Il problema di una lingua per tutti

A

Anchor (ENG)

Questo sogno fu carezzato, in momenti diversi, da tutti coloro che seriamente si posero a studiare e ad elaborare il repertorio dei suoni. Chiunque di voi desse retta al pensiero di unificare tutti gli alfabeti esistenti (che non sono comunque tanti, siamo stati abbastanza fortunati) si troverebbe davanti al solito tentativo: mettere in lista tutti i suoni e dare come regola un unico segno grafico per tutti. E' quello che anch'io ho provato a fare, ricavando la lista che vedete a sinistra (chiedo scusa, se ho dimenticato qualcosa... sicuramente mancano molti suoni vocalici e ho tralasciato per evidenti motivi i dittonghi). Serve? No, perché non si vive di sola aria latina. Appena mi sposto agli altri alfabeti (arabo, cirillico, Thai ecc.) mi trovo davanti a suoni a noi sconosciuti che coi nostri caratteri non avrebbero nemmeno un simbolo immaginabile. Provate voi a darlo a quel suono dell'alfabeto cinese che sta a metà tra la J di jazz e una R rotante. Provate voi a darlo a quel suono dell'alfabeto arabo vicino alla T con un leggero raschìo di gola.

FAQ. Perché in altre parti del mondo ebbero questi suoni a noi sconosciuti?

Perché storicamente ebbero un'antropologia diversa. Se voi fate vivere i primi 7 anni di vita selvaggia di un bambino nel deserto anziché dentro un tranquillo appartamento di Milano all'ottavo anno scoprirete che egli ha sviluppato dentro di sé una potenzialità fonica diversa.

In teoria, si potrebbe tentare ugualmente l'unificazione facendo imparare agli Occidentali quei suoni (perché gli altri non provano viceversa alcuna difficoltà a pronunciare la C di crosta o la H di home, l'unico problema essendo quei casi in cui popoli come i Cinesi non pronunciano del tutto una consonante come la R di cura). Compito proibitivo. Per realizzarlo, tutte le nazioni dovrebbero oggi immettere d'imperio nei loro alfabeti suoni delle altre ed educare fin da piccoli a pronunciarli.

Tutte le persone al mondo possono imparare Te quiero, ma non tutte possono materialmente imparare la grammatica di quella nazione compresi i suoni. Nascendo ancora diversi e in diversi ambienti, la fonìa è anche un fatto dell'antropologia. Dire che la natura non distingue tra l'atmosfera di Pechino e quella di Parigi è un'ovvietà, perché se l'aria è formata dei medesimi componenti è anche vero che le strutture impartite alle menti dei bambini cinesi sono fin dall'inizio diversissime. Se noi osserviamo un piccolo, figlio di genitori cinesi residenti a Milano, parlare immediatamente italiano fin dalla più tenera età allo stesso livello dei coetanei italiani ce ne rallegriamo. Ma il problema sono le strutture della lingua, non quelle della sua mente. Siccome le lingue e le grammatiche possiedono un'impalcatura propria, è difficile smontare tutti i piloni e i soppalchi e dire alla massa di operai che lavora sui ponteggi: "Da domani consideriamo tutti questi pezzi secondo cinque categorie e basta". Se gli operai facessero questo magari dovrebbero infilare un tubo dove manca una cavità o segare un pezzo di legno dove non si può segare. Come dire che strutture metalliche o materiali diversi non possono combinarsi comunque. Imparare ad utilizzarli tutti non significherà mai potere fare la stessa cosa con tutti loro.

Allora come possiamo sintetizzare il tutto?

Dicendo appunto che una lingua universale si può anche trovare, ma un uomo massificato uguale in tutto il pianeta ancora no. E occorreranno per questo ancora molti secoli.

Il problema dunque non è linguistico, ma antropologico. Qualora noi volessimo fare un'unificazione ci troveremmo davanti all'impossibilità di indirizzare gli uomini verso un uguale uso dei medesimi. Quel che è uniforme in natura lo è già senza bisogno che noi operiamo in alcun senso. E' quello che non lo è che dà problemi. E dunque - siccome anche noi uniformi non siamo - la possibilità di unificazione si allontana.

