
Giorni e notti di un mistico
Per secoli questo termine contenne un substrato autentico, che sarebbe il contatto diretto con il divino di tipo intuitivo. Questa era ed è un'ottima definizione. Il problema è che gli uomini concepirono per tutti questi secoli una falsa 'divinità'. E così la parola assunse un connotato religioso, che invece non avrebbe dovuto appartenerle (anche in questo senso osserverete la falsificazione di chi si appropri). Se il divino non era quello, è evidente che i veri mistici realizzavano sì un contatto ma non con quel Dio inteso da Cristiani e Musulmani. Etimologicamente, la parola era nata per definire colui che viene iniziato a sacri riti (misterici, quelli antichi). Il misticismo, in origine, avrebbe dovuto essere qualcosa come 'entrata in una dimensione dell'essere che mette in contatto con la trascendenza'. Se avessimo inteso quel falso Dio (il Signore) è chiaro che anche un sacerdote, non attirando a sé 'vil materia', sarebbe stato un mistico. Essendo invece il vero dio un trascendente diretto governatore della realtà stessa, il mistico vero era ed è nient'altro che colui che entra in contatto con questo trascendente. E così chi ha doti di veggenza, chi è telepatico, soprattutto chi ha un supremo distacco dalla materia che consente l'intuizione di altre dimensioni dello spirito. Questo è il mistico. Con ciò smentisco, come leggete più sotto, tutti i fraintendimenti che furono operati dalle dottrine monoteistiche. E nella dimensione mistica ci si nutre soprattutto di suoni.
Quando noi ci rivolgiamo a un emittente, coi nostri organi, propaghiamo un suono. Il nostro... suono. Noi infatti veniamo riconosciuti dall'ambiente grazie al suono che proviene dalla nostra cavità orale. Esso comunica di più in questo modo, cioè trasmesso di per sé, che non unito a un'immagine. Non è un caso se finora preferii pubblicare delle registrazioni audio e non filmati. Un elemento visivo può corrompere la fruizione puramente uditiva, indirizzandola verso un giudizio più ampio che può sviare. Per concentrarsi su un suono (cosa che impegna, ma è fondamentale) è necessario farsi attraversare soltanto da quello, non avere altri canali recettivi al di fuori di un orecchio che ascolta. Quest'ultimo è uno dei punti di forza di un mistico.
L'orecchio che ascolta è attenzione pura e non può farsi corrompere da altre fonti. Esso avrà perfino dei momenti di piacere, che svilupperanno 'amore' nel soggetto qualora questi riceva un feeling dal suono dell'emittente. Nel mio sito leggerete in tante pagine notizie di un particolare 'ascolto', che in quel giorno ha ottenuto risultati in termini di scoperta o di sensazione di piacere. Non solo musicale, ma anche vocale. La dolcezza di una voce può avere effetti molto più forti di un suono prodotto da uno strumento musicale, in quanto è vibrazione umana che permea di sé l'ambiente e cattura l'ascoltatore. Molte delle mie valutazioni sulle emissioni tengono conto proprio dell'effetto su chi ascolta, poiché noi comunque parliamo a qualcuno. Molto intelligente la lingua inglese che parifica il 'talking to' al 'talking with'. Vi siete mai domandati perché essa ha il nostro indirizzarsi a in forma transitiva con l'address? Perché intende il 'parlare a' in forma di indirizzo e lo concepisce in modo diretto. Speaking to somebody è soltanto addressing somebody. Se dicessero addressing to l'orecchio inglese cercherebbe istintivamente un oggetto.
Qualsiasi evento sonoro è già fonte di informazione. Con esso non abbiamo nemmeno bisogno di avere un contenuto propriamente detto. Quando io parlo, chi mi ascolta potrebbe anche non fare caso a quello che dico. La mia emissione, però, gli comunica quello che io sono. Ripetiamo, conferma la mia natura. Se colui che mi ascolta fosse esperto e sensibile, dalla mia parlata dovrebbe capire tante cose di me (e questo succederà normalmente tra 100 o 200 anni). La vibrazione di un corpo che si trasmette nell'etere è l'informazione più antica e più comune che esista nell'Universo. La vibrazione di un corpo è suono. Nella pagina biografica sulla mia vita dicevo che soltanto il modo di camminare, cioè di rapportarsi allo e nello spazio, potrà darci un'informazione di pari importanza.
