, se vedi che non ce la fai più Rinunciare per fare avere ad altri 4) Hanno ceduto: dopo mezz'ora erano già sotto di tre gol Crollare, in un gioco 5) Non vorrai cedere proprio adesso che abbiamo la briscola in mano Smettere di stare sotto pressione 6) Non vorrai cedere ora che sta arrivando l'ambulanza Mollare la presa, smettere di resistere 7) Ho ceduto, perché non ce l'ho fatta. La sigaretta me la sognavo di notte Non resistere a una tentazione 8) Ha ceduto il ponte, e il bus si è riversato sul fiume Crollare (di una struttura) 9) No, lui cede qualcosa nel dribbling ma nella interdizione è il più forte di tutti Avere in meno (di qualità) 10) Gli ho ceduto: ora avrà il motorino Accontentare, dopo resistenza 11) La vista cede se non la riposi ogni tanto Indebolirsi, andar via 12) Ha ceduto. Siamo riusciti a strappargli un appuntamento per domani alle nove Acconsentire a fatica, a scopo accordo 13) Sotto il peso degli anni, anche un atleta pian piano cede Non farcela più fisicamente 14) Lui cede al massimo su quella storia, ma ha detto che sull'altra non è disposto a transigere Darla vinta 15) Le gomme hanno ceduto, per l'usura. Non le controllava da quattro anni Non essere più operativi, atti al funzionamento
Ho
scritto e insieme catalogato questi, in 15 minuti di orologio. C'è da dire che
questo verbo vien detto molto nel senso della resa e del consenso
forzato, poco nel senso della vendita (1). In quest'ultimo senso lo
troviamo più che altro su atti notarili, su atti legali, su
annunci della stampa. La gente non trova facile e comodo dirlo (vedi
dominio non alto), perché il suono non è suggestivo. Al
presente poi è molto corto. DOMINIO: 50% |
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Gian Piero Taricco, che collabora con una collega rumena in una ricerca sulle dinamiche psicolinguistiche, mi pone alcune questioni. La prima è: Perché la lingua inglese è invasiva rispetto ad altre lingue? Questione molto interessante, che cerchiamo di condensare in poche righe. Dovremmo infatti portare qualcosa come 8.000 esempi e analizzarli uno per uno spiegando con un'analisi comparata perché quel concetto o quella parola sono stati 'presi' dalla lingua inglese. Questo basta per affermare che l'inglese è invasivo? No, perché si tratta - come spiegato proprio su questo sito - di fenomeni che accadono in un campo immateriale che noi controlliamo soltanto in parte quando emettiamo le parole (in quei decimi di secondo abbiamo effettivamente un piccolo potere che è almeno quello di non pronunciarle). Questi suoni li troviamo già in natura, affermati per proprio conto. Per quanto possa dispiacermi, non posso non usare la parola 'computer' se voglio indicare a parole quel concetto. Se accadono, non invadono. E' come se dicessimo che la squadra della Juventus ha invaso il territorio della penisola italiana solo perché ha un numero di tifosi più grande delle altre. Di 'invasione' noi parliamo quando sconfiniamo in un campo nel quale non possiamo entrare oppure quando lo conquistiamo con la forza. 'Invasione' è quella della pallavolo, perché un giocatore va oltre una certa linea e invade il campo avversario. Ma se applicate il concetto per le lingue, sbagliate. Esse, anche a livello internazionale, si affermano come si afferma una singola parola. Quando la uso, non dico a me stesso che non dovrei usarla perché quella parola ha invaso rispetto alle altre. Qui, comprensibilmente, Gian Piero potrebbe dirmi che si era spiegato male e che avrebbe potuto usare un altro termine. Difatti egli si spiega meglio nel prosieguo. Mi é venuto in mente quanto segue: la lingua inglese, a differenza di altre lingue, presenta un rapporto ottimale tra segnale e rumore, nel senso che quasi tutta