E

Ending (ENG)

I

Sheep (ENG)

Ii

Ship (ENG)

O

Oboe (ENG) - Onda (ITA)

Oe

KOEstler

U

Voyou (FRE) - Cura (ITA)

ü

Unité (FRE) - Würzburg (D)

B

Battery (ENG)

C

Check (ENG) - Cena (ITA)

K

Kent (ENG) - Crosta (ITA)

D

Devon (ENG)

TH

Thirty (ENG)

F

Fans (ENG)

G

Gang (ENG)

GH

Jazz (ENG) - Juice (ENG)

H

Home (ENG)

L

Land (ENG)

M

Mountain (ENG)

N

Neve (ITA)

P

Path (ENG)

r

Terrain (FRE)

R

Room (ENG)

S

Seven (ENG)

s

Desert (ENG)

Sg

Jardin (FRE) - Plage (FRE)

Sh

Shiver (ENG)

T

Tempo (ITA)

V

Vingt (FRE) - Vacancy (ENG)

Z

Canzone (ITA)

z

Zona (ITA)

W

Woody (ENG)

ch

Achtung (D)

X

Box (ENG)

Non vedo una grande utilità in questo problema. La vita associata è interessante perché è diversificata. Io, facendo uno sforzo, divento poliglotta e la cosa stimola la mia intelligenza facendo lavorare il cervello. Se tutti avessimo una medesima lingua non è escluso che, dopo 3000 e più anni di alfabeto, saremmo più passivi e inerti. Non dobbiamo vedere solo una dispersione nella varietà.

Per me la questione nacque, come indagine, alla fine del 1993 quando uscì 'La ricerca della lingua perfetta', di Umberto Eco. Lessi quel libro con molte perplessità, che segnai come appunto sul libro medesimo. Molti, specialmente a partire dalla fine del secolo XIX°, ebbero l'idea di prendere pezzi di lingue diverse e montarli in un unico tronco. Questo nuovo tronco avrebbe dovuto essere un neologismo, valido per tutti, in un nuovo corpus come l'esperanto. La nostra 'luce' potrebbe diventare 'lumight' (luce + light), il nostro 'mondo' potrebbe diventare 'weltondo', unendo tedesco e italiano. Era un metodo tanto astuto quanto inutile. Questi suoni, come ho spiegato in altra sede, nacquero da eventi primigenii sacri scaturiti dalla natura e poi acquisiti collettivamente entro una comunità, che li stabilizzava nel tempo. Pian piano quel suono veniva pronunciato da tutti (entro quella comunità) ed esso veniva definito 'canonico', fino ad essere inserito in un repertorio (dizionario). Le lingue, poi definite 'nazionali', si formarono così. E insieme con loro progredì la nostra civiltà di uomini 'che emettono suoni'. Se noi oggi fondessimo tante esperienze facendone un'unica per darla a tutti entreremmo nell'ordine di idee di far emettere a tutti un medesimo suono per esprimere una certa immagine. Io ho in testa l'idea della luce: per comunicarla agli altri devo tirar fuori dalla mia bocca un suono. Se tutti ci mettessimo d'accordo nel modo ora detto, dovremmo dire 'lumight' (pronuncia 'lumàit'). La cosa è possibile, in teoria. Basterebbe compilare un intero dizionario e cominciare da domani mattina a farlo conoscere a tutti (scuole di Pechino, di Kuala Lumpur, di Bangkok ecc.). Intanto si dovrebbe vedere se i piccoli accettano questo metodo (che già sarebbe una cosa decisiva). Il nostro cervello dovrebbe assumere 'di forza' migliaia di nuovi suoni. Con noi, a una certa età, non si può più fare. In un bambino (o in tanti bambini) si potrebbe fare, ma senza alcuna garanzia di riuscita e anzi con una percentuale di fallimenti che scoraggerebbe qualsiasi sostenitore del metodo. Il motivo predominante - come ho detto in apertura di pagina - è che non viviamo in ambienti uguali e così quei suoni non possono essere immessi a forza. Ecco il lato per così dire 'sacro' delle lingue, quando esse furono in formazione. Chi, come Zamenhof, mise in pratica l'idea di unificare tutto creando una nuova lingua, non si avvide che proprio la definizione (lingua artificiale) nascondeva il problema, senza risolverlo. 'Lingua artificiale' significa sostituire forzatamente quello che successe con quello che non successe mai in natura.

