
Leggendo
ancora carta su religioni e scienza
Padre
e figlio dialogano, leggendo un libro, e citano Monetti col pronome 'Lui'
Posso
guardare prima dal fondo?
Sì, ma
sono le solite cose. In fondo al libro ti dicono sempre che la
persona fa questo, che ha scritto quell'altro, che ha vinto questi e
quei premi... a leggere queste cose sembra sempre che la Terra sia
popolata di geni. Inutile fare osservazioni. Secondo la loro
mentalità, quella è una presentazione. Pensa se uno,
incontrando un altro in una sala, gli dicesse: "Buongiorno,
sono Piergiorgio Odifreddi, insegno presso queste due
università, ho scritto nel 1988 quel libro, poi nel 1991
quell'altro libro, nel 1994 un volume per cui ho vinto un premio, nel
1997 ho proseguito con quest'altro, nel 2001 ho vinto un premio negli
Stati Uniti...". Difficile capire gli umani, in queste cose.
Sono stupidaggini, che qualsiasi persona intelligente dovrebbe
rifiutare. Questa è una delle follie di tutti, e purtroppo gli
editori l'hanno accolta anche loro andando a soddisfare le parti meno
nobili dell'ego.
Dai,
spiegami come riassume il contenuto.
Secondo chi fu
incaricato di presentare in poche righe - come in un trailer - questo
libro passa al microscopio della logica gli aspetti scientifici
della teologia e quelli teologici della scienza. Un incrocio un
pochino strano. La teologia, quella teologia perlomeno... non ha
alcun aspetto scientifico, purtroppo. Anzi, è quanto di
più antiscientifico sia mai esistito. I teologi mai
accettarono i riscontri della ragione, mediante i quali Dio non
sarebbe esistito fin dal principio. Poi la nota prosegue dicendo che
lo scopo è risolvere un problema preciso: quali domande
religiose hanno un senso e quali domande sensate hanno una risposta.
Beh, è un compito molto gravoso. Ma formularlo in questo modo
era già poco chiaro. Le domande religiose, per la vecchia
teologia, necessariamente avevano sempre un senso perché
altrimenti chi le poneva sarebbe stato confinato in ospedali della
psiche. Guai se il regno di Dio non avesse avuto un senso! Per
loro era proprio questo, il nocciolo dell'esistenza. Affermarono
sempre che esistere ha senso proprio perché si crede in Dio.
Insomma, cominciamo male con questa nota.
Poi dice che il libro procederà alla decostruzione scientifica delle religioni e a una ricostruzione teologica della scienza. Promette una via d'uscita dal dilemma tra fede e ragione. Ma fu scritto prima della nostra trattazione. Noi quella via d'uscita l'abbiamo data, spiegando proprio che essa si ottiene superando quel dilemma. Quello sarebbe stato l'unico modo di risolverlo, visto che tra fede e ragione nessun ponte avrebbe potuto gettarsi con la vecchia teologia.
Lui ha
affrontato questi temi?
Fece un
piccolo discorso su 'scienza e umanesimo' quel giorno del maggio
1993, davanti a Ravasi. Già lì aveva esaurito il campo,
che inutilmente aveva fatto scrivere molti teorici. Non ci fu mai un
conflitto, salvo che nella mente umana. Per secoli, il cosmo ha
sempre avuto un ordine e quest'ordine è universale. La fede fu
solo un 'bagaglio' in più regalato alle masse.
Come inizia?
Inizia con una
parte introduttiva che chiama 'introito'. L'autore parla di Calcutta,
dove passò nel 1996. In quel giorno, entrò scalzo nel
recinto del tempio di Kalì e poi nella casa dei moribondi di
Madre Teresa. Nella serata, tardando nel prendere sonno, l'autore - a
quanto riferisce - ebbe l'idea di questo libro. Poi egli comincia a
tracciare una separazione tra i due rami, scientifico e teologico.
Egli afferma che la società tecnologica è in
apparenza disinteressata a tutti i valori, eccettuati quelli economici.
Non mi pare: semmai è stata alla ricerca e ancora non ne ha
trovato di stabili e duraturi. Dall'altro lato, dice l'autore, la
società umanistica perde contatto con la realtà storica.
Ma esistono
queste due società? Cosa sono?
E' una
immagine molto figurata, immaginifica. Si intende la parte della
società che persegue una visione scientifica e quella che
persegue una visione umanistica. Esistevano forse fino a 15 anni fa.
Con i computer e Internet a casa, non esiste più questa
separazione. Non ci sono più filosofi che pensano ancora il
mondo secondo questa divisione. In realtà, se la scienza viene
bene applicata alle esigenze dell'uomo rimane comunque in un alveo
umanistico. L'unico residuo della divisione è visibile negli
uomini con abito e nei loro riti, ma si tratta ormai di 'nicchie'
della società. Questa passa il tempo a caricare immagini e
informazioni da uno schermo, non a prendere ostie. L'autore dice che
intendeva portare un contributo nell'avvicinare le due parti, ma esse
- ripetiamo - sono state già avvicinate dal semplice avvento
della cultura digitale a casa.
Le
preannunciate domande?
L'autore le
presenta in anteprima, ma sono le tradizionali di sempre. Da dove
veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Va bene... Poi meno male egli
illustra meglio i propositi del suo percorso. Curiosamente,
conclude l'introito con ben sei date.
Sei date?!
Ubiquità molteplice? E lo spazio-tempo?
No, ma si
sdoppia in tante culture. In quel momento pare che fosse il 1997
della nostra era, ma era il 1417 dell'era islamica e il 5757 dell'era
ebraica eccetera eccetera. A molti piace, scrivere queste cose. Il primo capitolo è 'La
varietà dell'esperienza religiosa'. Si apre con un
periodo a cui l'autore dà importanza: Non tutte le domande
sono sensate, e non tutte le domande sensate ammettono risposta.
Questo insegnerebbe la logica contemporanea. Poi l'autore dice che i
corpus originari delle religioni, essendo riflessi di situazioni
geografiche estreme, avevano una dimensione eroica che poi si è
dissolta con climi più temperati.
Cosa vuol dire?