l'energia rilasciata dall'emittente é costituita da informazione. Questo perché l'inglese ha una struttura grammaticale piuttosto semplice, priva di ridondanze che, come tali, costituiscono alternative informazionali che sottraggono risorse alla comunicazione senza aggiungere, di fatto, nulla al concetto veicolato. Ciò non avviene nell'italiano e tanto meno nel rumeno (l'ho scoperto a mie spese!) ove le ridondanze sono piuttosto elevate (es. il complemento oggetto, qualora sia costituito da una persona, è introdotto dal verbo transitivo (1), da una specifica preposizione che regge il suddetto complemento (2) e da una particella che, posta prima del verbo, anticipa il complemento stesso, qualificandone il genere (3). Attenti, non esiste 'rapporto tra segnale e rumore'. Nella linguistica, esiste potenzialmente solo un 'rapporto tra concetto e suono' nel senso che l'emittente diffonde un suono (=c-o-m-p-u-t-e-r) per indicare un concetto (=macchina che esegue operazione logiche e di memoria) e il ricevente compie un'operazione di decodifica utilizzando le medesime operazioni in recezione. Questo rapporto non presenta variabili da lingua a lingua, poiché in qualsiasi lingua del mondo i parlanti compiono la medesima operazione di decodifica. Il pensiero di Gian Piero sembra avanzare l'ipotesi che la lingua inglese, con i suoi fonemi, consenta meglio delle altre un'utilizzazione ottimale del mezzo-lingua nella comunicazione, in modo da non consentire 'distrazioni' lungo il canale. Su questo esistono già studi e ricerche che dimostrano che è esattamente così. Effettivamente, la lingua inglese consente una comunicazione più rapida e 'unequivocal' di altre. Ma questo dipende solo dalla sua logica e dal suo rigore molto più ferrei che nelle altre lingue. Qualche anno fa ne parlai, facendo anche una partita tra l'inglese e l'italiano e vinse la prima con un certo margine. La lingua inglese non solo comunica meglio il concetto ma è più logica delle altre. In secondo luogo, l'esistenza di una grande quantità di mono e bisillabi dà alla lingua inglese un ovvio vantaggio in termini di rapidità, e questo incide sicuramente sulla comunicazione. Attenti poi a distinguere bene i concetti senza mescolarli e senza fare confusione. Le 'alternative' di cui si parla non sottraggono risorse alla comunicazione. Un esempio, che già avevo segnalato, è la particella 'ne'. Noi diciamo Di' a Gian Piero che ne parlo direttamente sul sito. Qui il 'ne' è un'aggiunta, che Inglesi e Americani non capiscono. Ma non la capiscono perché hanno un altro modo di costruire con l'about it o direttamente non lo esprimono omettendo il complemento di argomento. Si tratta solo di parti della sintassi, che per una serie di motivi fonici o logici non presentano le stesse regole nelle varie lingue. Non è qui che avviene sottrazione di risorse alla comunicazione. Si tratta solo di codici che i parlanti la medesima lingua interpretano allo stesso modo. Il transitivo senza e l'intransitivo con complemento esistono in quasi tutte le lingue. Non sono una novità. Una novità è invece l'inesistenza in inglese del genere femminile e maschile per sostantivi. Ecco una cosa che sicuramente incide ancora una volta in senso positivo per questa lingua. Nessun Americano capirebbe perché una lampada debba essere femminile e non maschile. Detto questo, è da rigettare l'idea della persona che mi scrive, secondo la quale le lingue funzionerebbero come un meccanismo biologico soggetto a un'evoluzione di tipo darwiniano. Questo no, non hanno cellule. Possedendo parti soggette a logica, sono anch'esse meccanismi logici. In più hanno la fonìa, che è un campo che decide di molte cose. In questo senso, la diffusione di una lingua dovrebbe