Periferia

(1) Caso classico in cui la genesi di una parola è sconosciuta. Si potrebbe pensare a un'origine che ha a che fare con la geometria, poiché diversamente avrebbe avuto diffusione un altro tipo di concetto.

(2) Lo spunto è venuto naturale appena ho visto sui giornali prevedibili filetti che facevano della periferia un problema sociologico. Ennesimo manifestarsi dell'uomo vecchio, che non va mai al sodo e non vede la realtà di un concetto (che può anche essere inconsistente e perfino inesistente).

(3) Le riflessioni, paradossalmente, non venivano dall'interesse della cosa ma proprio - all'opposto - dalla sua inconsistenza. E' come se vi affidassero un'idea senza costrutto e sentendola anche in giro non faceste che domandarvi che senso abbia.

(4) Come quel signore, vegliavo. Vegliai per anni sopra l'inconsistenza stessa del concetto. Quando, come in questi giorni, vidi commenti riferiti alla società restai sempre perplesso.

(5) Questo tipo di attrazione ha qualcosa della reazione approntata contro qualsiasi costruzione irreale (spacciata per reale). Voltando lo sguardo, voi andrete verso un'altra direzione quasi a voler significare che gli altri agitano 'aria fritta'.

(6) Tale pensiero vi verrà spontaneo ad esempio nell'osservare un palazzo molto signorile ed elegante nel bel mezzo di una periferia malridotta (capita).

(7) Sembra strano, eppure il raddoppiamento non suona uguale dappertutto. Alcune città, con nome reiterato, risultano più efficaci in questa funzione (Napoli è tra queste). Per altre, la cosa risulta talmente piatta da domandarsi se valga la pena raddoppiare.

(8) La mia curiosità è sempre andata al fatto che sono molti i fattori che sconsigliano di abitare nel centro storico. Ma uno, in particolare, spinge ancora oggi a farlo. Potete immaginarlo voi stessi.

(9) La lingua risulta senza-meta proprio quando gli interrogativi risuonano senza una risposta aderente a una realtà immaginabile. Andare ad abitare vicino a piazza Duomo è sicuramente 'andare ad abitare in centro (città)". Andare ad abitare in Viale Famagosta non è 'essere alla periferia di qualche cosa'.

(10) Una città come Gerusalemme è tra quelle che annullano il concetto alla sua radice, poiché fuori dal noto recinto storico non vi è distinzione. Si tratta semplicemente di alcuni quartieri congiunti, che difficilmente danno l'idea di una periferia e di un centro.

(11) Questo interrogativo sembra contraddire quello che ho detto fino a questo punto. Viceversa, ne è la conferma. Se non è più città, significherebbe che la città terminava prima e allora farebbe parte di un altro comune. Se è ancora città, significa che ne fa parte allo stesso titolo di altri quartieri.

(12) Questa frase testimonia di un'appartenenza al luogo di chi la dice. E' come se non si accettasse di vedere estendersi la propria città oltre un certo limite. Alcuni dicono che esistono 20 Milano diverse. Altri, semplicemente, rendono unico l'oggetto e non ammettono più propaggini oltre un certo punto della superficie urbana.

(13) La psicologia vede i mezzi di trasporto come la vera cinghia di collegamento, quando non vi sono altri motivi. Se vi arriva la metro, dicono, il quartiere vale anche di più. Tutte cose fittizie. Basterebbe vedere una città rasa al suolo e i valori si annullerebbero anche qui.

(14) Le scienze hanno un centro, ma non una periferia. Questo dipende proprio dal fatto che il primo concetto esiste, il secondo no. La visione olistica, poi, demolisce proprio questa visione 'dissociata' delle cose.

Nel processo di formazione della parola 'periferia', c'è un 'portare intorno' (1). Apparentemente, un'idea distante da quella a cui avremmo più tardi accostato questo termine. L'unico legame serio con l'idea odierna sembra il fatto che portando qualcuno intorno a una città con un perimetro lo si porti appunto 'in periferia'.

Nella giornata in cui incidenti drammatici nella periferia di Parigi (2) mi danno spunto per questa pagina, non posso non tornare a un concetto che ho sempre amato. Ad esso vi ho dedicato per tutta la vita una grande quantità di riflessioni (3), soprattutto in movimento. Per immaginarlo, pensate alla pagina di Grammatiche in cui vedete un signore che sta in piedi sopra una piazza di Milano nel settembre 1957. Ho sempre avuto lo stesso atteggiamento, davanti a questa parola (4). Il suo concetto mi tornava sempre, ogni qual volta ripercorrevo le vie delle città più lontane dal centro. Che mi trovassi a Parigi, a Washington, a Hong Kong trovai sempre una grande attrazione (5) nel recarmi in periferia. Una volta lì, mi domandavo proprio quale fosse la differenza che avrebbe separato quei luoghi dal centro a prescindere dalla prossimità al cerchio più estremo di uno spazio eventuale a circonferenza. Concepita la pianta di quelle città come un circolo, era facile immaginare che la loro periferia scorresse lungo la linea di quel cerchio mentre intorno al centro della circonferenza stava il centro della città stessa. Da sempre, i due concetti si opponevano.

