
Rendere in un'altra lingua non è altro che far vincere una parola
Ormai sappiamo che l'autore preferisce parlare del rendere più che del tradurre. Rendere non è cosa facile comunque. Non lo è nemmeno per un traduttore, perché la lingua originale (source) si rivela sempre distante da quella a cui passare (target). Sia per l'ordine, sia per la sintassi, noi ci troviamo sempre a che fare con un uomo che si esprime in un modo che un altro non contempla. Per quanto il discorso sia identico, un cittadino americano lo esprimerà nella sua lingua in un modo completamente differente da uno italiano. Anche messe a confronto, le due lingue risulteranno molto distanti dovendo recuperare non solo parole non corrispondenti ma anche strutture divergenti.
Il nostro discorso, ovviamente, prende in considerazione diverse epoche (vedi pagina sulla traduzione). Fino a metà anni '60, l'attività dei traduttori fu relativamente tranquilla. Esisteva una certa quantità di incarichi, commissionati dagli editori, ma non si avevano grandi fastidi né obiezioni arrivarono mai a porre dubbi sull'attività di ciascuno. Fu con il boom degli Oscar Mondadori (Empireo) che qualcosa lentamente cambiò. Pian piano ci si trovò davanti a una lingua più complessa e anche il livello dei traduttori dovette crescere. Insomma, un conto era tradurre 'Moby Dick', un altro tradurre Salinger. E affinandosi, molti professionisti scoprirono essi stessi di non avere bagaglio sufficiente per dare impulso a un'opera loro (abbiamo infatti spiegato che per essere buoni traduttori occorre essere anche buoni 'italianisti'). Non lo confessarono mai, naturalmente. Noi oggi ci accorgiamo, a 45 anni di distanza, che la Motti non aveva fatto una bella traduzione del romanzo di Salinger. Ma lo stesso capiterebbe in tanti altri casi. Ai traduttori non mancava tanto un dizionario, sia materiale (a fianco a loro) sia letterario (dentro di loro). Mancava proprio l'espressione migliore, quella che - secondo il nostro insegnamento - avrebbe vinto a mani basse quel dominio. Ecco il succo della questione. Il difetto di molti traduttori stava nel dare sì un significato che si avvicinava ma di non trovare che raramente quello migliore dentro il mazzo. E alla fine avremmo detto che in quel modo ci sarebbero arrivati tutti.
Il traduttore migliore tra venti o trenta sarebbe quello che 'acchiappasse' (proprio come un pescatore) la preda linguistica migliore in un dominio occupato mediamente da sette o otto parole/espressioni. Siamo dunque rientrati nel sacro recinto del dominio, per ribadire che rendere non è altro che trovare il vincitore di ciascun dominio. Se dunque avessimo, per ipotesi, venti traduzioni in italiano di un romanzo inglese, scopriremmo che la migliore è quella che in 250 pagine trova (=utilizza) il maggior numero di espressioni vincenti in quel dominio che si rende in altra lingua. Per esemplificare, ho scelto di analizzare l'inizio di un capitolo del romanzo 'The Vicar of Wakefield' (1766), dell'inglese Oliver Goldsmith. Qui si ha come lingua originale un inglese che oggi definiremmo 'arcaico', classico in molte espressioni ma anche prolisso e non più 'guardevole' in altre. Vediamo come nel 1959 rese il capitolo II° Renato Prinzhofer, per conto di Mursia editrice. Ho suddiviso in tre colonne, riservando alla prima la versione originale, alla seconda la versione italiana di Prinzhofer e alla terza la mia nota che evidenzia quale frase avrebbe invece vinto quel dominio e avrebbe dunque dovuto essere usata in sede di traduzione. Se vi è errore o improprietà, lo evidenzio in rosso. Ma non sempre vi è un errore: laddove trovi un'intuizione felice del traduttore lo dirò espressamente e in quel caso evidenzierò in blu rendendo comunque nella terza colonna come avrei fatto io medesimo.