essere svincolata dalla localizzazione delle persone che la adottano come idioma-madre. Così facendo, forse si potrebbe ipotizzare che l'inglese é in grado di diffondersi anche senza la presenza fisica di persone anglofone nelle aree di diffusione. Qui lo scrivente si esprime male. La prima frase non ha senso, perché non possiamo svincolare la diffusione dalla localizzazione. Una lingua viene pur sempre parlata da chi abita in quel territorio. E quelli sono appunto 'madrelingua'. L'unico caso possibile è una diffusione della lingua su Internet, ma è pur sempre una localizzazione perché s'impara nel luogo dove si risiede. Per quanto riguarda il secondo periodo, l'inglese già si diffonde senza presenza di anglofoni. Purtroppo. Meno anglofoni trova, meno bene potrà diffondersi. Pensate cosa accadrebbe se l'italiano andasse in giro in Giappone senza presenza di madrelingua o di italianisti. Difatti, vediamo le conseguenze di tutto questo nel brutto inglese che si parla in Oriente. L'India lo ricevette dagli Inglesi, che l'avevano considerata parte del proprio impero. E dopo più di 150 anni non si può ancora dire che lo parli, benché manuali e guide lo registrino come lingua ufficiale. Quanto al Giappone, molti manuali insistono ancora oggi a dire che la lingua inglese è parlata e compresa ovunque. Cosa non vera. Basta che vi rechiate in Giappone e scoprirete che la scuola lo prevede come materia di studio ma sono pochissimi i Giapponesi che lo parlano correttamente (non parliamo poi del 'fluent'). Per le lingue stesse non è un grande beneficio che si raggiunga una diffusione così vasta senza un'organizzazione capillare nell'insegnamento. |
La nascita del suono Arrivare a concepire la lingua è arrivare a comprenderla nel suo sorgere, nel suo manifestarsi primigenio (che si rinnova attimo per attimo, come sappiamo da grammatiche.com). Presa di per sé, non sarebbe che suono. Anziché una parola io potrei compiere un gesto. La lingua fu qualcosa di più, altrimenti saremmo rimasti ai gesti e ai famosi monosillabi (uh! ah! eh!). Quando essa abitò l'etere, dopo la diffusione dei primi alfabeti, si ebbe la civiltà. Si era ad alcune centinaia di decenni prima di Cristo. Prima la Grecia, poi tutto l'Impero Romano veicolarono una civiltà scritta fatta di concetti rappresentati mediante parole. Dall'altra parte del pianeta, ceppi orientali di indoeuropeo fissarono altrettanti fonemi (parte dei quali veniva a impiantarsi anche in Occidente). Questi suoni non sono intercambiabili, fuori dal concetto che rappresentano. Se ci giochiamo restiamo ragazzi. Antonio Fazio Alvito non è Lo zio fino a vita nota. Queste lettere sono le medesime delle altre (=anagramma). Soltanto questo si può dire. Ma anche 'nera' sono le medesime lettere di 'rane'. Soltanto uno uscito di senno potrebbe vedere un nesso tra l'animale (che definiamo con quelle lettere) e il colore. Trasferito in un sistema, quando abbiamo un meccanismo che non ha elementi intercambiabili abbiamo un meccanismo perfetto (esempio, orologio). Voi mettete le lancette in un altro punto e l'orologio non funziona più. Difatti, se si sposta lo 'zio' e lo si mette dopo 'Alv' avremo Antonio Faito Alvzio, che come vedete non corrisponde più. I nomi e le parole sostantivo sono unici, non sono analizzabili secondo spostamenti. Sono dunque meccanismi perfetti. Di conseguenza, non è possibile analizzare il senso riferendosi a loro dopo che si è spostato uno degli elementi (vocale, consonante, sillaba ecc.). Quando è che possiamo scambiare o spostare gli elementi? Quando il meccanismo non è perfetto, cioé non è nato per restare sempre così al suo interno. Un esempio tipico è un registro con i ferretti che trattengono i fogli. Io apro il ferretto