Le onde sonore non possiedono naturalmente la medesima energia, e proprio da questa variazione possiamo ricevere il grado di convinzione di una persona nell'affermare qualcosa, la sua gioia o il suo dolore di un momento, l'emozione ecc.ecc. Le onde sonore possiedono una loro consistenza, e questa determina il successo o meno di quel suono vocale (nelle intenzioni, se ne aveva, o nel potere di seduzione). Succede in particolare alle lingue molto personali, che sembrano avere una direzione precisa verso coloro che le ricevono (e in tal caso, chi non le riceve resta completamente freddo e distante).
Ogni volta che percepiamo i suoni di un'altra persona sentiamo un movimento nell'aria, una vibrazione. Le molecole vengono spostate in una direzione finché permane l'impulso della fonte che emette. Quando se ne parla però si fa riferimento all'altezza, più che altro. Cosicché potremmo anche dire che l'altezza del nostro suono è il numero di vibrazioni prodotte. Quando la mia voce lentamente si formò, nel suo timbro caratteristico, da ragazzo, avevo ancora un numero di vibrazioni altissimo poiché non era sviluppata in profondità ed emettevo con un timbro quasi femminile. Solo dal 1975 cominciai ad essere meno 'sparato' nella emissione.
Abbiamo poi, in eredità ormai secolare, il concetto di intensità che viene correlato all'ampiezza della vibrazione e alcuni misurano ancora in decibel. E così si parla di dinamica, nel senso di 'gradazione' dell'intensità. Nella musica questi elementi procurano al suono una particolare atmosfera. Nelle voci procurano un complesso di sensazioni uditive che determinano piacere o al contrario fastidio. Come dire che 'spostando molecole' noi sveliamo la nostra natura attraverso l'aria e questa piace oppure non piace a chi la riceve. Tra gli interessi più forti dei mistici, proprio la produzione e l'ascolto di suoni.
Erano le 00.20 GMT del 28 maggio 2005
I periodi più belli vennero vissuti da me non in compagnia, ma in esilio dalla società. Questo è un segnale potente del misticismo della persona, poiché essa preferisce - quando è molto felice o sta bene - sentirsi in comunione con l'universo. E' come se essa prescindesse dalla società stessa. Il misticismo, come dato di partenza, prevede un 'vivere nell'universo cosmico' e non solo 'vivere tra gli altri' perché un corpo molto sensibile avverte cose di grande portata e a grande distanza (lo avete scoperto con la telepatia). Quello che per un mistico può essere una condizione privilegiata per la gente comune suona come 'sacrificio' o 'allontanamento', perché egli compie cose 'strane' e fuori dall'ordinario omettendo di farne di comuni. Siccome quelle 'comuni' procurerebbero piacere, coloro che non sono mistici pensano che non farle sia sintomo di deviazione o di stranezza. Ancora effetto di una conoscenza limitata, o di ignoranza. Se quando sto bene e sono molto felice m'immergessi soltanto nella vita semplice dei sensi materiali, starei bene ma non coglierei il benessere della natura e non avrei alcuna simbiosi con essa. Ad esempio, se spostassi molecole (=parlassi molto) è come se andassi a disturbare quel momento molto felice. I mistici sanno quanto unico e ben accetto sia anche il silenzio. Il loro distacco, se ben praticato, comporta uno sfruttamento e un'utilizzazione molto intelligente della cultura acquisita poiché la sola consapevolezza del proprio corpo rende felici dando esattamente la 'gioia di vivere' al semplice vivere e respirare. Così, è normale per il mistico camminare da solo e di notte per molte ore. E' normale, per lui, sentire i rari rumori che possono venire dalla natura quando tutti dormono. Questo distacco è appunto quello dei mistici. In esso continua sì a valere il mondo delle vibrazioni, ma non per darlo alla chiacchiera quotidiana e soprattutto non per sprecarlo in uno scambio qualunque. Quel distacco realizza invece la fusione del sé in un passaggio adatto dello spazio-tempo. Cose completamente sconosciute alla massa, che non comprenderà nemmeno il senso di un viaggio e perfino quello di un vivere prolungato in questo modo (che poi magari si alternerà, se siete sani, con fasi 'mondane'). Il mistico non può nemmeno spiegare molto a parole tutte queste cose (e io qui faccio fatica a farlo, ma dovevo), perché le vive. Chi non ha questa condizione, difficilmente le comprende. Faccio soltanto un esempio. Arrivare in una città straniera dopo la mezzanotte senza alcuna prenotazione, senza albergo e posto per dormire, senza nemmeno piani e appuntamenti prestabiliti, trovandosi a parlare improvvisamente una lingua che non è la propria con chi capita... ecco un'esperienza assolutamente mistica e senza pari.