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The temporary concerns of our family were chiefly committed to my wife's management, as to the spiritual I took them entirely under my own direction. The profits of my living, which amounted to but thirty-five pounds a year, I made over to the orphans and widows of the clergy of our diocese; for having a sufficient fortune of my own, I was careless of temporalities, and felt a secret pleasure in doing my duty without reward. I also set a resolution of keeping no curate, and of being acquainted with every man in the parish, exhorting the married men to temperance and the bachelors to matrimony; so that in a few years it was a common saying, that there were three strange wants at Wakefield, a parson wanting pride, young men wanting wives, and ale-houses wanting customers. Matrimony was always one my favourite topics, and I wrote several sermons to prove its happiness but there was a peculiar tenet which I made a point of supporting; for I maintained with Whiston, that it was unlawful for a priest of the church of England, after the death of his first wife, to take a second, or to express it in one word. I valued myself upon being a strict monogamist. I was early inititated into this important dispute, on which so many laborious volumes have been written. I published some tracts upon the subject myself, which, as they never sold, I have the consolation of thinking are read only by the happy Few. |
Le mansioni temporali della famiglia erano interamente affidate a mia moglie; io m'ero riservata l'esclusiva della direzione di quelle spirituali. Gli introiti del mio beneficio, che ammontavano a non più di trentacinque sterline l'anno, io li cedevo a vantaggio degli orfani e delle vedove dei preti della diocesi. Abbastanza ricco per patrimonio mio, poco curavo i miei incerti, e dentro di me provavo un segreto piacere nell'adempiere gratuitamente ai miei uffizi. Avevo inoltre risoluto di non tener alcun supplente, mettendomi direttamente a contatto coi miei parrocchiani, che conoscevo personalmente ad uno ad uno. E non perdevo occasione di esortare i mariti alla temperanza, gli scapoli a prender moglie, di modo che in capo a pochi anni si notava come una bizzarria che a Wakefield tre cose si sarebbero cercate invano, ed erano: un vicario orgoglioso, le ragazze per i giovani che volevano accasarsi e gli avventori per le bettole. Il matrimonio è sempre stato uno dei miei temi preferiti e ho scritto parecchi sermoni per dimostrarne i vantaggi e la felicità: e vi fu sempre un punto che mi applicai più particolarmente a sviluppare. Io sostenevo, con Whiston, esser cosa illecita ad un sacerdote della chiesa anglicana di passare a seconde nozze; mi gloriavo insomma d'essere monogamo rigorosamente. Di buon'ora mi ero iniziato a questa grande questione, sulla quale si scrissero tanti volumi. Io stesso ho pubblicato alcuni trattati su quest'argomento, e siccome non si riuscì mai a venderli, mi consolo pensando che non ebbi per lettori che il piccolo numero degli eletti. |
Alle cose materiali della mia famiglia badava principalmente mia moglie, mentre io mi curavo in esclusiva di quelle spirituali. Cedevo i miei guadagni, che ammontavano a non più di trentacinque sterline l'anno, a beneficio di orfani e vedove dei preti della diocesi. Avendo un patrimonio sufficiente per conto mio, non mi curavo dei beni materiali e provavo per il resto un godimento tutto mio nel fare quel che dovevo senza ricompense particolari. Avevo inoltre deciso di non avere assistenti, tenendo contatti io stesso con parrocchiani che avrei conosciuto personalmente; di ricordare la virtù della temperanza agli uomini sposati e i vantaggi del matrimonio agli scapoli. Così, nel giro di pochi anni si usava sempre dire che si sarebbero desiderate, abbastanza stranamente, tre cose a Wakefield: un vicario con orgoglio, giovani donne per i giovani del posto e clienti per le bettole. Il matrimonio è sempre stato uno dei temi a me più cari e vi dedicai anche molti discorsi per dimostrarne i vantaggi e la felicità, ma vi fu allo stesso tempo un punto che mi applicai a sviluppare. Io sostenevo, con Whiston, esser cosa illegittima per un sacerdote della Chiesa Anglicana prendere una seconda moglie o comunque farlo con una semplice dichiarazione. Mi ritenevo, insomma, rigorosamente monogamo. Fui iniziato presto a questa materia così importante, sulla quale furono scritti così tanti volumi. Io stesso ne ho scritto e pubblicato, e visto che non furono venduti mi piace l'idea che essi siano letti da pochi. Pochi ma buoni. |
Ecco, abbiamo cominciato da una traduzione non bella e di livello medio-basso, con un tantino di incuria che oggi potremmo definire 'mancanza di talento nel reperire il dominio'.