Secondo lui,
il clima di quelle epoche avrebbe forgiato un uomo che ai tropici era
diverso da quello del deserto. Ma non è proprio così.
Le religioni non si ebbero mica 30.000 anni fa. L'idea definitiva e
chiara l'ha data Lui proprio nel link vicino a questo. Quei riti
cominciarono ad aversi con climi come quelli attuali, solo che la
pressione atmosferica non era la medesima e l'etere era più
leggero. Gli uomini poi si muovevano con un senso maggiore di
leggerezza, respirando ovviamente un'aria più pura. Giusta
invece l'osservazione che le religioni si giovarono del fatto di
divenire 'religioni di Stato'. Però questo lo dicemmo noi
molto tempo dopo. Allora Stati non esistevano. Poi, dopo aver citato
tutti i nomi dei fondatori originali, egli analizza brevemente i
motivi che portavano alla fede.
Ce n'erano?
No, infatti
qui l'autore comincia a perdersi. Cade nel solito metodo di citare
nomi del passato e mette insieme gente come Voltaire, Feuerbach,
Adler, Bergson eccetera. Se avesse riflettuto egli medesimo sarebbe
stato meglio. Motivi che spinsero alla fede non vi furono, nel senso
che gli uomini che si davano a questa lo facevano ritenendo in buona
fede di riempirsi di ideali o di aderire a una visione celeste. Quei
culti non nascevano da stimoli, ma piuttosto dalla convinzione piena
di dovervi aderire. Talvolta fu anche il classico timor dei a
far nascere molta ritualità. In ogni caso, furono sempre cose
connaturate alla cultura del tempo. Oggi, per fare un esempio, le
ostie non appartengono più al nostro e nemmeno la mirra e
l'incenso. Diciamo quindi che non ha senso classificare i possibili
atteggiamenti umani secondo frammenti e citazioni da altri,
anziché ragionando con la propria mente. Gli umani si
classificavano solo secondo antropologia (e tipi), fino a una
cert'epoca. Non possiamo certo farlo riportando quanto dissero il
Vangelo o la Bhagavad Gita (triade, qui citata). La comprensione di
queste cose si realizza con la propria osservazione.
L'autore definisce il misticismo, poi dà un'idea del trascendente secondo la vecchia mentalità e definisce anche la ritualità. Qui è molto felice, perché chiarisce cosa furono queste cose in quelle epoche. La teologia viene definita anch'essa, con una distinzione interna secondo metodi ancora accademici e superati. Mi piace l'affermazione che solo le religioni che hanno preso sul serio la proibizione dell'iconografia hanno potuto preservare bene il monoteismo (non il cristianesimo, ovviamente, pieno d'immagini).
Cosa vuol dire?
Beh, per
questo devi andare a quella tabella di Memoriale dove ha posto il
grado di tradizione e di corruzione di ciascuna e poi dove parlo
dell'Ebraismo (Memorialebraico, con il discorso sulle immagini). I
Cristiani ebbero troppe immagini, collegate ai riti stessi. L'autore
dice che fu ad esempio un errore quello di proporre la via di
Maria e l'imitazione di Cristo. Cose che non bisognerebbe dire a
loro. Lui lo ha fatto con una dimostrazione, almeno. Speriamo bene.
L'autore dice poi che buddhismo e induismo furono più saggi,
ma essi non sono religioni come i culti monoteistici e quindi ogni
comparazione è da evitare. Segue un capitolo su Ercole e le
sue fatiche. E poi capitolo su 'Creazione'. Beh, qui ci fermiamo...
che dici?
Andiamo a dormire?
Sì,
domani - 24 settembre - è una giornata impegnativa e la notte
dovrà darci il giusto riposo per affrontare tante cose.
****
Ora mangiamo un boccone, poi nel primo pomeriggio di oggi riprendiamo. Il capitolo sulla creazione (qui effettivamente è legittimo oscillare tra minuscola e maiuscola) inizia con un'affermazione che andava spiegata. L'autore dice che questo tema è il più profondo e problematico della teologia naturale. Il secondo attributo è giusto, il primo no. Una profondità non è mai esistita, perché questo tema non ha mai generato sotto-universi dipendenti. In altre parole, è sempre rimasto quello. Parlando della Creazione noi parlavamo di questo concetto e basta. Se fosse stato profondo avremmo avuto tematiche, dibattiti coinvolgenti più rami (compresi quelli scientifici). Invece il mito, quello dell'incipit del testo biblico, è rimasto soltanto un mito. Quelli che amano le cose suggestive impararono, in epoca moderna, a collegarlo a una presunta ri-creazione di nuova materia, ma questo è un tema completamente diverso. Se noi vogliamo stare a un'origine, come dice Lui, è una cosa che dopo tutti questi anni non possiamo più conoscere. Siccome in questi casi conta la probabilità, è giusto dire che l'idea più sensata è quella del Big Bang nel senso che è quella meno improbabile di tutte. Però, tra quest'ultima e il mito biblico della Creazione non c'è una via di mezzo. Tra le due cose si stende solo un vasto campo occupabile con fantasie e ipotesi.
Guarda qui,
perché dice che quella cosa l'ha detta Feuerbach? A noi hanno
detto che è una cosa della Bibbia.
Infatti. Ma
questa è una boutade. Stai attento, gli autori moderni hanno
rovesciato e hanno sostenuto che l'uomo ha fatto Dio a sua immagine e
somiglianza. E' una specie di battuta laica, con la quale si vuol
dire che in fondo Dio è stato un concetto della mente e basta.
E in quanto tale si fa risalire a Feuerbach.
Quel passo
della Bibbia cosa significa?
Nulla, era
solo un'immagine mitica connessa all'idea di un demiurgo che crea un
essere dal nulla o da un semplice granello di polvere. Lui stesso
dice in una delle pagine di Memoriale che quel passaggio non vuol
dire nulla. In questi casi, è successo che i teologi abbiano
ricavato l'interpretazione da una semplice lettura e poi l'abbiano
ripetuta. Poi l'autore sostiene che la creazione spesso procede per
tentativi ed errori. Questo è vero, anche Lui ha spiegato
questo concetto nella pagina sulla origine dell'universo del maggio 2004.