La parola 'misticismo' fu sempre una delle più fraintese di tutto il dizionario. Da una parte il fraintendimento della massa vi trovava una parte di 'religione', attribuendo alla parola una valenza opposta alla materialità dell'essere. Per gli ignoranti 'mistico' era chi invocava Dio, chi scomodava fattori di consacrazione rispetto alla vita ordinaria dei cosiddetti 'laici'. Dall'altra, un fraintendimento speculare apportava a questo concetto l'idea di un 'ritiro' dalle cose del mondo, situandolo in cima a una montagna o in un eremo. Nulla di tutto questo. Si trattava di fraintendimenti generati proprio dalla mancata comprensione del trascendente e del divino. Ecco uno dei più grandi equivoci di tutta l'era cristiana. Pensare che dedicarsi alla divinità fosse in pratica ritirarsi dalle cose di ogni giorno fu l'errore che attraversò per secoli tutto il pensiero cristiano, compreso quello più alto e omnicomprensivo. Un residuo rimane tuttora, e lo notiamo proprio nei discorsi di chi parla alla radio o nelle sale di conferenza. Costoro non capirono mai che il flusso eterico pervade tutto, tutto l'universo. Non esiste uno strato separato, che può essere goduto allontanandosi. Quel flusso va percepito proprio in mezzo alle cose. Quindi, mistico non è colui che si ritira bensì colui che vive un distacco dalle cose in mezzo alle cose stesse, e dunque anche colui che sa vivere tra gli altri pur vivendo distaccato dagli altri.
Erano le 08.30 GMT del 28 maggio 2005
Oggi, siamo in un'era che ha già consumato tutto. Da un autore che vi ha dato una fine, con un'esigenza di ripresa da zero, non potevate attendervi cose diverse. Essendo ormai l'universo dei suoni riempito in modo pieno e assorbente, vale sempre di più viverlo in modo sperimentale. Qualcuno (penso a Battiato, ad esempio) si è posto ad aggiustare suoni o parole esistenti già nell'etere da lungo tempo. Così venivano frammenti di Bach, voci di astronauti, rumori di stazioni radio una dopo l'altra. Questo servì, musica contemporanea inclusa, a distaccarsi dalla composizione intesa in modo rigidamente tematico. Sovrapponendo temi e suoni del mondo circostante, si cercava di comunicare che altro - da solo - non veniva. Fin qui poteva anche andare. Fu, del resto, il messaggio del secolo XX° dopo la rivoluzione atonale. Il problema è che poi non è venuto altro. Soprattutto, non c'è stato un trasferimento di concetti e di 'modus vivendi' nella nostra società. Allora non potete consultare quei testi antichi (sufi, buddhismo, tantra ecc.) per l'oggi, come fossero carte stradali con una toponomastica. Vi orienterete in altro modo, perché la situazione richiederà da voi una reazione del momento e questa deve provenire dal vostro corpo. Cosa c'entrano quei testi? Se avete bisogno di qualcosa, ricreatelo voi e magari date un nome nuovo. Se la composizione non trova altro materiale, pazienza. Se invece la nostra vita - che è molto più importante, perché è in essa che componiamo - non produce nuovi modelli e ritorna sempre su testi di 800 o di 2000 anni fa, siamo finiti. Proprio questo segnale avrebbe dovuto dire che non c'era altro. In termini volgari, avrei dovuto dirvi: "Ma come... avete avuto Stockhausen e John Cage, e ancora vivete così?". Questo è anche un motivo di fondamentale importanza per passare a un altro tipo di 'divinità', qualora s'intenda conservare parola e campo semantico. Il problema si sarebbe risolto soltanto ricavando dall'universo stesso messaggi, e questi furono ad esempio le parole-chiave delle annate. Io temevo proprio questo: darle in mano a tutti, ragazzi compresi, avrebbe avuto ancora una volta un effetto di dispersione. Per questo mi limitai a dare una descrizione, senza trattare tutta l'opera. Il concetto delle parole-chiave si ripete anche nella produzione dei suoni, direi soprattutto nella loro diffusione. Tanti piccoli dettagli lo spiegano.