FAQ.
Perché 'piacere segreto' lo traduci con 'godimento tutto mio'?
Perché
'piacere segreto' è troppo forte ed è un'altra cosa.
Piacere segreto è quello di un feticista, di un uomo che
riveli le sue tendenze sessuali (che nella vita nasconde), o quello
di chi magari compia atti di nascosto e che gli altri non conoscono.
Qui l'autore intendeva dire semplicemente che a questa persona
piaceva quella cosa dentro di sé. Siccome non è cosa
licenziosa o proibita, tradurre pari pari in italiano suonava troppo
forte. E' la conferma che una traduzione corrispondente spesso non va
bene, perché una stessa parola assume significati diversi.
'Piacere', due secoli fa, era una parola più astratta e
idealistica. Oggi la utilizziamo con mire molto più precise.
FAQ.
Perché quella conclusione?
Anche qui per
motivi simili, con in più qualcosa di letterario. Happy Few è
un'espressione ormai notissima, e vale a definire il 'pochi ma
buoni' (vedi i ricorrenti discorsi del sottoscritto, nel valorizzare
le mie poche migliaia di lettori rispetto alle centinaia di migliaia
di un portale). Prinzhofer pensò di ri-creare e rese con 'gli
eletti'. Va bene, e difatti non l'ho nemmeno evidenziato. Ma qui era
proprio il concetto dei pochi che si sarebbero potuti permettere
quella lettura, contrapposti ai molti risultanti da una vendita. Come
vedete, questo tema - affrontato da me nell'ultimo seminario - era
conosciuto e dibattuto già allora. Grave invece l'errore dell'early
initiated. Se diciamo 'di buon ora'
sembra sia 'alle sei di questa mattina'. L'autore intendeva dire 'presto,
nella vita' cioé da molto giovane. E anche il
'consolarsi' qui era troppo forte, perché questo verbo lo
utilizziamo in occasioni più precise con 'dolore',
'sofferenza' e 'ricompensa'. In precedenza, avrete notato l'omissione
del farlo con una semplice dichiarazione. Spesso succedeva
proprio questo: magari il traduttore non aveva capito o non sapeva
renderlo e allora saltava un frammento del testo originale.
Ora passiamo a una traduzione di livello decisamente più alto. Siamo all'interno di un'opera molto successiva, 1851. E' il capolavoro di Melville, 'Moby Dick'. Un romanzo all'epoca ignorato e bistrattato, che come al solito dovette attendere molti anni prima di assurgere a un livello molto alto di considerazione da parte del pubblico e anche della critica. Nemi D'Agostino curò per Garzanti la versione italiana, che comparve anch'essa per la prima volta nell'era dell'Empireo. Romanzo non facile da rendere, che celava vari trabocchetti e per di più esigeva dal traduttore una resa di termini tecnici non sempre agevole. Prendiamo proprio l'incipit.
