Ciascuno faceva il possibile, in uno scenario difficile

Qui comincio con una premessa. L'esame della pagina 'consorprese' ha dato ancora una conferma alla tesi che più volte ho sostenuto su questi due siti. E' praticamente impossibile pensare di accertare con sicurezza la fonte più antica, indietro nel tempo. Sempre, in qualsiasi momento, può spuntare un documento (anche molto) precedente a quello accreditato. A quel punto tutte le statistiche crollano. Io pensavo, ad esempio, che LP e Long-playing si fossero detti solo negli anni '60. Invece no. Sfogliando i numeri dei primi anni '50 di 'Musica Jazz' si trova già perfino quelli, ad indicare un disco di durata superiore a quella normale dei 78 giri. Nell'estate 1952 la rivista fece un'inchiesta proprio sui dischi long playing. Voleva sapere dal pubblico sul loro gradimento, poiché dopo la recente immissione sul mercato si diceva che avessero creato problemi.

Sarebbe superfluo ricordare che appena sette-otto anni prima del 1961 il panorama linguistico di 'Musica Jazz' era completamente diverso. Basta andare al 1953-54 e si trova un italiano ancora purissimo, dove - a parte il cool e il bop - non esistono tutti quei termini di lingua inglese. Questo significa che il salto fu fatto proprio dopo i movimenti planetari del 1957-58. Fu proprio l'Ascesa (=l'inizio della nostra storia moderna) a far salire le quotazioni 'allargate' di una lingua fino a quel momento pudica e rispettosa. La nota più confortante è che quella lingua era talmente bella, scorrevole e moderna che al 90% si potrebbe leggere ancora oggi.

Il mondo del jazz viveva di cose molto sottili, che venivano alimentate da pochissimi individui in ciascuna nazione. La musica era stata sempre suonata da persone (soprattutto di colore) ignoranti e ai margini della società, oppure con 'grilli per la testa' che nessuno avrebbe mai decifrato. Quando essa arrivò nel continente europeo, l'interesse fu monopolizzato da ristretti circoli che soffiavano oppure toccavano corde per pochi intimi. Riviste come Down Beat, Jazz Journal, Jazz Hot propagavano un verbo che aveva tutto il sapore e la magia dei caveaux e della sofisticheria acustica. Ma ai concerti non andavano nemmeno 'quattro gatti'. I gatti erano appena tre. Vediamo cosa scrive il nostro mensile nel marzo 1954.

La prima doccia gelata la si ebbe coi concerti di Stan Kenton. Il deficit di due soli giorni di esibizione si misura a milioni. Le offerte di tournée avanzate dagli impresari di Lionel Hampton e di Woody Herman furono recisamente respinte dagli impresari italiani che fino ad oggi avevano dimostrato di avere fiducia nel jazz (e a conti fatti si tratta di due impresari soltanto...), e nell'assoluta indifferenza caddero tutte le richieste avanzate per un fattivo interessamento per l'organizzazione di una brevissima serie di concerti della troupe di Billie Holiday. Fu organizzato un primo concerto di jazz italiano in teatro. Anche se fu ottimo, non molti si presero la briga di accertarsene di persona... perché all'appuntamento giunsero soltanto 145 spettatori paganti! (...) Dopo cinque anni di concerti di jazz, dopo nove anni di propaganda indefessa, siamo tornati, per lo snobismo e la stupidità della maggior parte dei cosiddetti appassionati al punto di partenza: soltanto un miracolo potrebbe ormai risollevare le sorti del jazz in Italia.

Questo breve passo è fondamentale per constatare che la vita riserva drammi o imprese che si vedono o si sentono al momento. Interessante leggere così dei vari istanti, in cui una crisi di scoraggiamento o di depressione faceva stilare bilanci negativi e fallimentari. Appena quattro anni dopo, lo stesso Polillo dovette scrivere un articolo amaro in occasione della tournée italiana di Billie Holiday. La cantante si esibiva al Teatro Smeraldo di Milano.

Quando è entrata in scena Billie Holiday e ha iniziato a cantare accompagnata dall'eccellente pianista Mal Waldron e da una orchestrina di fossa, è successo il finimondo. La voce acre, le inflessioni deliberatamente distorte di Billie sono state scambiate per il farfugliamento di un avvinazzato: e si è capito subito che non sarebbe stato possibile giungere al termine del numero. Billie aveva appena terminato la quinta canzone che fu pregata, dal presentatore, di lasciare il palcoscenico (su cui non ricomparve più perché fu 'protestata'): al pubblico fu detto che non stava bene. Stava benissimo, invece, e ha cantato come ha sempre cantato, o per lo meno come canta da alcuni anni. Ma il suo è un canto estremamente sofisticato, ed anche - ammettiamolo - difficilmente digeribile da molti amatori del jazz; inserito in un grossolano spettacolo di 'Music hall' stride e disturba. Mi ha sorpreso e mi ha addolorato che non ci fosse praticamente nessuno in teatro a sostenerla col proprio applauso. Sono dunque del tutto scomparsi gli appassionati del jazz? Certo, quella sera... eravamo in quattro gatti: pochi fedelissimi che avevano tutta l'aria di essersi dati convegno al funerale del jazz.