Se io parlo, a velocità supersonica, è perché dentro di me concepisco che un intero universo di suoni possa non solo essere emesso materialmente ma anche sposarsi al suo interno cioé combinandosi in tutti i suoi elementi. Così, mentre io dico: "Non andrò stasera al cinema, perché non mi va quel film" il giovane americano che è da poco in Italia dice: "Io non andare questa sera a cinema, perché non piacere film". Cosa vuol dire? Significa che possiamo sì creare un universo nuovo di quei suoni, ma non possiamo garantire sulla combinabilità interna e sull'accettazione. Questo perché una lingua non è solo una somma di tanti elementi, ma soprattutto un'alchimia interna che nessuna mente umana da sola potrebbe ri-creare. Questa alchimia vuole ad esempio che le regole si formino da sole, come in una specie di meccanismo automatico per cui i sostantivi termineranno da noi in 'ento' (funzionamento, completamento ecc.) e da altri in 'ation' (integration, communication ecc.). Prendete il caso più eloquente di tutti. Julio Iglesias, ospite di un programma televisivo italiano, che dice a Baudo "Grazie della invitazione". Perché diceva così? Perché il suo meccanismo gli impose di dire 'invitacion' e non 'invito'. Venuto a casa nostra (che pure è una casa simile alla sua) ha dovuto convertire i suoi suoni: ci è riuscito con quasi tutti, ma con quello no. Effetto ancora una volta della 'intima coerenza' di un intero universo fonico, i cui componenti stanno assieme proprio come tanti mattoni di un unico palazzo. Lo stesso puņ accadere se si va all'inglese credendo di trasferire il medesimo suono. Da noi, ad esempio, esiste 'sperequazione' che da loro non č mai esistito nemmeno trasferito.

Non solo. L'assuefazione alla fonia e alla scrittura comunica al nostro cervello messaggi che noi impariamo riproducendoli. Questi sono dovuti sempre alla natura e basta. Eco ricorda che il primo testo che affrontò un ipotetico problema di lingua perfetta fu il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Qui però occorre pensare che allora i nostri connazionali erano ancora davanti a dubbi e incertezze in merito al futuro del volgare. Allora poi esisteva una distinta branca del sapere, che era l'eloquenza (oratoria). A noi oggi interessa poco (seguo il pensiero dell'autore del libro) ragionare su chi abbia parlato per primo. E tornare a un ipotetico antenato di tutti quale Adamo non č possibile. Quegli episodi sono leggenda e su di essi poco si può ricavare.
A noi interessa invece ragionare sullo stato al quale siamo pervenuti con la civiltà. Orbene, in questo senso - sostiene Eco - non si distingue a sufficienza tra lingua perfetta e lingua universale. Niente esclude che la prima sia solo accessibile a pochi e che la seconda sia imperfetta (pag.83). Eccoci dentro il problema centrale. E' proprio così: una lingua perfetta è di pochissimi invididui, perché è come se ipotizzassimo un funzionamento perfetto del nostro cervello nella articolazione combinata e logica dei vari suoni, mentre una universale sconta necessariamente il fatto di non essere mai nata (finora) per via di natura. Quando si elaborò un codice 'per tutti' (pittogrammi, incisioni su rocce, simboli ecc.) lo si fece in condizioni primitive, senza alfabeti e senza combinazione (perché suoni organizzati in un codice non esistevano). Quando più tardi quei suoni arrivarono, dopo che l'alfabeto fenicio fece il primo miracolo, la intima coesione ne fece un sistema meraviglioso di cui in seguito potemmo apprezzare l'impatto (cosa che i contemporanei dell'epoca, senza mezzi e senza cervello, non potevano fare). Ebbene, questi primi sistemi (greco, latino, sanscrito ecc.) erano 'creazioni di natura' poiché nessun uomo messo sopra un asse a sistemarli avrebbe saputo crearli da sé. Oggi che possediamo il dominio di quei suoni è normale che pensiamo anche di ricreare un intero universo fonico per darlo finalmente a tutti. Facendo in questo modo, tuttavia, andiamo a toccare proprio quelle creazioni della natura stessa che in principio fondarono la civiltà. E' come se io volessi smontare una Fiat Panda e mettendo alcuni pezzi di quella con altri della Ford Mondeo facessi una nuova auto dicendo a tutti: "Guardate, quest'auto è universale ed è per tutti: non è grande ma nemmeno piccola, non è sportiva ma nemmeno per casalinghe, non è proprio velocissima ma neanche lenta, non è proprio un salotto ma non è nemmeno un ripostiglio eccetera". Magari a qualcuno parrebbe il progetto di un'auto universale. Però che significa 'auto universale'? Noi siamo diversi. Non esisterà mai un'automobile buona per tutti, che tutti acquisterebbero senza volerne un'altra. Ecco, in poche parole, la sintesi.