E questa
contrapposizione tra creatore e creatrice? Dio Padre contrapposto a
Grande Madre cosa vuol dire?
Anche questo
è un concetto derivato da un mito. Però qui è
interessante proprio la serie di sotto-universi. Infatti loro,
concependo un uomo aggressivo e una donna-Luna recettiva, videro
sempre una doppia tematica. Da una parte l'atto di penetrazione,
dall'altro quello di gestazione o 'gravidanza'. L'uomo è
l'essere che mette 'gravida' una donna. Occorre insomma che il Sole
trovi una Luna pronta a ricevere.
Ma questo
non è contrario alla loro idea della creazione nel grembo per
uno solo?
Certo. Infatti
quello fu per loro come la carezza di un sogno, di un'aspirazione che
quell'impresa fosse realizzabile da uno solo (che sarebbe stato un
Dio incarnatosi improvvisamente) in contrapposizione a tutti gli
altri (mortali) che avrebbero avuto bisogno del seme in movimento. La
reincarnazione nel senso cristiano è proprio una frode
culturale, di grandi dimensioni. Però anche questa fu favorita
dalle condizioni di allora.
Perché
dice che in principio erano solo le parole?
Questo
paragrafo intende dire che alla radice di tutto fu sempre un suono.
Questo lo ha spiegato proprio Lui. Solo che Odifreddi non riesce a
penetrare il mistero delle origini e si limita a citare il Deus e lo
Zeus senza spiegare come procedettero queste cose. Per esempio,
è errato far partire questo discorso dal caos e poi farlo
arrivare ai nomi di divinità. Non c'è un passaggio. Tu
supponi di vivere in un locale completamente vuoto e disadorno in cui
circola soltanto aria. Se a un certo punto entra nel locale una
donna, che tu chiami Stefania, non c'è un legame tra il caos
precedente e Stefania. Quindi l'autore sbaglia nell'impostare il
discorso in quel modo. Poi spiega che l'inizio della Genesi si
riferisce a Elohim (un plurale) collegato a un verbo singolare. Non
è così: questo è un ragionamento nostro,
postumo, che i redattori dell'epoca non potevano fare perché
non avevano in testa - come noi - un singolare e un plurale.
Su come sorse in seguito Jahvè ne sappiamo pochissimo
ed è difficile fare soltanto ipotesi. Qui però Lui
è stato molto 'tranchant' e nella pagina sull'Antico
Testamento ha affermato di avere anche capito il perché di
questo Jahvè o almeno così sembra. Qui attendiamo che
lo spieghi, perché io non l'ho capita quella storia.
Ma poi dice
che il Vangelo di Giovanni fa risalire al logos. Non è una
versione nuova?
Quello del
'logos' primigenio è solo un concetto allegorico, non è
una versione della creazione. Giovanni evangelista, secondo quello
che dice Lui, riportò una cosa che aveva sentito dire ma che
probabilmente nemmeno lui capì. Il problema è che i
teologi - che non potevano capire una cosa detta da una persona che
non sapeva nemmeno lei quello che diceva - si gettarono nei secoli
seguenti su questo 'logos' e poi sul 'verbo' facendo una palestra
inutile. Dovremmo sorridere, ma insomma... per queste cose dobbiamo
avere rispetto. E' come quando tu dicevi al tuo compagno che Babbo
Natale non esiste. Mica l'hai preso in giro, dopo. Glielo hai svelato
e basta.
E le altre
spiegazioni della creazione?
Sono anche
quelle miti. Zarathustra, Corano e Popol Vuh non illuminano, da
questo punto di vista. Sono semplici interpretazioni nate con i mezzi
di allora. Se nel mistero su una cosa io ti dicessi che è nata
da una goccia di latte, le cose non è che improvvisamente si rivelino.
Però
l'autore qui dice che questa mitologia è stata un valido
ausilio spirituale.
Beh, sì.
Se quelli credevano a un demiurgo, è chiaro che questa idea
dell'atto primigenio sosteneva tutto il corpus delle credenze. Per
secoli fu comunque un'idea che poteva reggere tutta l'impalcatura.
Poi l'autore parla dei diversi modi in cui fu tramandata una creazione dal nulla, che divenne più esplicita con Agostino. Questi aveva citato anche una creazione per lo spazio e il tempo, che potrebbe essere l'antenata di quella dell'epoca contemporanea non avente un 'prima' (come anche Lui ha scritto). Il discorso passa così dalla filosofia alla fisica. Si parte dal modello astratto di Pitagora, per arrivare a Keplero.
Hai visto?
Dice che quel libro di Keplero è incredibile. Come usava fare Massarini?
Certo, i
residui di quella mania sono rimasti. Qualcuno ogni tanto dice che
una cosa è 'incredibile', per dire che è
stra-ordinaria, magnifica. Qui, in questo libro, erano descritte le
famose leggi del moto planetario. Grandi vette della ricerca
scientifica, che solo i posteri capirono.
C'è
anche Newton.
Ecco, vedi...
per la gravitazione è lo stesso. Nessun uomo di allora poteva
capire questo concetto. Loro allora si limitavano a registrarlo.
Sapevano che esisteva, che qualcuno lo aveva detto. Poi magari le
cose si capivano uno o due secoli dopo. Lui stesso ha spiegato tante
volte che ancora oggi, dopo 100 anni esatti, c'è chi mette in
dubbio la teoria di Einstein della relatività.
E questa
storia della luminosità infinita?
Beh, qui ti
spiega le cose com'erano quando ancora gli uomini non avevano idea di
un principio di espansione. Se tu vedi una cosa di cui non conosci i
limiti e le dimensioni, sembrando questa infinita, pensi per forza
che ti sfuggano i confini e che sia infinita. Allora cercavano di
risolvere il dubbio facendo misurazioni con gli strumenti che avevano
e poi facendo delle proiezioni. Loro dicevano: "Se la distanza
da qui a lì è tale, allora tutte le distanze
moltiplicate tra di loro devono avere dimensioni X", però
non riuscivano a capire come questo calcolo si fermasse a un certo
punto. Se poi tornavano indietro nel tempo, il mistero diventava
ancora più grande. Senza interventi esterni, come erano giunti
fino a quel punto? Siccome l'universo era concepito come statico, non
ci arrivavano.
