
Le macchine non distinguono la verità, poiché soltanto l'uomo può raccontarla
Le macchine ci salutano. Così ha detto Ratzinger domenica scorsa, al termine di un discorso che ironicamente la lingua fa chiamar loro Angelus. Pare che un non ben identificato gruppo di nome Easy Rider fosse in piazza San Pietro, e l'ultimo papa (speriamo) intendeva salutare anche loro. In verità, noi vi abbiamo visto una provocazione di risposta alla pagina di Memoriale 'decaduti', dove dico che anche un team della Ferrari arrivava a fingere emozione durante una visita al Vaticano. Ratzinger e il suo entourage sono stati prodighi di riferimenti 'occulti' alla mia persona, negli ultimi tre anni.
Per un sacerdote era duro leggere un'opera che in sostanza gli anticipava l'addio al ruolo e alle sue cose. Io non dissi solo: "Questo è quello che accadde". Dissi: "Questo è quello che accadde e quindi non potete più dire quelle cose". Questa è ancora una pagina sulla loro lingua. Mai come in questo caso è d'obbligo il possessivo. Soltanto la classe SM utilizzò questa lingua, fatta di parole e aggettivi astratti per definire concetti di fantasia. Come se non bastasse un calendario annuale stracolmo di riti e festività, la Chiesa accolse anche questa solennità - il Corpus Domini - dal secolo XIII°, in onore dell'Eucarestia (che già prendono in occasione di ogni Messa). I giorni scorsi ho ascoltato dalla solita radio un'ora di un sacerdote sull'eucarestia e come al solito ho avuto l'impressione di un disco registrato. Pensate... sempre quelle stesse parole per 1900 anni. Qui le trascrivo come io stesso le ho ricevute quella sera...
Beatitudine in cielo... Il padre il figlio e lo Spirito Santo... Corpo esposto all'adorazione dei fedeli... Ostia santa... Offrire a lui... quanto si aspetta da noi... Pene intime... Gesù sacramentato... Proprio lui, pronto ad ascoltarci... se siamo con il cuore umile... Atto più alto, perché sacrificio di Gesù... Culmine del culto ecclesiale e della vita cristiana... Volle lasciare il Memoriale della sua passione... non è un ricordare, ma un rimembrare (un ricollegare)... Annuncio della Parola, segno sacramentale lasciato nell'Ultima Cena... Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... Bevetene tutti, perché questo è il sangue dell'Allean... versato per tutti in remissione dei peccati... fate questo in memoria di me. Avevo qualcosa da fare e mi sono assentato per due minuti. Poco male, perché il disco riprendeva
Morto in Croce per i nostri peccati... Prova che Dio ci ha dato... Ogni volta voi celebrate la morte del Signore... Il Padre lo ha spinto a morire per noi... Si è consumato per la gloria del Padre e la nostra salvezza... Atto di adorazione, in cui si riconosce che la vita è di Dio... Nell'Eucarestia comunione con Dio... Il corpo di Gesù ci viene dato come cibo... Gesù si è fatto solidale con noi, assumendo le nostre colpe... Colpe lavate nel sangue di Gesù...