Nella vita quotidiana, si registra(va)no le uniche appendici, e sono risultati che alterano il mercato rendendo più conveniente all'acquisto quello che potrebbe risultare perfino più prezioso (6). Se tu comperi un appartamento in periferia spendi molto meno. Se tu vivi in periferia è più probabile che debba prendere un mezzo di trasporto per recarti al luogo del lavoro. Se tu giri nella periferia, si presume che lo sguardo cada su palazzine popolari e marciapiedi dissestati. Immagini viste tante volte, che mai però fecero una grande letteratura.

La periferia si segnalava spesso per la scarsa illuminazione, che si opponeva alle luci del neon commerciale e alle insegne dei grandi magazzini. Nei simboli, la periferia resta quella del degrado e dello squallore. La periferia, da che si costruisce in altezza, è il luogo in cui si concentrano quelli che non possono. L'altezza può esserci ugualmente, ma allora è torre, palazzina popolare, alloggio per gente povera.

Se tu citi una grande città, con non meno di 1 milione di abitanti, il primo pensiero dell'interlocutore è rivolto al luogo in cui abiti. Oggi tutti conosciamo tutti i nostri grandi centri urbani, e al massimo ci divertiamo a farne un rompicapo. Abito a Napoli / Ma... Napoli Napoli? (7) Il raddoppiamento, in lingua italiana, suona come rafforzativo per indicare che non si sta in uno dei tanti palazzoni che gravitano attorno a quella città ma in una delle vie ormai note a tutti. Nelle altre lingue agiscono diversi meccanismi, come la Grande ... (nome della città) o il perimetro urbano. Come per i confini nazionali, non vi è chi non provi un senso del ridicolo a porsi nelle linee che dividono.

Il mio pensiero è sempre andato al centro storico con una punta di curiosità per chi vi risiede (8). A me non è mai capitato. A Cagliari risiedevo all'uscita della città, vicino al lungo viale che porta a Quartu. A Roma, la prima casa fu vicino al lungo viale Colombo che porta all'Eur. A Genova, risiedevo vicino al lungo viale che fa uscire dal centro residenziale immettendo in Sturla. A Milano abitavo nella piazza de Angeli. Per ciascuna di queste abitazioni, il primo pensiero che mi occupò la mente fu l'idea di quanto il sito fosse 'lontano dal centro'. Era come se il mio cervello si divertisse a sviscerare un falso concetto, poiché ogni volta non trovava ad esso una delimitazione. In fin dei conti, a Cagliari si arrivava in centro in appena 15 minuti di strada a piedi. A Roma e a Milano, la metropolitana mi portava in centro nello stesso spazio temporale. A Genova soltanto, per uscire usavo l'automobile con regolarità. Ma attraversando Albaro non si aveva mai l'impressione di venire da una periferia. La pianta stessa di Genova presenta tuttora una agglomerazione di tante città, che furono accorpate dalle amministrazioni comunali per conseguirne i giusti vantaggi. La stessa idea, che diminuisce il concetto, prende la mente di chi abiti nella lontanissima Nervi (sempre Genova) e si trovi ad avere sotto casa tutto, ma proprio tutto. Siamo alla periferia di che? (9) Questo potrebbero chiedersi, in qualsiasi luogo della Terra. Qualsiasi turista trova logico recarsi immediatamente nella City (ecco la parola che si oppone), dove troverà monumenti, palazzi illustri, locali famosi, movimento. 'Downtown', registrata su Memoriale come manifesto del 1964, invitava proprio a recarsi nel centro cittadino per vincere sensazioni negative. Io, come attirato da una calamita, trovavo più logico visitare luoghi lontani dal centro o dalla City. La cosa magica è che il più delle volte non lo facevo di mia iniziativa. Erano le circostanze a portarmici. A Parigi significava fare un bel giro nel più grande 'marché aux puces', all'uscita dalla Porte de Clignancourt, o dirigersi nella parte opposta attorno alla Mairie d'Ivry. Se avessi desiderato respirare, sarei andato ad Ovest al Bois de Boulogne. A Londra vissi stabilmente in periferia (come tutti, data la piccolezza della City in superficie), andando a Beckenham. E la periferia londinese è certo tra le più autonome e servite del mondo. A Washington, atterrito dal suo centro, mi misi a camminare nei vari Park (Woodley, Riggs) che circondano il perimetro propriamente detto. A New York trovai sempre più eccitante perdermi nei vicoli miseri del Bronx e nelle strade 'di mercato' di Brooklyn, dove potevo guardare alla City da lontano. La pur interessante City di Hong Kong mi pareva nulla rispetto a quei palazzoni dei dintorni, raggiungibili in pochi minuti con il metro o con la linea ferroviaria. A Gerusalemme si arrivava in periferia in un attimo: bastava camminare attorno al Monte degli Ulivi o provare a recarsi a Betlemme coi propri piedi visto che il luogo era sorvegliato e aveva trasporto difficile (10). Sempre ebbi in memoria un'immagine della periferia molto più che una del centro.