Poi entra
nella sua materia, vero?
Sì, fa
qualche collegamento perché insegna logica e anche matematica.
Parla di equazioni di Friedmann, che invece non erano importanti. Il
principio che l'universo appare allo stesso modo in ciascun istante
era ovviamente solo un'ipotesi. Il principio cosmologico perfetto non
vale, con il loro modello. Varrebbe solo con il modello che ha
presentato Lui, fatto di tante Memocard. Alla fine Odifreddi arriva
proprio a quello che ha sostenuto Lui nella pagina sull'origine
dell'Universo: non c'è un inizio e non ci sarà una fine.
Ma per sostenere questo è necessario proprio uscire dalla
logica quantistica, cosa che loro non riuscivano a fare.
Poi dice
che la densità della materia dovrebbe rimanere costante.
Sì, ma
per pensare questo bisogna pensare che ci sia creazione continua di
materia o presenza di materia invisibile. Un po' troppe
'presunzioni', senza possibilità di costruire un universo che
si possa misurare. Non pensare a un inizio, come ha fatto Lui,
significa anche non pensare a una fine.
Perché
cita Pio XII?
Qui l'autore,
dopo essersi ricollegato addirittura alla teologia parlando di un Dio
che esce e poi rientra dalla porta, non si sa perché citi il
papa che affermò che il Big Bang conferma la dottrina
cattolica. Da sorridere. Se c'è un'esplosione dov'è la
creazione fatta in una settimana?!
Poi si parla dei temi di fisica più conosciuti ma si va un tantino fuori della materia. Chi ha preso questo libro avrebbe voluto leggere pagine su 'Vangelo secondo la Scienza', come promette il titolo.
Ma
perché hai acquistato questo libro, con tutte le cose che
c'erano sul bancone?
Perché
pensavo che conciliando le due grandi tematiche si avvicinasse alla
trattazione che ha fatto Lui. Invece questo succede solo a tratti, e
non mi pare che questi siano bene incastonati nella narrazione.
Prendi qui, a metà pagina 51. Dice che molti miti religiosi
hanno subito una metamorfosi trasformandosi in modelli matematici.
Magari! Le danze cosmiche, l'uovo cosmico e le ruote della vita non
sono mai diventati 'matematica', per fortuna. L'autore conclude il
capitolo dicendo che la domanda sull'origine dell'universo non ha
trovato risposta. Ma Lui ha spiegato già perché. E' una
questione di scarsissimo interesse.
Il Nulla.
Com'è che intitola un capitolo così?
Perché
è un concetto filosofico anche questo. Ma l'autore è
costretto a ricorrere a testi orientali, che ne trattano
maggiormente. Specialmente il taoismo se ne occupò
estesamente, citandolo spesso. La mistica occidentale, intenta
com'era a inseguire trame di divinità e di pensiero gnostico,
non arrivò mai ad avere una idea del nulla.
Ma non
c'era stata l'intuizione apparente che nulla si crea dal nulla?
Sì, ma
questa è solo metà di un sillogismo. L'altra metà
non fu mai trovata. Il nulla non divenne mai un concetto solido in
Occidente. Quando alcune correnti vennero definite 'nichiliste' erano
già passati diciassette secoli di cultura occidentale e
cristiana. Questo ti dà l'idea di un vuoto, da questo punto di
vista. Il problema, ridotto in termini semplici, sarebbe il seguente:
per avere un'idea del nulla dobbiamo già avere avuto una idea
precedente di qualcosa (se non del Tutto). Io posso dirti che sul
tavolo non c'è nulla se i miei organi di senso in precedenza
hanno concepito la presenza di qualcosa da qualche parte. Un
bell'esempio, che mi viene in mente, potrebbe essere il seguente: un
non vedente improvvisamente comincia a vedere. A quel punto,
guardando un tavolo su cui non è contenuto alcun oggetto,
dice: "Vedo nulla, sul tavolo". Quello che vede è
appunto il contrario di qualcosa. Basterebbe una sola cosa (e non
semplicemente aria o spazio) per escludere il concetto del nulla. Ma
se qualcosa non è mai esistito (=istante iniziale del Big
Bang) non possiamo avere nemmeno l'idea del nulla, perché al
suo opposto c'è ugualmente un'assenza di contenuto. Qui Lui ha
già spiegato tutto, facendo l'esempio dell'hard disk che viene
formattato. Il computer non saprà, dopo quel momento, cosa
c'era prima. Per esso, c'era nulla. Ma la contrapposizione l'abbiamo
solo noi umani che, avendolo usato prima di quel momento, sappiamo
che qualcosa c'era.
Allora
tutto questo discorso che fa l'autore?
Serve poco. Lo
spazio vuoto del Tao era anch'esso un concetto puro e semplice,
un'idea pseudo-filosofica. Con lo spazio-tempo concepito in curvatura
e poi la discontinuità del campo gravitazionale (Einstein) fu
possibile invece cominciare a pensarlo, non più in termini
solo filosofici. Però, anche qui, senza una misura di qualcosa
non sapremmo che farcene perché è come se sapessimo che
dietro una porta che vediamo in lontananza potrebbe esserci spazio
contenente qualcosa e non solo spazio. La formazione di particelle e
antiparticelle non basta a generare un autonomo concetto di vuoto,
perché manca una durata 'autonoma'. Ma qui sto solo
sintetizzando: l'argomento diventa difficilissimo e non lo capiresti.
L'Uno.
Com'è che intitola un capitolo così?
Vedi che aveva
ragione Lui? Questo, come hai notato, è uno dei primi concetti
della top100 delle lingue. L'unità è un concetto
importante. L'autore dice che il pendolo di Foucault fu una delle
prime manifestazioni di interconnessione nello spazio fisico.
Però io direi che con la gravitazione universale avevamo
già fondato il presupposto di tutte le interconnessioni. Poi
la visione olistica non fu mai ben digerita dai fisici, perché
questi si occupavano di scoprire particelle e di mettere in
collegamento fenomeni elettrici. In realtà, si deve
all'Oriente e alla concezione del 'campo unificato' la prima vera
idea globale di una correlazione con l'intero universo. Curiosamente,
mai nessun fisico occidentale se ne innamorò. Probabilmente,
come ha spiegato Lui, non avevano una formazione orientata in questo
modo e forse neppure la pazienza di vedere tutte le cose connesse.