Sì, ci sono ancora uomini (in Italia, almeno 45.000) che dicono queste cose. Memoriale però non ha attribuito la cosa interamente a loro. In gran parte fu responsabilità di chi non fece mai alcunché per farli passare ad altro. Questi discorsi, da me riportati qui in corsivo, ci riportano a una grande emozione dell'umanità, a un grande choc che in tanti dovettero provare dopo la morte di un uomo. Un misto di commozione, di rimpianto, di desiderio, di ricordi e di sensazioni interiori compose per tutti quelle frasi. Badate, il vero Memoriale è questo. Non il fatto che fossero accadute quelle cose 2000 anni fa, ma il fatto che i discorsi si siano rinnovati da allora. E' come se una giovane donna di 25 anni, dopo avere assistito alla morte della madre in un incidente stradale, non si riprendesse più al punto da fare fino alla fine della sua vita (=per circa 70 anni) soltanto commemorazioni di quell'evento. La classe SM fu quella che, anziché vivere la propria vita, si mise a celebrare a parole la gloriosa morte di uno. Per sempre. Ecco spiegata in poche righe la cristianità. Dedicarono la loro esistenza a questo culto (qui possiamo ben dirlo) dell'uomo Redento (che mai si capì perchè fosse anche Redentore di altri) dopo una morte datagli in croce per stupidità di altri. Sarebbe già qualcosa, perché una vita consacrata a un ideale e a una passione che divora non è da tutti. Però a questi uomini nessuno, dico nessuno, parlò mai spiegando perché nel secolo XX° - quello delle telecomunicazioni - le commemorazioni non avrebbero più dovuto riempire la loro vita. Marconi stesso si recò in Vaticano e fornì il suo servizio al pontefice di allora chiamandolo con parole solenni e alte, ma in quel momento nemmeno lui avrebbe immaginato lo scenario del Trapasso. In esso, abbiamo tutti i mezzi adatti per comunicare a distanza anche da casa nostra. In esso, una morte ingiusta ci colpisce ma non al punto da rinunciare a qualsiasi cosa per celebrare solo quella. In esso, sappiamo che le parole sono soltanto suoni diversificati per ciascuna nazionalità. In esso, sappiamo che soltanto dal seme può nascere l'uomo e che quel seme porta sia il corredo genetico sia il corredo planetario. Nulla e nessuno più ci dice le parole che ci dissero la Bibbia e il Corano. Esse restarono, per secoli... come un sigillo. Oggi quel sigillo è stato aperto e non ci fa più l'impressione che avrebbe dovuto. Le nostre cellule hanno vibrazioni di diversa provenienza: ricordi nostri, musiche, sessualità. Queste le corde più potenti, a cospetto delle quali qualsiasi frase di un testo religioso dell'antichità non può scuotere più di tanto. E le parole stesse sono lì a dirlo: sono frasi... sono soltanto frasi!
Proprio qui viene da pensare alla rilevanza degli atti, in confronto alle parole. Al telefono avrete sicuramente millantato anche voi qualcosa, perché succede a tutti (specialmente in età giovanile). Ma quante realmente ne faceste? Chi vantava di essere stato a letto con 600 donne quante realmente fece innamorare? Forse nemmeno una. La realtà sta alle parole come un albero di mele sta al disegno di un albero di mele. Voi sotto l'albero cogliete una mela e la mangiate. Sopra il disegno potete solo guardarlo, con i vostri occhi. Così è con le intercettazioni. Gli inquirenti possono solo ascoltarle, mentre colui che davvero rapina una banca è già in azione a 13 km. di distanza. Ciascuno di noi in una vita di 90 anni pronuncia in media 30-40 milioni di parole. Sapete quanto viene realizzato, in proporzione, nella realtà degli atti? Nemmeno lo 0,01%. I telefoni addirittura veicolano la realtà più romanzata di tutte, perché noi siamo in presenza unicamente del nostro essere, senza controllo e senza sorveglianza. Questo ci porta a dare spazio alle spinte più basse e più istintive. Al telefono, gli uomini scherzano... si vantano... fantasticano... parlano male degli altri... stuzzicano... fingono... simulano... promettono... millantano... si arrabbiano... minacciano. Proprio l'universo delle conversazioni telefoniche è quello meno affidabile di tutti, se volessimo scoprire la verità sulla vita di una persona. Scopriremmo la persona, ovvio: se voi ascoltate quattro mesi di conversazioni quotidiane di una persona conoscerete molte cose di lei, saprete a che livello sociale è. Ma saprete poche cose su quello che realmente fa.