Ho analizzato anche il grande problema del 'mettere in musica' e 'parolizzare' (ecco una parola che mi serve), che propone diverse conclusioni a seconda della lingua. Perché queste cose? Perché questi pensieri? Perché in chi vive dei suoni del proprio tempo, vengono. Vengono... questi pensieri. I pensieri vengono... perché non si ha un passaggio a livello per isolarli o una barriera per frenarli.
Erano le 09.25 GMT del 28 maggio 2005
Ecco, qui sì che avrebbe ragione quello che mi diceva: "Ma questo è quello che passa il convento, attualmente". Qui sì... perché il mondo dei suoni ne accetta molto bene alcuni e non ne accetta altri. In radio ne passano alcuni e altri no. Qui dobbiamo veramente dire che "Il mondo da vivere e da esplorare è questo". Ciò non varrà invece per il 'fare' dei poeti (poiché essi conoscono anche un silenzio, oltre a un comporre...) né per l'etica degli ex-filosofi, i quali se non si riconoscono nel mondo che si trovano a percorrere dovrebbero dirlo e a pieni polmoni.
Erano le 12.05 GMT del 28 maggio 2005
In India e in Oriente, molto più che in Occidente, si conoscono grandi poeti che non hanno mai pubblicato. Qui tornerai alle prime righe della pagina 'authoring', dove ti spiego che può essere autore anche chi compose opere che poi non vennero pubblicate. Se egli segue un'onda importante, se possiede una sua visione delle cose, se prendendoti per mano in un lungomare te la spiega, se ti sa parlare di tante cose... quello è un autore. Non dovrai invece pensare di trovarne molti in libreria, oggi. Perché a un certo punto tutti andarono in libreria, lo desiderarono perché vedevano gli altri. Uno vede in un altro libro: Shelley morì nel golfo di La Spezia... che bello, che roba interessante, quasi quasi ci scrivo un libro anch'io. Errore. Già ne scrissero. Uno vede in una libreria Il mistero del Graal e dice: "Quasi quasi mi metto a scriverne anch'io e lo propongo all'editore Piemme che già mi conosce". Errore. Già esistono decine di migliaia di libri, su quel tema.
In questo discorso come entra la mistica? Beh, entra per forza... perché anche qui non è più quel mondo falso che intendevano i primi teologi della Patristica e della Scolastica o quel cortile in cui poeti o polemisti si vestivano di un abito chiamandosi magari Rebora o Milani. Non vi è più bisogno di queste cose. La mistica è un'altra.
Erano le 12.43 GMT del 28 maggio 2005
La condizione mistica - che non è un abito o un ritiro, ricordatelo d'ora in poi - implica comunque uno svolgersi delle operazioni, secondo una sequenza ordinaria delle cose in cui si conversa e poi si fanno delle cose insieme. In essa noi ci facciamo prendere - nel frattempo - da ciò che è esteticamente apprezzabile, come se la materia avesse una superficie da interpretare. Quello che interpretiamo sono appunto i valori. Chi non ha dentro di sé un sistema di valori non saprà interpretare e così si domanderà come io abbia fatto a parlare di centinaia di persone appena scomparse. Un sistema di valori è sempre stato proprietà del mistico. Mentre altri vivevano una esistenza qualsiasi, il mistico poneva un'attenzione tale ai suoi atti che tutto rientrava in un ordine. In un suo ordine. Egli però non si sarebbe mai preoccupato di indottrinare gli altri, anche perché intuiva che quel che non si può comprendere non entra mai nella vita di chi non lo comprende. Accetta se stesso, mentre guardando gli altri osserva semmai quante differenze lo separano.
