Il ruolo di uno scrittore

La scrittura situa la nostra esistenza apparente (cioè quella che dall'esterno possono valutare) su un cono d'ombra, poiché chi è nato per scrivere non apparirà che in rare situazioni nelle quali scrivere non si poteva o non era necessario. Per il resto, passerà il tempo appunto scrivendo. A rigore, dovrebbe perfino poter dire: "Domani sera non posso venire al cinema con voi, perché ho da scrivere". E invece nessuno dice mai così. Si dice ordinariamente che si ha un altro impegno, ma non si dice che lo scrivere impedirà di fare altro. Quasi ci si scuserebbe. Vedete dunque che la lingua scritta oggi è destinata a perdere sempre di più rispetto alla realtà di un'esistenza che - se l'essere è sano - ne può fare a meno. A chi scrive un romanzo si potrebbe dire anche: "Ma se la vita stessa è un romanzo perché ti metti a scriverla anziché viverla?". Lo scrivere perde, rispetto alla realtà, perché il protagonista fa il contabile delle cose anziché porsi dentro queste. Che lo si sappia fare, naturalmente, resta un privilegio rispetto a chi non lo sa fare. Però, data l'esiguità dei diritti d'autore, vale poco la pena. E gli ultimi decenni hanno sempre più allargato questa forbice, nel momento in cui hanno portato a grandi cifre cose brutte. A quel punto, chi davvero avesse voluto sfruttare le sue capacità avrebbe dovuto scrivere qualcosa di appetibile tradendo magari se stesso. Insomma, ha perso... la cosiddetta 'grande letteratura'. Ci sono quelli che non lo vogliono capire: a loro basta vedersi dedicare una giornata da un amico della città o vedere una recensione su un giornale per pensare di essere arrivati da qualche parte. Non hanno capito che per poter dire di essere arrivati a qualcosa sarebbe stato necessario vederla crearsi, da sola. Grande sarebbe stato solo il risultato di chi oggi riuscisse a vendere milioni di copie di un'opera difficilissima o anche di un libro di poesie. Finché non arrivano questi risultati, si vive ciascuno in un cortile in cui si dice 'amico' quello che conviene che lo sia, perché ti farà un favore di scambio dopo che tu gli avrai fatto il favore per l'opera sua. Situazione poco felice, che avrebbe già dovuto dissuadere. Lo scrivere, o diventava reportage della realtà o non avrebbe avuto più alcun senso. A che scopo scrivi un altro romanzo dopo che l'esperienza di scrittura su quel tema ha già consumato 30 milioni di romanzi?

Essendo il pubblicare un fatto quanto mai aleatorio, che va a finire in un luogo omnibus come una libreria, dovremmo piuttosto interrogarci sulle radici e dunque proprio sullo scrivere. A quel punto, la cosa più ovvia sarebbe anche la più rivoluzionaria. Supposto che tu scrivi per un pubblico che ti legge, fai così... quando c'è qualcuno che ti dice di volere il tuo testo spedisciglielo per posta, oppure incarica di questo - se fossero veramente tanti - una persona. Perché altrimenti si continua a sprecare ogni volta un'immensa quantità di carta che torna puntualmente in resa all'editore stesso. Ditemi a cosa serve che un editore faccia stampare 50.000 copie di un'opera che ne vende 15.000. Allora: meglio spedire l'opera a quei 15.000 e buonanotte a tutti. Evitiamo anche di rifare ogni anno i medesimi discorsi.

Questa colonna è del 29 maggio 2005, e ha avuto l'ultima modifica il 28 maggio 07

Avendo sempre scritto (dal lontano 1962), non posso che essere - prima di altre cose - uno scrittore. I parenti, specialmente, non mi videro che fare questo a partire da quell'anno. Vissi tutta l'età dell'adolescenza leggendo e soprattutto scrivendo. Dire cosa sia uno scrittore è superfluo. Tutti sanno che 'scrittore' è colui che scrive in via permanente, avendone anche un riconoscimento da parte di altri. Ironicamente, negli ultimi decenni, si distinse questo sostantivo dal participio del verbo (scrivente), per distinguere l'attributo da quello di coloro che semplicemente si dilettano. Dubbio è, peraltro, il modo in cui questo si possa fare. Cominciamo con le certezze, di cui disponiamo. E diamo una bella definizione, affinché tutti possano considerarla. In generale, scrittori dovrebbero essere coloro che, scrivendo, rappresentarono un'idea significativa della condizione umana. A questo dovrà aggiungersi una condizione tipica di chi scrive? Ecco il primo scoglio, davanti al quale occorre una riflessione.