Una delle cose che più mi colpì nel 2005-2006, nella sua assurdità, era uno strano congegno che veniva definito 'macchina della verità'. Veniva usata alla domenica pomeriggio, nel programma di un'emittente televisiva italiana. Si faceva sedere un ospite e si ponevano a lui venti domande. Per ciascuna, il controllo delle onde e delle pulsazioni emesse dalla persona e misurate su un tracciato avrebbe detto alla macchina se quella era la verità e la macchina lo avrebbe detto a noi. Mai avevo visto una cosa altrettanto stupida. Le domande erano cose banali come: "Hai mai tradito il tuo compagno?". Ovviamente, la persona sapeva benissimo quale fosse la verità (o aveva fatto l'amore con altri o non l'aveva mai fatto). Ebbene, voi potreste immaginare che la verità sia data da un leggero fremito del vostro cuore o da un paio di battiti d'ansia in più? Capitava la cosa più assurda: voi non avevate mai tradito il vostro partner, ma la macchina (impressionata da voi) diceva il contrario. E il bello è che l'atmosfera era seriosa, tanto che le domande venivano poste da una giovane donna che ad ogni responso avvertiva, con fare arcigno e severo: "Non faccia commenti, per cortesia". Fu anche poco il ghigno che la Ricciarelli lanciò nel sentirsi smentita da una macchina. Quella procedura rappresenta il culmine della falsificazione e dell'inganno. Le macchine servono per compiere lavori di meccanica o moti che non possiamo compiere noi. Se domandate a una macchina se è verità il discorso di una persona non avrete mai alcun responso affidabile. Per comprendere le cose, tornerete ai file 1368 e 1370 di Memoriale, dove è spiegato bene che la verità di ciascun fatto è nient'altro che la sua corrispondenza alla realtà. Se voi avete tradito vostra moglie con due donne, questo è la realtà. E le due donne lo sanno. Se raccontate il falso direte che non l'avete mai tradita, ma questo non si nota da particolari misurabili del vostro corpo. Un corpo sa simulare e dissimulare. Esso ricorda il passato, ma sa anche archiviarlo. Nel momento in cui sollecitate il vostro cervello sul passato, è assurdo pensare che la veridicità di ciò che dite sia misurabile. Siamo in presenza di diversi ordini delle cose: un conto è vivere l'istante (voi vi emozionate, alle ore 16.25 di Italia-Cecoslovacchia); un altro è manifestarlo con il corpo. Pensare che quella macchina potesse scoprire sempre la verità dalle vostre onde è come pensare che il corpo sia sempre in buona fede. Sappiamo che non lo è, spesso. E il problema è proprio il fatto di non poterlo sapere. Il nostro corpo non dà segnali univoci: quando noi ci emozioniamo, questo non corrisponde a qualcosa di chiaramente interpretabile nel senso di NO (Falso) e SI' (Vero). In altre parole, non abbiamo un circuito di bit con alternanza 0, 1, 0, 1, 0, 1 ecc. Ahimè, se ancora utilizziamo una macchina della verità in quel modo non abbiamo compreso nemmeno un grammo della realtà.
Memoriale porta come sotto-titolo 'Ritorno alla realtà". Questo ritorno è avvenuto nell'era delle macchine (inizio secolo XXI°), ma non è dovuto ad esse. E' pur sempre dovuto a un uomo, che è l'autore di Memoriale. La realtà sta nello spazio-tempo, la verità la porto soltanto io quando devo rinnovare la memoria del passato. Non me la può dire una macchina. L'uomo è artefice del vero e del falso, al tempo stesso. Il suo capolavoro è proprio il possesso di questa esclusiva. Ma la realtà era soltanto quella. L'auto del signor Rossi si scontrò con quella del signor Bianchi, per mancato stop del secondo a un incrocio. Siccome sono uomini, essi riporteranno versioni diverse dell'incidente (a seconda anche del rispettivo interesse). Ma la realtà era una sola.
Con una macchina io posso muovermi/comunicare più rapidamente. Ma l'esclusiva della verità non l'ha alcuno e alcuna cosa. Per questo, dicemmo: "Attenti, la Bibbia è troppo poco". Sono frasi, racconti. Se mai la realtà ha registrato il ritorno in vita di una persona, ci interessa poco che alcune cose (ma pochissime) lo testimonino. Per assegnarlo alla realtà, dovremmo vederlo tutti (possibilmente). Se davvero fosse esistito Dio avremmo dovuto saperlo e verificarlo tutti, non crederlo il 60% soltanto del genere umano. La verità non fu mai accertata, dunque la logica ci fa concludere che Dio non esiste (altrimenti avremmo accertato la sua presenza). Quest'ultima fu sì testimoniata da qualcuno, ma a parole... soltanto. Il falso ha bisogno proprio delle parole per potersi diffondere, altrimenti nemmeno esisterebbe (perché la realtà non lo contenne mai). E così, la falsa idea di Dio andò in giro grazie alle parole. Effetto che perverte fu trovato proprio nella lingua. Se io non parlassi, avrei soltanto 'visione' delle cose e 'gestualità descrittiva' delle medesime. Con i gesti, se iscritti in un codice, potrei certo barare ma non nella misura in cui posso farlo parlando. Solo parlando io posso anche occultare la verità al 100%, presentando me o un evento in modo falso. Come avete visto in cima alla pagina, la classe sacerdotale ne fu piena per quasi venti secoli. Parole di retorica e di magnificazione. E non si accorse che proprio con queste sarebbe arrivato il momento della verità, quello nel quale viene scoperto che il concetto esisteva sì ma non era quello trasmesso (falsamente) con la parola. Era un altro, e fu proprio la lingua a permettere di falsificarlo. Con le persone voi prendete un sosia anche perfetto: prima o poi i familiari scopriranno la falsificazione e diranno che quello non era Giovanni (non riconoscendolo in qualche particolare personale). Con le parole, non lo avremmo scoperto mai perché con esse voi date a credere qualsiasi cosa a colui che sia disposto a credervi. E la classe sacerdotale fu proprio una stirpe di creduloni.