Questione tutt'altro che nuova. Nel 1952, un lettore molto informato aveva scritto alla rivista per dire che "la musica jazz, nel senso più genuino della parola, era morta".

Su 'Musica Jazz' del dicembre 1958, si riferisce che la cantante, nella sua esibizione 'live' era circondata (anziché accompagnata) da Mal Waldron, Franco Cerri e dal Quintetto Basso-Valdambrini.

Ecco un altro ritornello ormai notissimo: la morte di qualcosa, che viene annunciata senza mezzi termini. Qui si diceva che il jazz moderno era musica arida e fredda, priva dei valori umani e vitali del New Orleans delle origini. Il lettore affermava che ascoltando Gillespie e Davis si sentiva la decadenza dell'arte moderna (vedete che i termini sono sempre quelli... il nostro cervello se ne impadroniva). Una funzione linguistica soddisfaceva una esigenza dello spirito, sembra di poter dire. Chi non ricava piacere dalla contemporaneità afferma sempre che si stava meglio una volta e che il presente è 'decadenza'. Anche il jazz non fu risparmiato, da questa triste litania che annuncia verdetti di morte con il ritmo delle 24 ore.

Solo oggi, potremmo dire, abbiamo una prospettiva lunga su queste cose. Allora il jazz viveva dell'apporto di appassionati che - come gli astronomi di oggi - avevano una federazione nazionale, con circoli regionali o locali che si chiamavano Hot Club. A guardare i nomi si trovano figure che avremmo conosciuto in seguito, senza problemi. Carlo Loffredo, Nunzio Rotondo, Gilberto Cuppini, Mazzoletti che esalta Lilian Terry, Armando Trovajoli ecc.ecc. A parte il canto, tutti costoro abitarono un universo il cui unico comune denominatore fu proprio questa parola (jazz). Sbarcato in Europa, il genere si fuse rapidamente con l'avanguardia e la sperimentazione trovando interpreti più colti e raffinati, ma senza mai arrivare a una sistematizzazione. Chi ne scrisse trovò da riempirsi bocca e sensi con la definizione di 'estetica' (estetica del jazz, ad esempio), parola oggi del tutto obsoleta. E grandi entusiasmi suscitarono sempre piccole imprese parziali chiamate 'enciclopedia del jazz', in cui non si faceva che schedare - strumento per strumento - chi andava in giro suonando.

All'inizio, arrivò qualche termine da fuori (cool, coolster, jam session, be bop, up to date). Ma i cultori più accaniti dovettero attendere i primi anni '60 per vedere questi musicisti vendere qualche disco e addirittura il passaggio dalla Discesa alla Mass Tech per veder formare una prima diffusione meno ristretta ed élitaria (svolta di Davis, collaborazioni, rock-jazz ecc.). Fino a metà anni '60 il jazz vide apporti volontaristici, basati su progressive aggregazioni di musicisti ad altri musicisti a formare trii, quartetti e quintetti. Quello che questa gente non ebbe dalla vita materiale e da una regolarità fu compensato dall'acquisto per ciascuno di un nome. Il termine 'hipster' valse a designare l'appassionato a casa, che imparava quei nomi come tante tesserine di un mosaico sofisticato. Coleman, Shepp, Roach, Rollins... come fogli d'album. Gente che viveva di brevi scritture (come si chiamavano i contratti con un giro di locali) e di partecipazioni ad orchestrine.

Come detto, i circoli erano di pochi gatti. Lo stesso mensile italiano, avuta notizia del matrimonio di Cuppini, pubblicò un riquadro di auguri (questo è il segno che vi dice della dimensione intima). La lingua usata per descrivere concerti e registrazioni su microsolco (parola che restava sempre al singolare, anche con numeri) aveva la stessa passione dei pochi devoti. Anziché ascolto si diceva 'audizione del disco'. Le tracce venivano chiamate 'facce'. E così dicevano ad esempio che alle quattro facce registrate su microsolco avevano partecipato i musicisti seguenti... e via ad elencare. Il cliché era cliscé. Siccome si leggeva jazz-lovers si diceva in italiano 'jazzamatori', facendone un'unica parola. 'Competenti' funzionava allora non da aggettivo ma da sostantivo, come sinonimo di 'esperti' o 'consulenti'. Ecco, abbiamo detto alcune cose che comunque non cambiano l'osservazione iniziale: quella era una lingua ancora meravigliosa.

