
Suicidio
'Sui-cidio' è il taglio, l'uccisione di se stessi. Chi commette suicidio (l'inglese accettò il verbo solo con questo matrimonio) è chi fa un atto che improvvisamente pone fine alla sua esistenza terrestre, senza sapere se lo attende qualcosa.
Chi ne parla lo fa per piangere la perdita (parenti, amici, simpatizzanti) o per sottolineare con più razionalità che non era il caso. Il non conoscere gli sviluppi rende questo secondo atteggiamento gratuito e poco sensato. Nessuno di noi dovrebbe osare esprimere giudizi, perché si tratta comunque di una scelta personale sul proprio corpo poco sindacabile dall'esterno. Quando è compiuta lucidamente, tra l'altro, implica una dose notevole di coraggio che pochissimi hanno. Quasi impossibile reperire invece reazioni entusiastiche alla notizia. Perfino chi può avere motivi per rallegrarsi della scomparsa di una persona al massimo tace e gioisce di nascosto, in gran segreto.
La parola ha avuto qualche campo esteso, più che altro per indicare una fine o un fallimento procurati in modo autolesionistico. Noi anche qui abbiamo voluto scavare, dando campi sottilissimi ma pur sempre separati.
1) Fine della vita per propria mano, per motivi molto chiari
Gino spiegò poi il suo tentato suicidio del 1963
2) Fine della vita per propria mano, per motivi solo chiacchierati e mai appurati
Il suicidio di Luigi mise in subbuglio il festival, nel 1967
3) Decisione di morire anzitempo per motivi sociali
Mille tentativi di suicidio ogni anno tra i ragazzi di Milano (Corriere della Sera, 11 marzo 2005)
Tutti gli aderenti alla setta si stesero per terra e fecero il suicidio collettivo
4) Decisione di morire anticipando la natura
Molti anziani degenti in ospedale sono favorevoli all'eutanasia, anzi la chiamano 'suicidio dolce'
5) Decisione di morire accelerata da altri
Quel debito con gli strozzini contribuì a portarlo al suicidio
6) Atto o condizione che porta enorme danno a se stessi
Quel passaggio al portiere all'ultimo minuto è stato come un suicidio
Correre con tutti quegli stimolanti è stato un suicidio
L'emissione avviene sempre in modo lucido. E' raro che il momento in cui si nomina la parola coincida con un'emozione profonda del parlante, perché il concetto è crudo e funziona più che altro come constatazione.
La parola infatti figura più negli scritti, nelle cronache che nella lingua parlata. In genere, quando davvero dovrebbero citare la parola, usano gergo (farsi fuori, accopparsi, andare via, ecc.). Nei campi 1 e 2, poi, si preferisce ugualmente dare l'evento con un'altra parola, anche eufemistica. Quando invece si tratta della cosa morale del campo 6, che è solo metafora, la gente non esita a nominare la parola. Si direbbe che nel campo 6 valga proprio l'efficacia del paragone, mentre negli altri sia troppo crudo citare direttamente il termine.
Nel dominio è solo e incontrastato. In 5 casi su 100 non viene soltanto perché si diventa poeti e si dice 'fine' o cose simili. Non mi è venuto, di pensare ai passaggi in musica.
DOMINIO: 95%
Qui bisogna capire il concetto. Il 95% di dominio significa: su 100 frasi in cui dovremmo nominarla lo facciamo in 95, nelle altre 5 ne diciamo un'altra. L'osservazione precedente riguardava più che altro il concetto, che viene analizzato a livello popolare nominando poco il sostantivo. Si preferisce parlarne - quando lo si fa - con verbi o sostantivi eufemistici.
FAQ - Ci sono altre sfumature oltre a queste sei? Sì, ma solo in senso filosofico oppure sociologico. Se si affronta il concetto in termini alti o comunque in forma di ragionamento, vengono fuori altre connessioni. Ma sono cose che pochi avrebbero capito.
Pagina dell'11 marzo 2005