Attenzione, qui rinnovo la spiegazione del fenomeno descritto su Memoriale. Se in epoca antica un concetto si fosse perso, la sua parola ne avrebbe avuto - associato - un altro. Avrebbero detto Dio pensando a un concetto falso, cioè a un'immagine diversa da quella formatasi in origine per il vero concetto. Fatto questo, chi mai avrebbe trovato quello originario che si era perso? Ecco l'unicità di questa scoperta. Con Memoriale abbiamo dapprima mostrato l'assurdità della procedura linguistica: far passare come esistente un essere che mai nessuno portò a conoscenza degli altri (l'oggetto non esiste, finché non se ne mostri l'esistenza). Si parlò di lui, ma solo con le parole. Come la moglie del tenente Colombo, che i telespettatori non vedono mai. Se voi parlate per tutta la vita di una moglie che non avete, è chiaro che gli altri possono al massimo crederci e dunque prestar fede al fatto che voi abbiate quella moglie. Ma nessuno l'ha mai vista. E la realtà dice che la vostra moglie non esiste, cioè che voi non avete moglie. Le parole usate per parlarne possono però circolare e avere anche vita lunga, difatti Colombo parla della propria moglie almeno due o tre volte in ogni episodio. Dice cose come: "Sapete, anche a mia moglie piace molto quel cantante". L'altro sente e prende atto, ma la moglie del tenente Colombo non la vede per il semplice motivo che non c'è. Colombo può però parlarne, perché la lingua porta con sé tanto vero e anche tanto falso, tanta realtà e tanta fantasia. Non esistendo, egli potrà perfino chiamarla in tanti modi. Con uno la chiamerà Anna, con un altro Laura, con un altro Federica. Tanti riceveranno così l'idea della moglie di Colombo, ma solo l'idea. E non esistendo la realtà (che sarebbe unica per tutti) è chiaro che quella idea andrà in giro dando tante immagini diverse. C'è chi penserà la moglie di Colombo come una donna bruna, c'è chi la penserà bassa di statura, c'è chi la penserà alta ecc.ecc. Proprio come Dio, che difatti - non esistendo - diede sempre immagini diverse. Se fosse davvero esistito, ne avremmo avuto tutti una soltanto. Come ne abbiamo una del tenente Colombo, impersonato dall'attore americano. Ora avete capito meglio?
La realtà non ha possibilità diverse. Essa è una sola. L'uomo è artefice del vero e del falso, al tempo stesso, proprio perchè parla una lingua e con essa può raccontare sia l'uno sia l'altro. Il suo capolavoro è proprio il possesso di questa esclusiva. La natura non l'ha: ha solo realtà. E quello che esiste si manifesta da solo, a tutti, in uniche sembianze. Potremo magari scoprirlo tardi (esempio: tesori sotto terra, pianeti lontani) ma esso c'è. Solo quando non c'è non lo scopriremo mai, e allora potremo anche parlarne per secoli dando le versioni più diverse (contrabbandate sempre all'insegna della fede). Per farlo occorreva avere una lingua fatta di parole, suggerite a un cervello che pensa e che può raccontare il falso.
E' proprio vero. Le macchine vi salutano.
Pagina del 22 giugno 2006