Sì,
ma l'Uno che c'entra?
C'entra,
perché la concezione da raggiungere sarebbe stata proprio
questa. I mistici l'avevano già raggiunta da molto tempo.
Furono gli astrofisici e i matematici che non ci arrivarono, e
proprio questo capitolo lo dimostra. L'autore non ha studiato
probabilmente simbolismo, e così non sarebbe arrivato ad
esempio a raccontare la storia come nelle ere di Memoriale. Non
c'è esempio più eloquente di quello per ricondurre il
tutto all'Uno. Qui invece si fanno citazioni del principio di
indeterminazione, di Bohr e poi perfino di Bohm.
Allora
queste cose sono superate?
Sono superate,
ormai. Cose che non servono più ad alcuno. Se impariamo a
vedere la realtà come unica, sappiamo anche distinguerne il
contenuto simbolico. Questo è il capitolo più inutile
di tutto il libro.
Wow... un
capitolo sull'anima...
Qui, Lui ha
chiarito gran parte della storia su 'memospirituale'. Noi siamo fatti
ciascuno al suo modo; il nostro corpo è un unicum e ha una
relazione col cielo perché nacque già come 'pezzo di
cielo'; vivendo nell'etere, lo abitiamo al nostro modo. Questo
è il nostro contenuto spirituale. Il termine 'anima' fu solo
un modo di situare una parte spirituale in noi, ma questa parte -
né anatomicamente né sensorialmente - è mai esistita.
Ma Lui
salvava ugualmente la parola?
Sì,
perché dice che in senso lato e per immagini è un
concetto molto utile. Serve, in tanti casi. Ma la sua realtà
è puramente figurata, insomma un veicolo linguistico e basta.
Dal punto di vista del tutto, poi, il 'brahman' era interessante ma
oggi è anche questa una concezione che si materializza
semplicemente in 'etere' che pervade lo spazio attorno a noi.
Pitagora, Plotino, Kant, Kierkegaard... ancora una volta nomi. Nella
Nuova Era c'è bisogno di molta semplicità, e libri come
questo - inzuppati di nomi e di teorie non più esistenti - non
soccorrono. Quelle teorie e quei nomi li abbiamo già da tante
altre parti.
Hai visto?
Guitton scrisse anche un 'Dio e la scienza'.
Rimasticature.
Attento, ora vengono cose più interessanti.
L'autore introduce qualche nota sul Graal, spiegando la sua antica presenza perdurata poi nei secoli fino al film di Spielberg. Perfino la Sacra Sindone ne costituisce una propaggine. Ma l'autore dice una cosa non vera quando afferma che la ricerca del Santo Graal in profondità non può che coincidere con Dio stesso. Poi, pro domo sua, trasferisce l'aspirazione al campo suo: logica e matematica. Le discipline del ragionamento.
Perché
parlarono tanto del Graal?
Perché
ad esso (un recipiente, contenente secondo alcune leggende il sangue
di Cristo morente e custodito in origine dai Templari) si legarono
centinaia di racconti, di narrazioni fantastiche arrivate perfino in
epoca moderna. Di reale c'è ben poco. Se ti ricordi, Lui ne ha
parlato brevemente in quella pagina sul Codice da Vinci per smentire
quanto viene affermato su quel testo. L'autore ne fa solo un cenno,
forse per ricordare un mito. Poi si inoltra nel campo che gli è
più congeniale... vedi qui... all'inizio del capitolo
'Paradossi', questa è una affermazione interessante... Uno
degli insegnamenti più profondi e duraturi che abbia lasciato
il cristianesimo è la concezione dell'irrazionalismo come
superiore verità, invece che come vergogna.
Cosa vuol dire?
Questo è
uno dei passi più interessanti del libro. Te lo spiego in
altre parole, molto semplici. Se la dottrina cristiana avesse fondato
un 'vivere', insieme con le idee, avrebbe considerato il corpo. Mai
essa si avvicinò concretamente al nostro corpo, perché
facendolo avrebbe dovuto accettare la verità anche materiale
dei nostri organi (l'attività dei vari apparati).
Preferì invece sostare al di sopra di noi, abitando come in
una nuvoletta irrazionale in cui tutto ciò che non era
riscontrabile materialmente assumeva importanza (poiché era
una ripetizione del famoso e decantato 'mistero' di Dio). In pratica,
era come se dicessero: noi ci rifugiamo nell'irrazionale perbenista,
questo è il nostro mondo. Tuttora, anche se Lui alzasse di
molto la cresta loro direbbero sempre che 'francamente nessuno ha
potuto sostituire per loro Gesù'. Con questo intendono sempre
rimanere in quella nuvoletta. Naturalmente, finché non ci sia
qualcuno che li costringa a scendere. Finora non è accaduto,
perché hanno avuto prima 'masse catechizzate' e poi la
garanzia dell'alleanza con lo Stato'. Vivere in quella nuvoletta non
sarebbe mai stato una vergogna, perché dentro avevano messo
fede, virtù, sacramenti e perfino aldilà. Insomma,
erano garantiti in tutto e per tutto. In un anno come il 1958, fare
il sacerdote era ancora una garanzia sociale molto apprezzata. Poi lo
è stato sempre meno. Oggi, la loro nuvoletta non c'è
più. E così Lui ha dovuto fare quella immagine di colui
che anche dopo cessata la pioggia continua a tenere l'ombrello
aperto. L'autore dice poi che il primo paradosso della storia fu la
nascita del diavolo da Dio, bellissimo... come dire che solo da una
bugia poteva nascere una bugia ancora più grande. Se Dio era
un grande bugia, possiamo dire che il diavolo fu la bugia più
vile. Roba da povera gente. Qui Odifreddi torna a pensieri molto
belli, perché è il suo campo e non ha bisogno di fare
citazioni e compilazioni. Io sono molto scettico, però, su
queste etimologie che stabilisce col greco (diabàllein, non
credo che avesse qualcosa a che vedere).
Addirittura...
guarda qui, dice che il diavolo risultava essere un vero spirito
della logica.