Eppure vidi sempre, la City. Non potevo non vederla: se avessi voluto far felice un tassista pochi dollari mi avrebbero scarrozzato nelle vie più conosciute. Ma le cose più abituali, come il prendere un alloggio o andare a trovare una persona, mi capitarono distanti. Tornava soprattutto l'interrogativo che ne avrebbe fissato il limite: era ancora città, quella? (11) Quando nel 1995 andai a vivere a Milano, girai a lungo - molto preso - a Rozzano e Assago. Due luoghi che mi parevano magnifici, perché la vista offriva villette eleganti e parchi. Mi chiedevo perché mai non avrei potuto risiedere lì, anche ammesso che fossero troppo distanti dal centro di piazza del Duomo. Ma non è Milano. (12) Me lo dicevano con la stessa sicurezza con cui mi avrebbero detto che vedere Bari non è visitare l'Italia. Fatto sta che erano comprese in quella cinta e un bus quasi urbano le collegava comunque al centro (13).

Nel nostro corpo, alla periferia sono la testa (Ariete) e i piedi (Pesci). (14) Eppure sono le due parti decisive: con la prima pensiamo, con i secondi poggiamo sul suolo e ci muoviamo. Per le città non fu mai detto che una periferia fosse la parte pulsante, un polmone. Al massimo vi si installano milioni di poveri, che poi faranno la spola ogni mattina. E pare che in periferia non si possa vivere. Da sempre veniamo quasi sopraffatti dall'ovvia constatazione che dopo le 17 in periferia è come un mortorio. C'è il coprifuoco, dicono. Perché hanno paura. Il centro atterrisce per l'enorme quantità di movimenti e per il caos globale che lo anima. La periferia opprime per la sua mancanza apparente di anima(zione). Forse è per questo che alcuni cominciano a ribellarsi, facendo pesare la loro ribellione con atti vandalici su auto e strutture. Eppure quelle auto e quelle strutture, se potessero parlare, direbbero di non essere diverse da quelle del centro.

Sarà vero che le periferie sono abbandonate dai Comuni? Io non credo. A differenza che in passato, abbiamo Internet. Lavorando in rete non solo non esistono più frontiere, ma nemmeno periferie. Tutti viviamo nello stesso luogo. E poi, nei quartieri meno centrali hanno introdotto perfino diramazioni burocratiche, consultori, immensi centri commerciali. Da sempre, le periferie godono di parchi quanto e più dei centri. Se avete banca, attività e tranquillità domestica (anche nel palazzo più misero) non avete veri motivi per essere 'di periferia'. Insomma, la lontananza della periferia non può essere una cosa molto reale, se la rapportiamo al nostro essere. Chi sa che non esiste solitudine non la sente nemmeno nella punta più estrema della Terra. Quando andai a Ushuaia, all'estrema punta sud dell'Argentina, trovai da chiacchierare e mi divertii. In albergo ero l'unico, tanto che passai molte ore a parlare con la coppia di anziani che lo gestiva. Se andate in un albergo al centro di New York, non vi capita mai. Vedete che non è tutta periferia quel che sembra. Sarà ovvio dirlo, ma dipende da noi. Se noi ci sentiamo sperduti a Manhattan, la nostra vera periferia di New York sarà quella. Non esistono periferie esternamente al fatto di sentirle nel nostro corpo. Queste riflessioni dovrebbero servire, per non indurre ad esagerare quella contrapposizione tra centro e dintorni in un momento così difficile. Del resto, le carte sono chiare. O siete in un arrondissement, per quanto lontano possa essere da St.Germain de Près, o siete in uno di quei comuni limitrofi. O siete entro l'Eur e la Nomentana o siete nei sobborghi di Roma. Voi magari direte ugualmente di abitare a Parigi o a Roma, ma le parole contano poco. Io non credo che esistano davvero le periferie. Tanto meno quelle urbane. Provate a dirlo a qualcuno di coloro che si stanno ribellando e tranquillizzateli: se non sono felici, avrebbero fatto quegli atti anche se abitassero nel centro.

Pagina del 7 novembre 2005 - Colonna a sinistra dell'8 novembre 2005 - Pagina ripubblicata con lievi modifiche il 23 dicembre 2006 come link dall'INFO dell'autore