Noi chiamiamo 'segreto' qualcosa che crediamo di possedere rispetto ad altri che non lo possiedono. Una volta divulgato, non sarà più tale. Cinquanta anni fa si diceva che fosse tale 'quella intuizione che permette di cogliere l'essenza di un dipinto' e lo permette a pochi. Pochi, si diceva, riescono ad estrarre l'essenza. Lo stesso, oggi. Voi domandate agli 80.000 che andranno a vedere Vasco Rossi in tour. Vi diranno che lo seguono e che l'artista piace ma nessuno di loro saprà spiegare perché. Sotto queste osservazioni sembra alberghi la necessità di qualcosa che non viene colto. Del resto, non si chiede a chi acquista il biglietto di quel tour o a chi entra al Louvre di fare una lunga recensione di quello che vedranno. A loro piacerà, coi loro occhi, quello che crederanno di vedere.
Da un suono veniamo
rapiti, da un dipinto molto meno. Diciamo dunque che il suono abita
in maniera più profonda l'universo dello spirito rispetto a
un'immagine. Quest'ultima, per fissarsi, dovrebbe avere qualcosa di
morboso e di strettamente personale (qui verrebbe da pensare ai
dettagli famosi dei primi film di Argento, come una medaglia appesa
al collo o un pupazzo di colore rosso). Eppure, chi conosce bene quei
film ricorda che il primo ufficiale del regista aveva proprio una
chiave 'sonora'. Il verso di un animale, captato nel corso di una
telefonata fatta vicino allo zoo, tradì chi aveva fatto quella
telefonata. Le chiavi per capire una storia sono un segreto?
Sì, perché evidentemente quella storia non è
solo narrazione o trama, cioè sotto possiede dei valori. Ecco
dove il grande critico possiede qualcosa in più della massa:
egli comprende quei valori e sa descriverli in funzione critica
mentre la gente no.
Nella mistica,
è necessario sapere interpretare valori. Ecco una
legge da non perdere mai di vista.
Erano le 13.43 GMT del 28 maggio 2005
Del suono sappiamo cogliere un piacere dei sensi più che nell'immagine, ma quando ascoltiamo è come se ci ponessimo fuori dal nostro corpo. Per valutare un'emissione vocale io stesso ho dovuto uscire fuori dalla stretta materialità e captare valori di una voce (la vostra, cioè quella di chi parla di un re-mixone di Nina Simone o di esorcistato). In quale altro modo avrei potuto dire le cose che ho detto? Ho visto, dentro di me, un'immagine di quella voce e ne ho proiettato come un ologramma della sua estensione, come avessi un oscilloscopio. Ne ho valutato la suggestione, la bellezza delle onde sonore ma anche le possibilità. Questo, se non si ha apparecchi, si può fare appunto solo partendo da un distacco, e cioè da una condizione mistica. In essa, si arriva a uno stadio del non-interesse nel quale si viene colpiti dalla purezza di un suono, di un gesto... anche di una sola parola. Sentite come è sacrale la conclusione del discorso di Ortoleva. Colpisce. Sentite come procede felicemente, a parte la lingua, il lungo periodo di Mina. Queste cose le si ammira. Questo vuol dire che noi le riconosciamo provenienti da una fonte che ha qualcosa in più della media (e magari di noi). Le definiamo come valori. Lo spazio-tempo ne ha, a migliaia. Li possiede, nel semplice svolgersi degli atti quotidiani. E ci sono alcuni invididui, con un occhio particolare, che captano cose in più come avessero un obiettivo o uno zoom molto più dotato delle altre macchine fotografiche. Per captare parole-chiave dallo spazio-tempo di ogni singola annata, occorrevano appunto queste doti in più. Ed esse appartengono alla mistica, perché soltanto un mistico può arrivare a vedere dentro le cose in un certo modo. Soltanto un mistico è capace di viaggiare sempre da solo o di passare mesi e mesi in cammino nel territorio. Sacrificherà magari alcune esigenze di stretta quotidianità ma sentirà fluire le cose in un modo speciale. Calato in questo flusso, vivrà intensamente e molto più di tanti altri. Al tempo stesso, in una ideale linea continua del pensiero che serba dentro il suo archivio cerebrale, porterà in giro una memoria lunga quanto lo stesso filo della sua vita.
Erano le 14.05 GMT del 28 maggio 2005 - La pagina è stata corredata di un paragrafo aggiuntivo il 6 aprile 07 in occasione della ripubblicazione come link dall'INFO dell'autore