
Chi ha detto che l'ordinale romano non può prendere esponente?
La signora Antonella Piazza, dopo il consueto apprezzamento sul sito, mi scrive:
"Il numero romano indicante i secoli non deve essere seguito da alcuna letterina in esponente. Questa regoletta, inculcatami al liceo, e' peraltro confermata da Luca Serianni nella sua 'Grammatica italiana'.
L'osservazione deriva dal fatto che in effetti io uso sempre indicare i secoli con numero seguito da circoletto in esponente (esempio, secolo XX°). Lo faccio perché da sempre sono abituato a scrivere in questo modo. La signora mi dice che la regola sarebbe di non porre esponente e di utilizzare in questo caso il numero romano come cardinale semplice (esempio, secolo XX). Così infatti dicono anche i manuali in circolazione. Bene, io - dico subito - non sono in accordo con questa regola (se così possiamo definirla) o per meglio dire con gli autori che enunciano il principio come tale. E dunque non commetto errore scrivendo secolo XX°.
In genere, dicevano i manuali, gli aggettivi numerali ordinali possono essere indicati:
a) In lettere (primo, quarto, settimo ecc.)
b) Con cifre della numerazione araba accompagnate da un segno esponenziale (2°, 8°, ecc.)
c) Con cifre della numerazione romana senza segno esponenziale (III, VIII ecc.).
Secondo questa regola, dunque, gli esponenti spetterebbero solo alle cifre arabe e non a quelle romane. E perché? Questa è una domanda che dobbiamo sempre porre, quando ci troviamo davanti a un principio che ci viene dato dall'esterno e del quale non riusciamo a capire il motivo. Io, detto in parole povere, non riesco a capire il motivo della regola appena detta. Siccome per accettarne una, come nella scienza, ho bisogno di comprendere la 'ratio' (=il motivo che sta sotto) in questo caso non comprendendola non posso nemmeno accettarla. Cerco naturalmente di farlo, poiché credo che se una regola c'è non può essere stata data a caso. Suppongo che all'inizio avessero ragionato nel modo seguente: siccome il cardinale (3, 77, 55) rimane il medesimo anche quando deve fare da ordinale è giusto che in quest'ultimo caso (3°, 77°, 55°) prenda una letterina all'esponente per differenziarsi. In altre parole, se scrivete '44° gatto' è giusto scriverlo così per distinguerlo da '44 gatti'. L'esponente infatti serve a dire 'quarantaquattresimo' e non 'quarantaquattro'. Allora, dico io, perché non ragionare allo stesso modo con la numerazione romana? Qui suppongo che mi avrebbero risposto: perché la numerazione romana viene usata per l'ordinale e non per il cardinale (scriviamo secolo XX, ma non III gatti per dire 3 gatti). Ragionando così, però, abbiamo soltanto confermato l'uso ma non abbiamo ancora spiegato il motivo della regola. Se l'esponente va usato per indicare l'esimo di una serie (il quattordicesimo, il quindicesimo ecc.) esso andrebbe usato anche con la numerazione romana, perché anche il secolo XIX è l'esimo della serie. Non è secolo venti, bensì secolo ventesimo. Allora perché non volete dargli l'esponente scrivendolo con cifra romana? Intendo dire che da questo punto di vista non vi è differenza: se voi scrivete 4° dovreste scrivere anche IV° poiché è lo stesso concetto. I numeri romani non hanno una differenza concettuale con quelli arabi. Noi li usiamo oggi solo per le successioni o le serie, ma essi indicano la stessa cosa indicata da quelli arabi (=un numero).
Potrebbe esserci un altro ordine di motivi, puramente grafico? Non lo vedo. Se io scrivo 5° per dire quinto non vedo perché sia un errore scrivere V°. Anzi, io direi esattamente il contrario. E' preferibile dare un esponente anche all'ordinale romano, poiché se ponete attenzione alla possibilità di equivoci concluderete che l'esponente vale a completare la serie anche in senso grafico. Scrivere V° serve proprio ad evitare il rischio di far pensare alla lettera V. Pensate alla famosa gaffe di Mike Bongiorno, che nel suo 'Rischiatutto' lesse un Paolo Vi poiché leggeva appunto Paolo VI. Io ritengo che se gli autori gli avessero scritto Paolo VI° egli non sarebbe incorso in quella gaffe.
La pagina presente serve dunque a mettervi in guardia: anche dove esista una regola già ufficiale e diffusa, occorre anzitutto comprendere il motivo. Se alla base della regola non ne trovate uno sufficiente, la cosa deve mettervi in sospetto. Ragionando, scoprirete magari le lacune delle origini e concluderete che il vostro 'fare diversamente' è tutt'altro che errato.
La differenza tra una persona 'non iniziata' e una 'iniziata' è che la prima dice: "Ma io ho sempre fatto così", mentre la seconda cerca di rendersi conto. In questo rendersi conto, sta proprio il fatto di essere un autore (come vi dicevo) e non un semplice appassionato. Non accettando una regola già esistente, un linguista potrebbe perfino aver ragione e dunque apportare conseguenze importanti a una lunga tradizione. Se voi mi scrivete che Tizio nel suo manuale scrive così, dovete sempre pensare che il sottoscritto in quanto linguista ha una sua versione.
C'è di più: contrariamente agli altri, ho anche affermato che nella lingua non sono possibili due diversi modi conviventi. I parlanti possono anche continuare a dire 'èdile'. Fatto sta che si dice 'edìle'. Se i due modi di dire hanno convissuto, significa che purtroppo il diffondersi di due diversi usi è rimasto nel tempo oppure potrebbe anche significare che i manuali non abbiano chiarito a sufficienza la legittimità dell'uno e dell'altro (responsabilità dei linguisti). L'esistenza di un motivo all'origine determina in teoria la prevalenza di una o dell'altra cosa. Se motivo non v'è, come ha spiegato la grammatica Monni per il caso dei numerali romani con esponente, non potete osservare una regola poiché regola non vi fu.
Pagina del 30 maggio 2006 - Ultime modifiche il 5 giugno 2006