FAQ. Chiariamo, perché in altra sede hai detto che la natura non ha prostituzione e noi attraversiamo soltanto un cammino (anche nella lingua).
Sì, qui l'osservazione serve a rimarcare quanto quella lingua fosse integra nel senso di 'scevra da contaminazioni'. E può sembrare un paradosso, poiché parliamo di un giornale che era al massimo dell'avanguardia immaginabile. Leggendo la pagina 'consorprese' il lettore medio (ho detto 'medio', eh) è indotto a pensare: "Evidentemente se la tiravano un pochino". Questo è in parte vero: quel gruppo ristretto diretto da Testoni, essendo molto a contatto con una realtà scenica e culturale in lingua inglese, tendeva ad assimilarne molto in fretta i 'nuovi arrivi' e li lanciava con grande disinvoltura. Con un certo coraggio venivano usate a cavallo tra anni '50 e '60 quelle parole mai viste in precedenza (che però venivano lette appunto da due gatti). Linguisticamente, tutto questo si combinava con l'italiano della loro generazione (parliamo, per questa rivista, di gente nata negli anni '10 e '20) e dava un risultato molto bello a vedersi. La costruzione sintattica era rigorosamente ortodossa, si scriveva come si pensava, non si faceva mai errori, si cercava quasi sempre l'espressione migliore ecc.ecc. Quindi, quell'epoca vide una lingua italiana ancora da ammirare.

FAQ. Quando non sarà più da ammirare è perché le contaminazioni la rovineranno?
Quando le giovani generazioni arriveranno a queste cose molto più presto (sesso precocissimo, musica rock goduta da ragazzini di 11 anni, canzonette a tutto spiano, nuovi mezzi di riproduzione che si portano dappertutto) la lingua necessariamente manderà parole come spiccioli di un porta-monete. In questa rivista esse vengono ancora usate con 'raziocinio'. Se andiamo a guardare quella usata dai giovani a metà anni '70 troviamo già un panorama completamente cambiato. Ma succede perché ci siamo inoltrati già nella nostra storia. Leggere le Annate su Memoriale equivale ad entrare dentro un mondo che esplode nei primi anni dell'Ascesa, portando con sé un'immensa quantità di trasformazioni.

Perfino l'uso del termine 'rock', in quel numero del 1961, è oggettivamente 'avanti' rispetto alla società (italiana, soprattutto). In quel momento, pochissimi hanno conosciuto i primi single del filone avviato da Bill Haley. Polillo ne parla come se fosse un fenomeno da analizzare, ma pur sempre un fenomeno nuovo. E logicamente più che Anka e Sedaka non trova, in quel momento. Non erano ancora arrivati nemmeno Beach Boys e i primi Beatles. Poi è interessante notare che egli ascolterà tutto, perché per anni terrà - in contemporanea - una rubrica di brevi recensioni anche su Panorama e parlerà anche di cantautori e di altre cose minime. Il suo fu dunque uno degli scranni più autorevoli e potenti. Ripetendo, tuttavia, che si diresse sempre a pochi (il suo nome non fu mai conosciuto a livello di massa). Io, per una serie di combinazioni felici derivanti anche dall'essere nato al momento giusto, feci a tempo ad accorgermi di tutto. Poi trovavo sempre qualcuno che mi dava degli input, che il mio cervello memorizzava di volta in volta.

FAQ. Quando scopristi 'Musica Jazz'?
Nel 1971. Aveva proprio l'alone delle cose per pochi, con la passione di chi prepara una pietanza genuina fuori città (la redazione era in un luogo appartato di Milano). Era una cosa molto bella, ma lo lessi sempre in modo irregolare. Anche quando entrai dentro quel mondo (1974) non ebbi mai l'istinto di affezionarmi alla rivista, mese per mese. Tuttavia, per me è rimasta sempre quella. Non ha senso, per me, acquistare oggi l'attuale mensile senza trovarci Polillo. Oggi vedo il marchio Hachette Rusconi e non riesco nemmeno a sentire voglia. Le liaisons potevano essere fino a un certo punto gente come Franco Fayenz, finché ci collaboravano. Se non trovo più nemmeno questi, è come se mi dessero un Milan senza Rivera dopo averlo visto con lui per 16 anni. Io sono rimasto sempre legato a quella veste grafica.

Alcune persone impararono realmente una lingua più sofisticata leggendo mensili come questo. C'era anche il gusto di usarla, pensando che non ci fossero nemmeno equivalenti per tradurla. Chi avrebbe mai trovato un corrispondente per 'rock' o 'jazz'? Un'espressione come jam-session è insostituibile. Attraverso queste cose, passarono quelli che furono spinti a seguire quei generi di musica 'non popolare' che venivano ugualmente accostati a quella popolare. Quando il fenomeno diventa 'rock-jazz' (molti diranno 'fusion') ecco che la contaminazione rivelava la trasformazione stessa del mondo. E così a metà anni '70 l'alone di 'circolo per pochi' scomparirà. 'Umbria Jazz' diverrà appetita da molti, e vedremo perfino 'dormitori' in massa all'aperto con sacchi a pelo. Quelle generazioni avevano già vissuto l'immersione nel grande pentolone della lingua contemporanea, di cui avevano assunto tutta la terminologia 'freak'. A quel punto il jazz non è più una cosa da 'unhappy few'. Ecco perché rileggere oggi i numeri degli anni '50 e dei primi anni '60 dà sempre qualche brivido (vero).

Il senso di queste cose si dovrebbe cogliere in una linea continua che innesta novità in coincidenza con il crescere stesso delle generazioni. Nel sito personale (o altrove, chissą) spero di poter dare un'idea ancora pił precisa di questo cammino attraverso gli anni.

Pagina del 27 luglio 2005, ultime modifiche il 17 giugno 2006