e sposto il foglio dove voglio in qualsiasi parte del registro. Il registro, fatta salvo l'ordine dei fogli, rimane identico. Difatti, fu costruito proprio per avere intercambiabilità al suo interno. Cosa che invece non possiede un libro in cui è stampato un romanzo. Ogni pagina, ogni foglio contiene parole e frasi che non possono essere spostate perché sono oggetto di una sequenza considerata 'non modificabile'. Sono lì e basta. Tornando al punto, se noi giochiamo con le parole facciamo cose da sbarbatelli, da perditempo. I perditempo chi sono? Gente che non sa utilizzare il tempo, che non ha idea di ciò che è sacro e profano. Soprattutto, gente che non coglie collegamenti tra le cose. Messi a giocare, diranno un sacco di scempiaggini. Una scempiaggine sarebbe ad esempio dire che la sfinge senza testa è uno che finge. Non possiamo avvicinare radici e suoni nati in una lingua con variazioni recanti significati in un'altra. Nella lingua, le nostre operazioni utilizzano materiale che in origine fu sacro, poiché la creazione primigenia (nesso tra animale e suono-bue che lo rappresenta) fu unica e poi fece scuola per secoli. Si era creata una legge. Quella legge ha stabilito tante caselle (parole). Prima decine poi centinaia di migliaia, poi milioni, poi miliardi. Ognuna di esse nacque per un atto altamente simbolico che assegnò un suono a un oggetto. La magia fu il fatto di accettare quel nesso, in tutta una comunità. Il simbolo è rimasto poi nel suo lato profano, poiché venendo preso da tutti diventa cosa di poco conto, si svilisce. Ma nessuno potrà dimenticare che un giorno - lontano centinaia di anni dal mondo contemporaneo - avvennero le 'sacre nozze' tra fonia e concetto, mediante un sensale di grande importanza che era il simbolo. Il simbolo trasmetteva e fissava l'immagine. Questo avvenne per ogni singolo vocabolo. Poi, una volta introdotto, andò incontro ai problemi dell'uso e della diffusione (importazione, esportazione altrove). Cose molto serie. Applicate alla vita, queste parole parteciparono poi con una grande presenza alle nostre cose. Se oggi uno volesse farne a meno, dovrebbe limitarsi a una esistenza puramente vegetativa di sopravvivenza (ingoiare alimenti senza cadere mai in occasioni in cui servano suoni con un significato da veicolare). I non udenti vi riescono soltanto grazie a un sistema alternativo di comunicazione. Le parole non hanno un'esistenza separata dallo scopo per cui sono nate. Intendo dire che, una volta emesso il suono 'macchina', noi di quel suono non sapremmo che altro fare nella nostra vita. Ci serve per indicare un oggetto. Più ci riflettiamo, più scomponiamo il suono più entriamo in un universo fittizio e pericoloso che riduce il nostro cervello a un aggeggio che mastica inutile chewing-gum. Un capo-stazione dice: "Si giochi con i cambi di vocale. Via" e tutti a dire: "Carati, Cerati, Curati, Curato, Corato...". Preso quel treno restiamo dentro e non arriviamo da nessuna parte. Se giocate, banalizzate tutto. Da una parte perdete l'originario nesso. Dall'altra non ne trovate un altro. Tutto quello che capita - in questo mondo - è puro effetto di un caso (qui sì), determinato dal fatto di avere un numero x di combinazioni possibili entro un alfabeto composto di x lettere e un dizionario composto di x parole. Se tu dici amor una semplice combinazione vuole che la parola al contrario faccia Roma. Ma non vuol dire nulla. Non ha un significato. Vediamo ora alcuni estratti da un libro di chi gioca, semplicemente. Ci sono tuttora in commercio dei libri, di deliziosa e ineguagliabile idiozia, che permettono di spiegare il significato esoterico di ogni nome. Quei libri non è che permettono, quei libri lo spiegano, che è cosa ben