Questo è
ovvio. Se tu cominciavi a ragionare, a distinguere, a vivisezionare,
a dividere, per loro era finita. Con la distinzione di tutto da tutto
Dio non sarebbe mai esistito, neppure nella mente, perché loro
stessi avrebbero fatto il ragionamento della pagina di Memoriale
'Lezioni'. Così, ogni volta che videro una minaccia la
collegarono infantilmente al diavolo. Come quando noi ti dicevamo che
arrivava un vigile con un bastone. Tu ci credevi e ci obbedivi. Loro
erano fatti così. Se tu avessi eliminato la dicotomia tra bene
e male loro avrebbero avuto paura. Difatti, quando cominciarono a
farlo Nietzsche e i nichilisti loro si tennero distanti. Ogni cosa
che elimini quella dicotomia per loro è una tragedia,
perché avresti eliminato alla base gli argomenti di qualsiasi
loro predica. Qui non indovina l'autore, citando la falsa
testimonianza (pag.119). Non gliene frega nulla di questo. Le
gerarchie cristiane mentirono sempre esse stesse, nella storia. E qui
Odifreddi, alla fine della pagina, cade. Come del resto gli è
successo in 'Le menzogne di Ulisse'. Ora una pausa. Ci prepariamo una
bistecca. Dai.
Se il
diavolo dice il vero, allora ciò che dice è falso; e se
il diavolo mente, allora è vero il contrario di ciò che
afferma e dunque ciò che dice è vero.
Prova a
ragionarci. E' una cosa che non quadra.
Mi hai
riempito la testa di cose, di pensieri. Cosa vuol dire? Dai
spiegamelo, in termini semplici.
L'autore aveva
premesso: Se Cristo affermando 'io dico la verità' intende
contrapporsi al diavolo, quest'ultimo non potrà che affermare
'io dico il falso'.
Ho capito
meno di prima. Dai, spiegamelo tu.
Pensaci.
Ma non puoi
dirmelo subito?
Ma no, a che
servirebbe? Io te l'ho detto per far lavorare il cervello. Prendi un
foglio, come al solito, e scrivi tutte le possibilità.
Stai a sentire. Se Cristo affermando 'io dico la verità' intende contrapporsi al diavolo, quest'ultimo non potrà che affermare 'io dico il falso'. Ve bene, l'opposto della verità è il falso. Se noi prendessimo in maniera fissa e stabile un soggetto simbolo del falso, è naturale che esso si alternerebbe in quello che dice in quanto la lingua gli fa dire di aver detto una cosa che non ha una corrispondenza con la sua intenzione. Se si auto-dichiara, chi dice il falso non corrisponderà mai all'oggetto nell'autodichiararsi (sono due livelli, due ordini diversi ma non contrapposti). Il problema è che due categorie fisse, non personalizzabili, qui furono invece 'personalizzate' in un uomo (Gesù) e in un 'mentitore' per eccellenza spesso calato negli esseri umani. Se il diavolo dice il vero, allora ciò che dice (=la negazione della verità) è falso. Questo devi intenderlo così: se chi sta mentendo deve dire il vero quello che ha detto è falso. Tu supponi di essere un mentitore nato. Mi segui?
Sì.
Se tu devi
dire la verità sulla bugia che hai detto, sotto non può
che esserci una bugia perché tu dicendolo fai capire agli
altri che hai detto una cosa falsa: dirai infatti la verità e
in questo modo si scoprirà che quel che avevi detto era falso.
Se tu devi dire una bugia su quello che hai detto, dirai esattamente
il contrario e in questo modo si scoprirà che quel che avevi
detto era vero. Ma è solo un imbroglio linguistico. Cade
appena ragioniamo sull'oggetto. Quest'ultimo, infatti, non è
necessariamente legato a quel che la persona dice che esso sia. Esso,
nella logica moderna, è soltanto quello che è.
Quindi quel ragionamento perde valore appena si limiti il discorso
all'oggetto (=quello che si dice) e non a quello che una persona dice
di sé. Nella logica nostra, di oggi, non esiste - come in
quella antica - un mentitore fisso. Per dare ancora oggi come buono
quel paradosso occorrerebbe pensare a una figura fissa, e poi al
fatto di dover fare dire alla lingua 'cosa ha detto questa figura'.
Due prigionie. L'autore ha sbagliato nel prendere ancora come buono
un paradosso che è solo interno alla lingua e non esiste nella
realtà. Nella realtà, che è molto più
semplice di quello che pensa Odifreddi, chi dice il falso ha detto il
falso e basta perché la sua azione corrisponde a un fatto
accaduto in natura e non a una serie di fonemi che si dicono mentre
chi dice il vero ha detto il vero e basta perché la sua azione
corrisponde a un fatto accaduto in natura e non a una serie di fonemi
che si dicono. A domani, ora andiamo a letto perché è tardi.
****
Prendi
caffè o thè?
Caffellatte.
Io ci ho
pensato, ho capito la cosa ma non riesco a capire perché hanno
dato importanza.
Non è
che gli abbiano dato importanza. Se la sono passati, nei secoli.
Odifreddi non ha fatto che ritrascriverla. Il guaio è che dice
(vai alla pagina 120) che è il più antico e
refrattario dei paradossi logici. E invece non è nemmeno
un paradosso. Per essere tale dovrebbe investire la realtà
delle cose, e invece solo è il frutto di un contrasto tra
ciò che è vero e ciò che non lo è. Tu
provi a dirmi ora una cosa non vera. Una qualunque.
Stanotte ho
sognato Brigitte Bardot.
Ecco, se tu la
presentassi diresti: "Ora sto per dirvi una cosa non vera",
ma in questo caso diresti la verità perché quella cosa
è appunto non vera. Se invece dicessi: "Ora sto per dirvi
una cosa vera" diresti una bugia perché quella cosa
è non vera. Vedi che è solo un contrasto linguistico?
Però in entrambi i casi l'oggetto non cambia, cioè
rimane non vero. In questa trappola, caddero ancora una volta tutti i
logici. Bastava limitarsi all'oggetto e nessun paradosso esiste. La
cosa avrebbe semmai incentivato la chiacchiera. La mamma a che ora rientra?