Tutto il genere umano ha oggi in dotazione l'universo dei numeri, che è sicuramente un meccanismo universale. Quattro più quattro fa otto in qualsiasi parte del pianeta e per qualsiasi uomo. Ma il modo di dirlo ci ha separato sempre. Ci sarà un motivo. E questo motivo esiste perché sono gli uomini a non essere tutti uguali (=fatti in un modo da poter accettare tutti i medesimi suoni combinandoli secondo un medesimo sistema). Questo si può fare in altre cose. Guardate quanti standard sono stati immessi nella tecnologia. Essi hanno davvero unificato il genere umano. Ma trovare un unico sistema di suoni è problematico, perché non li sentimmo tutti in quel modo già nella nostra infanzia.

Tutti, nel frattempo, elaborarono alcune idee che in fin dei conti risultano ovvietà. Dicevano ad esempio che una eventuale 'grammatica universale' dovrebbe essere semplice e razionale, con poche regole e possibilmente senza eccezioni. Perņ se quell'eccezione nacque non è certo per un capriccio della natura. Avuta anche la 'q' (cosa che era sicuramente inutile) tutti gli Italiani dovettero esprimere un suono che era il medesimo con due distinte lettere. Beh, anch'io ne farei a meno. Ma quando venissero costretti oggi a scrivere 'cuadro' gli Italiani accetterebbero? E gli Americani che scrivono 'cuestion'? Io credo di no. Dice: la doppia q non esiste, fatta eccezione per 'soqquadro'. Ma se questa eccezione venne ad esistere perché mai dovremmo semplificare il sistema eliminandola? Cosa scriverete? Soquadro? O addirittura 'socquadro' o 'socuadro'? Quest'ultimo esempio vale a dirci che un sistema va toccato il meno possibile: semmai va discusso nelle carenze di logica, che sono quelle che io ho messo in evidenza su Grammatiche. Dire 'fare la doccia' non č meglio che dire di 'prenderla'. Ecco, qui si tratta solo di assuefazione dell'orecchio. Laddove si possa eventualmente si correggerà (se si vuole) tornando a una logica più sostenibile, poiché queste espressioni nacquero soltanto da un fatto di assuefazione e poi di orecchio 'incollato' a quella. Ma non possiamo d'improvviso rinunciare a un intero sistema di civiltà per dire: "Ora entriamo tutti in un unico sistema, parliamo tutti soltanto quello".