diversa. Anche lettere e parole hanno una simbologia. Si può essere ignoranti e non conoscerla, si può essere scettici e non crederci, ma questa simbologia esiste e produce significati. E' piacevole scoprire che croissant si anagrammi con sanscrito. Le due parole sono più lontane di quanto non fossero gli asparagi e l'immortalità dell'anima nel famoso racconto di Achille Campanile: ma forse è un merito anche l'assoluta assenza di merito. (...) Destinare e sedentari non sono immediatamente in rapporto, ma una parte dell'anagramma ci parla di viaggi e l'altra ci parla di non-viaggiatori. Trovare che croissant ha le stesse lettere di sanscrito non è 'piacevole', è soltanto un caso. Qui il nostro amico cade ancora una volta. Se si nega valore alle analogie di significato negli anagrammi si deve per forza rinunciare ad analizzarli (mentre questo signore lo fa). Se lo si fa si passa dalla parte opposta, la parte di quelli che credono davvero che un anagramma nasconda un significato. L'autore non se ne accorge e va proprio in bocca all'equivoco suo principale, contraddicendosi. Io stesso potrei ad esempio divertirmi a trasformare e dire da PIERO FASSINO ROSSI PIENO FA PASSI IO FRENO eccetera eccetera. Ma non serve a nulla. Sono soltanto fantasie. Abbiamo semplicemente scomposto due parole e ne abbiamo ricomposto le lettere in un diverso ordine La lingua non è un meccanismo fonico in cui si può scorrazzare liberamente. Se tale fosse non avrebbe senso neppure il collegamento tra suono e concetto perché qualsiasi suono avrebbe potuto collegarsi con quel concetto, mentre non è così. I fonemi, quando andarono ad accoppiarsi a dei concetti formando in origine le parole delle nostre lingue, erano comunque qualcosa di sacro. E' come se io facessi nascere per la prima volta una scintilla da uno sfregamento di due pietre. Quella prima volta è 'ierofania', tutte le altre sono ripetizione. Se un suono andò a collegarsi a un concetto (esempio: B-U-E per designare il concetto di tutti quegli animali della medesima specie) questo fu un fatto magico, che aveva il più grande dei significati esistenti in natura. Quindi, la creazione che diede luogo a quella parola è un fatto di altissima pregnanza simbolica. In seguito, avuto quella parola, se uno si mette a dire EBU o UBE e a pensare che questi due suoni abbiano un possibile nesso con quel primo perde tempo. La relazione con il concetto Da 'Repubblica' del 22 giugno 2004 'Impingere' in latino significa 'spingere contro, andare a sbattere'. E' un verbo che non ci fa nessun effetto, almeno prima di venire a sapere che è proprio ad 'impingere' che, con un passaggio per la lingua inglese, dobbiamo la parola 'impatto'. Come 'dolce' è una parola dolce e 'intrigante' è una parola intrigante, così 'impatto' è una parola di forte impatto. Basti pensare che si incomincia a parlare di 'impatto' con le cronache su Hiroshima e sulle 'zone d'impatto' della Bomba. All'inizio va bene. Poi no. 'Dolce' non è una parola dolce, è soltanto un suono che designa l'essere fatti in un certo modo (quello che noi intendiamo con 'dolce'). Si creò una volta, in origine l'accoppiamento SUONO-dolce/CONCETTO-piacevole al palato e si affermò presso coloro che parlavano italiano molti secoli fa (allargandosi poi a tutto ciò che è morbido, non duro). Altri suoni avrebbero potuto accoppiarsi a quel concetto, in teoria. In pratica, fu quello e soltanto quello a 'vincere', per motivi soltanto naturali. Per 'intrigante' vale lo stesso discorso, fatto per la procedura vissuta da quel suono (che comunque circolò molto meno del precedente).
FAQ.
Bartezzaghi, qui, dove sbaglia?
FAQ.
Questo cosa significa?
FAQ.
Il significato esoterico dei nomi? Ultimo aggiornamento il 26 ottobre 2005 |