Verso mezzogiorno.
Allora
dobbiamo fare in fretta. Passami il libro.
Siamo alla pagina 121, dopo la caduta dell'autore. E qui ri-cade dicendo alla fine di questa e all'inizio della seguente che il diavolo si trovava chiuso di fronte a una coppia di ordini contraddittori. Ma quando mai! Non c'è alcunché di contraddittorio: il mentitore che dice di aver detto una bugia dice il vero; il mentitore che dice di aver detto una verità dice il falso. Era la cosa più semplice, e l'hanno trasformato in un labirinto paradossale.
L'autore parla poi di schizofrenia e di cure, che non si vede cosa abbiano a che fare con la logica. Afferma che Bateson avrebbe notato che tutta l'attività comunicativa è un espressione del paradosso del Mentitore. Boh. Vedi che vanno fuori di testa. Ora ti spiego. I docenti che si mettono a scrivere, come ha fatto Odifreddi, compilano... compilano... riportano... riportano... e così mettono in mezzo come frammenti anche cose che hanno detto altri. Ora, questa cosa non c'entra.
Cosa vuol
dire questo? Dice che chi dice 'questo è un gioco' è
come se dicesse 'ciò che sto facendo non è ciò
che sto facendo'.
Questo lo
chiederemo a lui, cosa abbia inteso dire. Sembrerebbe che questo
professore abbia poca logica. Se una persona dice "questo
è un gioco" intende solo dire che "non sta facendo
sul serio". Te l'ho spiegato l'altro giorno, parlando della
vicenda del Genoa. Anche qui, Odifreddi si perde dietro una cosa
semplicissima che chiunque può capire. Supponi che una persona
dia un pugno violento in faccia a un'altra. Se le dice che
"è un gioco" significa solo che è un pugno
dato per ischerzo e senza una motivazione. Se fosse serio darebbe un
pugno ad istinto, cioè spinto ad esempio da una gran rabbia.
Qui l'equivoco è di situare il concetto nella simulazione.
Grossolano. Non esiste simulare, perché il pugno comunque
parte e viene dato. La differenza sta nella diversa intenzione
dell'atto. Ti ricordi la storia del pugno che uccide? O era un
omicidio o era un semplice pugno. Però loro, come al solito,
riempiono la cosa e in questo modo arrivano al 'segno' e alla 'semiotica'.
Perché
Eco aveva detto che 'segno' è tutto ciò che può
essere usato per mentire?
Perché
nel Novecento hanno ridotto l'atto alla funzione. Un aforisma del
tipo 'Tutto è menzogna' serve all'autore per fare
ancora citazioni. Sono cose che dimostrano come questi teorici non
hanno capito che il vero e il falso sono anch'essi accadimenti di
natura, non sono contenuti nella lingua o soltanto nelle intenzioni
umane. Se una persona dice la verità, in quel momento ha
corrisposto perfettamente alla natura (=ciò che dice
corrisponde al reale). Ma non è un fatto interamente cosciente
del cervello. Quando noi parliamo agiamo in base a impulsi istantanei
e rapidissimi. Alcuni di noi mentono costituzionalmente, altri no.
Memoriale ha smentito la leggenda che si viva bene mentendo. E ha
invitato tutti ad allenare se stessi a dire la verità,
perché in questo modo possiamo allinearci meglio alla
realtà. L'autore, per fare un po' di accademia, dice che
l'affermazione dell'aforisma Tutto-è-menzogna non
può esser vera perché altrimenti sarebbe essa stessa
una menzogna. Perché? Non capisco. Se la lingua affermasse che
tutto è 'non vero' intenderebbe dire che il mondo che valuta
(l'insieme di una comunità di individui, la società,
l'universo della comunicazione) è fatto di cose non vere. Io
leggo un libro e dico ad esempio "Questo libro è
costituito di affermazioni solo menzognere". Quella frase,
ovviamente, può valere solo in quanto riferita a un
universo chiuso. E' chiaro che, intendendo essa stessa come
oggetto dell'affermazione, quest'ultima renderebbe menzognera la
frase stessa. Ma anche questa è una cosa normalissima, non
è certo una grande scoperta logica. Basterà sempre
delimitare l'oggetto. Sbaglia dunque l'autore ad estendere questo
discorso a Dio, affermando che 'si può dire dunque che Dio
esiste appunto perché non è vero che tutto è
menzogna, e quindi c'è qualche verità' (Summa
Theologiae). Questi sono soltanto 'banali giocherelli con le parole'.
Lui ha dimostrato, con il mezzo più semplice, che Dio non
esiste perché non c'è. Se tu parli di un oggetto che
non puoi mostrare né definire parli di un oggetto che non
esiste, fino a che questo venga eventualmente ad essere mostrato
(realtà fenomenica) e definito (lingua). Tutto qui.
Esiste una
teologia irrazionale?
Quella
teologia è sempre stata irrazionale. I cristiani proponevano
di credere tout court (non in una relazione con l'assurdo, come dice
l'autore). Si parla poi di via razionale contrapposta a via mistica.
Di concezione paradossale della religione, che in epoca moderna non
potrà fare a meno di far parlare a un certo punto di 'morte di
Dio' (cosa che dopo Memoriale non ha senso, poiché non
può morire qualcosa che non è mai esistito). Si passa a
varie teologie moderne (della liberazione, femminista ecc.). Tutte
cose decadute anch'esse. 'Teologia' sarebbe stata una soltanto, la
scienza di Dio. Ora, decaduto l'oggetto dopo svelamento della sua
non-esistenza, decade anch'essa. Di 'Nuova teologia' non possiamo
parlare, perché quel che era veramente dio (la rivelazione di
Memoriale) ormai non serve: abbiamo scienze contemporanee, viviamo
una diversa evoluzione che contiene già termini per tutte le
discipline e le materie d'indagine.
E' vero che
il 75% della popolazione mondiale è sotto l'influsso
dell'Enneade trinitaria? Cosa vuol dire?