Erano le 20.52 GMT del 28 maggio 2005

La condizione tipica di scrive è particolare, anche se - come più volte detto - oggi scrivono quasi tutti. E' particolare nel senso che chi è veramente scrittore ricorrerà sempre alla scrittura come 'prima ratio'. La sua mano andrà a soddisfare il primigenio impulso della mente, perfino quando la persona avrebbe ben altri mezzi a disposizione. E così la vedremo assentarsi durante un incontro a più facce, porre mano al taccuino durante una conferenza, perfino annotare cose mentre cammina nelle vie del centro o mentre guida. Questo è un metodo infallibile per capire chi era nato per scrivere. Ecco la vera carta. L'essere scrittori si manifesterà in questa ovvia discendenza da uno stato di natura nel quale almeno uno degli arti superiori, perfino in un letto o sulla spiaggia, si divaricò dal corpo per riempire carta. E in quella condizione, egli stesso come gli altri testimonieranno che se non avesse la scrittura quella persona sarebbe morta cioè non vivrebbe più. In altri casi, la scrittura si espresse più come forma di partecipazione sociale dopo un inserimento da qualche parte. Durante il secolo XX°, chi più chi meno, coloro che si fecero conoscere come scrittori facevano parte di una struttura sociale esistente. La condizione di chi sia solo scrittore poteva esistere, per ovvie ragioni, solo se questi aveva sostanze per potersi mantenere (proprie, se era ricco; letterarie, se aveva diritti d'autore).

Capitò sovente la prima: chi pubblicava in via permanente, venendo anche chiamato scrittore, era ricco di famiglia o aveva comunque proprietà varie che fruttavano. In Italia, data la provenienza agricola e commerciale delle masse istruite, la letteratura non fruttò mai al punto da arricchirsi. Quest'ultima evenienza si ebbe solo a partire dagli anni '60, nei casi in cui si arrivò a cifre di vendita altissime per via della crescente industrializzazione che si combinava a un'istruzione di massa. Mentre all'epoca di Svevo questo nome veniva conosciuto da quattro gatti, nell'era dei media e della televisione una singola opera di carta - prima dell'avvento di Internet - poteva già arrivare anche a un milione di copie nel giro di pochi mesi. Ma accadde soltanto in quattro o cinque casi. Negli Stati Uniti, invece, grandi cifre furono raggiunte a partire dagli anni '60 da centinaia di opere, in un tempo più dilatato.

Tutte queste cose sono separate, rispetto alla condizione sociale di chi scrive. Ecco il punto. Noi ragioniamo di classifiche di vendita, perché esse sarebbero il termometro di un'uscita editoriale. Ma esse nulla hanno a che spartire con lo status di scrittore. La realtà ha dimostrato una netta divaricazione tra il fatto di chi scriva e l'accettazione eventuale di chi pubblichi quello scritto. Questo secondo soggetto può anche non esserci, cosa che non ci impedisce ormai di considerare ugualmente scrittore una persona che dimostri di essere tale.

Erano le 21.22 GMT del 28 maggio 2005

Interessante peraltro aggiungere che questa parola intrattiene relazione frequente con un'altra, che è 'autore'. Chi è scrittore può essere autore, ma può anche non esserlo. E già sappiamo tutto quello che occorre.

Chi venisse a casa mia troverebbe molti scritti, molti cahiers, molti diari... Che esistenza passa lo scrittore? Per grandi linee, una esistenza piacevole (vari momenti di felicità creativa, spunti, composizione ecc.) ma di coazione, perché anziché occupare il tempo a trasferire su carta sarebbe più proficuo impegnarlo in opere sociali. Se nel 1800 l'attività di scrittura era un gioco raffinatissimo riservato a pochi borghesi danarosi amanti delle cose belle e degli ideali, diciamo pure che nel 2005 la scrittura è solo una palestra in cui ciascuno periodicamente si infila quasi a volere vedere cosa succede. E le delusioni, compresi gli smarrimenti, sono all'ordine del giorno. Volere non è potere, si direbbe qui più che in altri casi.