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Call me Ishmael. Some years ago - never mind how long precisely - having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen, and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people's hats off - then, I account it high time to get to sea as soon as I can. This is my substitute for pistol and ball. With a philosophical flourish Cato throws himself upon his sword; I quietly take to the ship. There is nothing surprising in this. If they but knew it, almost all men in their degree, some time or other, cherish very nearly the same feeling towards the ocean with me. |
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quando esattamente - avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po' per mare, e vedere la parte equorea del mondo. E' un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l'ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m'imbarco. E non c'è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l'oceano. |
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa quanto precisamente - avendo poco o nulla in tasca e niente che mi interessasse in particolare, pensai di andare un po' per mare a vedere la parte liquida del globo terrestre. E' il mio modo di scacciare la tristezza e di regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo a storcere la bocca; ogni volta che mi ritrovo nell'anima un mese di novembre particolarmente umido; ogni volta che mi capita di sostare come per fare una pausa davanti ai magazzini di casse funerarie e di accodarmi alle processioni che incontro per strada; e soprattutto ogni volta che l'ipocondrio mi prende talmente da dovermi imporre con la volontà morale di non uscire in giro a fare il mendicante, allora mi rendo conto che è tempo di andare subito per mare. E' per me quello che per altri sono la pistola e la pallottola. Con un gesto filosofico ostentato Catone si getta sulla spada. Io, in silenzio, m'imbarco. Non c'è niente di strano in tutto questo. Basterebbe soltanto che lo sapessero e prima o poi quasi tutti avrebbero lo stesso feeling per l'oceano. |
1857, appena qualche anno dopo e siamo alla pubblicazione definitiva di 'Madame Bovary', dopo un'anticipazione a puntate. Cose per l'epoca molto avanzate e che giustamente finirono per fare storia. Oggi risulterebbero quasi 'ordinarie' alla vista di chiunque (ma si sa che gli esseri umani sono ancora sensibili a quel che vedono sulle enciclopedie). Questa è una traduzione molto più facile, anche perché le due lingue procedono con strutture molto simili e parole poco intercambiabili. In casi come questo, la ricerca della perfezione troverà al massimo piccole sfumature che arrotondano o precisano meglio. Ce ne accorgiamo proprio da questo estratto (parte terza) nella versione italiana di Gerolamo Lazzeri, sempre per Mursia e sempre nell'era dell'Empireo.
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Etait-ce sérieusement qu'elle parlait ainsi? Sans doute qu'Emma n'en savait rien elle-même, tout occupée par le charme de la séduction et la nécessité de s'en défendre et, contemplant le jeune homme d'un regard attendri, elle repoussait doucement les timides caresses que ces mains frémissantes essayaient. - Ah! pardon, dit-il en se reculant. Et Emma fut prise d'un vague effroi devant cette timidité, plus dangereuse pour elle que la hardiesse de Rodolphe quand il s'avançait les bras ouverts. Jamais aucun homme ne lui avait paru si beau. |
Parlava così, seriamente? Emma non ne sapeva certamente nulla, tutta presa dal fascino della seduzione e dalla necessità di difendersene e, contemplando il giovane con uno sguardo tenero, ne respingeva dolcemente le timide carezze, che le mani tremanti tentavano. - Ah, scusate! - diss'egli, scostandosi. Ed Emma ebbe una vaga paura, davanti a quella timidezza, per lei più pericolosa dell'ardimento di Rodolfo, quando s'avanzava con le braccia aperte. Nessun uomo le era mai sembrato così bello.
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Era seria, parlando così? Presa dal fascino della seduzione e dalla necessità di difendersene, Emma certamente non ne sapeva nulla lei stessa e contemplando teneramente con lo sguardo il giovane ne respingeva dolcemente le timide carezze che quelle mani tentavano frementi. - Ah, scusatemi! - disse egli, tirandosi indietro. Ed Emma fu presa da una vaga paura davanti a quella timidezza, per lei più pericolosa dell'ardimento di Rodolfo quando questi si faceva largo a braccia aperte. Nessun uomo le era mai sembrato così bello. |
Però basta tornare all'inglese e si ritrovano tante imprecisioni, a conferma che le lingue con strutture diverse non prevedono in pratica un passaggio vero e proprio (si chiude con una e ci si reinventa nel nuovo territorio). In 'A Portrait of the Artist as a Young Man', di James Joyce, Cesare Pavese (Adelphi, 1976) traduce addirittura (battute finali) un Willie, we have missed you con Willie mancavate voi e non con il corretto Willie, ci sei mancato. Qualche pagina prima l'inglese I hear you are writing some essay about esthetics viene reso con Sento che scrivete...(erroraccio) anziché come Ho saputo che state scrivendo.... Questi sono i classici errori che si facevano 50 anni fa, quando le espressioni in lingua inglese non erano note come sono oggi che abbiamo una grande quantità di supporti audiovisivi e conosciamo trappole varie, compresi falsi amici. Pavese, che era un buon narratore ma una persona un pochino sprovveduta nella vita, fu uno di quelli che spesso caddero nella famosa trappola del 'passaggio automatico'.
Pagina del 31 maggio 2005