L'autore fa
una lista di nove trinità, per i vari culti. Il dato numerico,
Lui lo ha detto tante volte, è solo 'libresco'. Come quando ti
dicono che i Musulmani nel mondo sono più di un miliardo. A
parte che non si possono contare, ma se anche lo facessimo
ricaveremmo sempre una somma molto ma molto inferiore perché
gli annuari considerano una nazione come musulmana senza dire che
oggi gran parte della popolazione non osserva e lo è soltanto nominalmente.
C'è
un capitolo intitolato come la réclame dei mobili.
Proprio quello
che non avrebbe dovuto fare. Lo sforzo di tutti avrebbe dovuto essere
quello opposto, provare per non credere più finalmente.
Credo che sia errato il rifiuto dell'infinito che l'autore
attribuisce alle branche della teologia naturale. Il concetto non
poteva nemmeno essere conosciuto, perché fu introdotto molto
più tardi dalla fisica. Anselmo D'Aosta fece un semplice gioco
con le parole anche lui. La logica, quando per mezzo di illustri
rappresentanti come Cartesio e Leibniz si occupò di Dio, lo
fece pur sempre con i mezzi concessi dalla lingua. La lingua
concedeva, tra le altre cose, di pensare che se Dio è
possibile, allora esiste. Frase che non arriva ad alcuna
conclusione. Il fatto della possibilità è infatti
disgiunto (=non ha relazione) con la esistenza. Io dimostro che
l'oggetto esiste quando lo mostro e lo definisco, in un unico modo.
Il 'possibile' è solo una categoria della realtà, che
dice quando una cosa può essere. Sono cose dei secoli passati!
Non deve certo essere 'possibile' una cosa, per esistere. Con Hegel
il passaggio dall'essere nel pensiero all'essere nella realtà
diventò Poiché Dio è pensabile, allora esiste.
Errore. Con l'esempio dell'uomo con cinque orecchie Lui ha
dimostrato che se una cosa può essere immaginata ha almeno la
possibilità di esistere, ma Dio non aveva nemmeno questa
caratteristica (che disegno avremmo fatto?). Qui è stato chiarissimo.
Il
ragionamento di Gödel?
Non serve
più. Non potevamo fondare una dimostrazione con le categorie e
le condizioni. Questi autori non si avvidero che avrebbero dovuto
soltanto definire le categorie del reale (4, come Lui ha fatto) e poi
connettere con la lingua.
Spiegami
queste prove matematiche.
Tutte queste
affermazioni, contenute nella storia del pensiero elaborata nel corso
dei secoli, erano semplici esercitazioni con la lingua. Era come se
dicessimo: "Posto un concetto presunto e mai dimostrato proviamo
a vedere se con il ragionamento troviamo una dimostrazione". E
così fecero tutti (perdendosi in un mare, naturalmente).
Pascal fu probabilmente tra i pochi a capire che con questi mezzi non
saremmo andati lontano, ma non trovò il modo razionale per
dirlo (altrimenti, avrebbe dato la dimostrazione che si chiedeva e
non avrebbe semplicemente detto che conviene credere). Nel frattempo,
come è ovvio, alla specie non dispiacque mai l'idea di
mantenere una fede 'comunque fosse' perché nei secoli passati
questa era ritenuta una ricchezza. L'unico scoglio apparente, quello
da sempre incastonato nell'affermazione di Tommaso, non fuorusciva
anch'esso da una semplice dichiarazione relativa alla fede e quindi
sarebbe stato al massimo in parità con quelli che al contrario
credevano. Finché le cose restavano queste, non si sarebbe
fatto mai un passo avanti.
Però
qui troviamo almeno la materia di Memoriale.
E' vero, ma
purtroppo l'autore non arriva a un ragionamento suo. Si limita a
ripercorrere la storia di questo pensiero, che a un certo punto
tentò di inserire dati scientifici nel dibattito teologico.
Insomma, Odifreddi non ha percorso una sua strada. Questo sarebbe
stato necessario per poter parlare di 'opera originale'. Se invece si
ripresenta la questione come già era presente alla mente di
tutti nei secoli passati, si compila. Così del resto avrebbero
fatto Garin e tanti altri studiosi immersi in una ricerca del
'già pubblicato' anziché in una loro riflessione.
Dio come un
punto all'infinito dell'Universo. Che significa?
Anche qui, chi
propose questo non faceva che inserire dati geometrici nella
teologia. Parlavano. La logica e la matematica, caro Odifreddi, mai
ci fornirono gli strumenti per rivolgerci al Dio trascendente. E Lui
ha introdotto un nuovo concetto anche del trascendente. A pag.188
ritroviamo il principale equivoco di questo autore: l'affinità
tra diavolo e menzogna. Concetto del tutto inconsistente. Esso
sarebbe stato semmai utile per capire l'insorgenza del 'non vero' nei
soggetti portati spesso a raccontarlo, cioè a sostituire la
realtà con altro. Ma non c'è alcun diavolo: sono come
al solito tendenze individuali. Meno male che l'autore conclude a
pag. 189 dicendo che 'è razionale non credere
in Dio'. Purtroppo, non era arrivato a spiegare perché la
sua esistenza non era nemmeno possibile. Ora acceleriamo,
perché se torna mamma tutto deve essere in ordine (cucina e
camera da letto comprese).
Papà,
se dicessi che 'tutto è non in ordine' vorrebbe dire che non
è in ordine nemmeno questa frase?
Questo lo dice
solo Odifreddi. Aspetta, guardo dov'è il prossimo convegno e
caso mai ti ci porto.
Ma tu da
ragazzo come lo spiegavi Dio?
Non lo
spiegavo. Solo Lui me lo ha fatto capire, anche se ancora non ho
risolto l'enigma di quella definizione. Da piccolo dicevo che
"basta guardare tutto quello che ci circonda, tutto sembra
essere testimonianza di un Creatore". Basta guardare il verde,
la natura. Così dicevo. Da adulto non ci ho più
pensato. Tua madre però aderisce ancora, perché va
sempre alla Messa. Non possiamo certo proibirglielo.
E perché?
Perché
c'è libertà. Nei paesi che non hanno proibito il culto
di Dio, la gente è libera di darsi a un'illusione. Scusa, tu
leggi Topolino no? Io non vengo a levartelo dicendoti che sono solo disegni.
Pagina scritta tra il 23 e il 25 settembre 2005