Io so che l'esperanto esiste e che ha cultori. Possiedono un'associazione, dei circoli e naturalmente un sito Web. Non mi metto certamente a criticarli, anche se il tempo rese inutile questa realtà (un sistema di comunicazione funziona se un numero adeguato di individui lo utilizza, esso non può sopravvivere eternamente nel ristretto ambito di un circolo). Qualcuno sostiene sempre che a parlare una lingua 'di tutti' si prova un senso di solidarietà. Questo pensiero è da rifiutare categoricamente. La solidarietà deve valere per le iniziative umanitarie, per la condivisione di ideali e non per un sistema di comunicazione. Noi oggi utilizziamo tutti il telefono e per spostarci l'automobile, ma non per questo l'uniformità di questi due mezzi può suscitare solidarietà. Del resto, non mi sento solidale quando parlo la lingua italiana con una persona che come me parla lingua italiana. I principi di base dell'esperanto erano naturalmente razionali e sostenibili. Il fatto che si intendesse far corrispondere suoni e lettere, senza eccezioni, è una cosa costruttiva. Però pensare che questo corrisponda a un modello universale e perfetto, questo no. Un sistema non diventa perfetto quando eliminiamo le eccezioni. Quanto poi alla sovrapposizione di tante radici, ugualmente, non vedo un miglioramento. Non possiamo andare a comando, nel parlare.

Un'unica lingua (nuova) per tutti sbatterebbe sempre contro il fatto naturale e ovvio della libertà nostra nel non accettarla. Non possiamo parlare per ordine o imposizione di qualcuno. Molto più comprensibile e possibile che in progresso di tempo sia invece una lingua veicolare già esistente (come l'inglese) a prevalere e a diventare così un progetto di lingua universale. E questo avrà comunque eccezioni.

Dove abbiamo abolito le frontiere, lo abbiamo fatto solo per motivi di libera circolazione e per obiettivi di libero scambio dei prodotti. Abolirle nelle lingue non è una realizzazione. Io, passato il Brennero, mi trovo in un altro sistema che viene chiamato 'German' o 'Deutsch'. Beh, se voglio inserirmi lo parlerò. Non dico loro: "Per favore, parlate il mio". Se loro conoscono il mio, potranno eventualmente dirmi: "Parliamo col tuo". E se arrivasse un altro, da altre parti, non dirà a me e a loro: "Ma siete ancora al punto da parlare l'uno la lingua dell'altro? Venite da noi: si chiama esperanto (o, nel caso, solidanto), possiamo parlarlo tutti e così non avremo problemi". Quando io rendo in un'altra lingua non faccio che parlare in un altro sistema, e non si può certo dire che sia per me una seccatura. Del resto, osserviamo la varietà degli uomini senza desiderare un unico tipo. Eco affronta problemi di traduzione senza avere ben chiaro (nel 1993) quello che ho spiegato su questo sito. 'Tradurre' non è dire in un altro modo. 'Rendere' è soltanto dire in quel modo, dopo aver captato con l'orecchio la fonte di partenza.

Infine, su una lingua originaria di un ipotetico inizio nessuno può dire qualcosa di serio. Perché parlate spesso di un'unica lingua madre da cui sarebbero state generate tutte? Questo è un fraintendimento.

Molti tendono a pensare: "Se all'inizio c'erano solo Adamo ed Eva, questi dovettero avere un'unica lingua". Viene da sorridere. Se ci fu un momento in cui solo due esseri umani furono sulla Terra, questi non ebbero certamente una lingua. Le lingue nacquero in età molto più recente, insieme con le civiltà. Questa storia di Adamo ed Eva, così come le altre della Bibbia e di altri miti dell'antichità, dovete dimenticarle. Sono soltanto storielle, messe in giro nell'antichità quando non si aveva cervello sufficiente per distinguere la realtà dalla fantasia.

Le lingue nacquero su vari punti della Terra, in sincronia con lo sviluppo dato dall'evoluzione (che rese più complessi anche gli organi di fonazione). Le prime - lo sappiamo - furono quelle che ritroviamo ancora oggi in scavi e reperti antichi. I primi alfabeti, sappiamo quali sono. In seguito, molto tempo dopo, ad esse si diede un nome. E così si disse: "Quello dei nostri antenati era il proto-ebraico". Solo che gli antenati mai seppero che quello era proto-ebraico. Essi lo parlavano, semplicemente. Se a Memoriale e Grammatiche sarà riconosciuto un nuovo inizio, tra 400 anni ad essi si darà magari una nuova definizione o li si intenderà in un modo diverso. Solo che io - che li ho creati - non lo saprò mai, entro il mio ciclo di vita. Voi prendete e fate pure quello che la natura vi suggerisce. Senza esperare.

Pagina del 15 agosto 2005