Nella mia vita, scrivere è stato una necessità. Non avrei mai potuto farne a meno. Un ritorno a casa da una villeggiatura estiva del 1968 non si compiva senza quaderni con foto. Uno stage ministeriale in Francia nel 1992 non si ebbe senza appunti. Un viaggio in India nel 1996 riempiva taccuini. Un periodo di sosta forzata nel 1979 mi faceva comporre interi dizionari personali. Mai la mia vita fu priva di scrittura. Anzi, direi 'mai un giorno senza scrittura' da un tempo molto remoto. Effetto di una condizione determinata da una Memocard particolarmente vivace proprio nel senso della scrittura.

Cosa vuol dire, nella pratica, scrivere sempre e tutti i giorni? Vuol dire soprattutto lasciare traccia per chi verrà dopo di noi. Una costante attività di 'redazione' di appunti lascia un'eredità narrativa, da cui eredi o posteri in generale avranno di che studiare. Una corrispondenza abbastanza fitta, pur con una sproporzione di uscite rispetto alle 'ricevute', lascia poi un insegnamento che resterà. Perfino nelle cose più ingenue, in cui non mi riconosco più, era qualcosa di me. E questo sarà traccia, sarà elemento per una scoperta in qualsiasi momento essa accada. I giorni e le notti di uno scrittore avevano bisogno di carta, fino a una quindicina di anni fa. Poi i notes elettronici e infine i computer eliminarono molta carta, per ospitare dati rapidi e altrettamente rapidamente sottoponibili a cancellazione.

Erano le 22.13 GMT del 28 maggio 2005

La scrittura non termina, poiché è difficile anche dire che ebbe un inizio. Noi diciamo che un'opera inizia, nella stesura, quando l'autore scrive le prime righe di una prima pagina. Se si sta tutta la vita a scrivere, è chiaro che l'attività è affine a quella della respirazione o dell'alimentazione. Ci si alimenta e si respira di continuo, senza soste. Non viene neppure da pensarci: si scrive... trasferendo di continuo i nostri pensieri o i dettagli di una storia che si racconta. Questo è quello che fa una persona che si definisce 'scrittore'. Non sono diventato matto per pubblicare, proprio perché ebbi sempre la sensazione precisa che non esiste un'equazione per cui è scrittore solo chi pubblica e ha dei riscontri.

I giorni non sono interessanti quanto le notti, per uno scrittore. Di notte si ha maggiore ispirazione, perché gli altri dormono e in giro s'odono solo grilli e cicale. Mentre scrivo, del resto, sono le 0.40 ora italiana del 29 maggio e tutto è buio intorno a me. Di notte, ho più forza perché i gesti partono ancora più necessitati e svelti. La mia esistenza, quando stavo a casa, fu trasformata in una specie di laboratorio proprio per via di questa continua scrittura. Ero quello che, con un sottofondo radiofonico, scriveva e metteva in appunto. Di tanto in tanto lanciavo anche urla di gioia, se scoprivo qualcosa. E le mie scoperte più belle avvennero sempre di notte. Un ritorno su appunti del passato era il metodo più frequente, poiché un'idea di quell'attimo si combinava con una passata. Anno per anno, si componeva così un mosaico non solo narrativo ma anche di nozioni (per i pianeti) che oggi si è stabilizzato.

Chi scrive molto ha pochi problemi (spesso nessuno) con se stesso. Qui si ribalta la vecchia concezione borghese che considerava i figli con ambizioni letterarie un pochino fuori di testa. Proprio il contrario. Chi passa molto tempo a scrivere ha una tale solidità interiore che in quei momenti la forza della sua mano che digita sulla tastiera - se disturbata - stenderebbe un toro. Anche l'idea, nutrita in passato, di una non risolta 'mondanità' cioè di un tempo sottratto alle frequentazioni, è completamente errata. Chi fa un'attività non sottrae il tempo di un'altra, perché non esiste uno spazio-tempo prestabilito. Un vecchio pregiudizio delle nostre famiglie lo distribuiva, e così dicevano: un pochino qui (parenti e amici), un pochino lì (sport, guai se mancava), un pochino lì (pianoforte). Ma la nostra vita non va mica a fette di torta. Ciascuno fa quello per cui si sente nato di fare. Questo i genitori nostri non lo capirono mai.

Erano le 23.07 GMT del 28 maggio 2005