Gli scherzi della lingua, se non la si ha o la si perde

Il 20 e il 21 dicembre di un'annata di fine secolo XX° il consolato cinese a Milano avvisava il pubblico della sua chiusura in questa maniera:

L'ufficio del consolato rimane chiuso per festeggiare il ritorno del Macao alla Cina

Un ragazzo avrebbe potuto chiedere ai genitori quale fosse questo animale che tornava a Pechino da chissà quale altro continente. E' uno dei classici casi in cui la persona non di madre lingua incespica in un piccolo ostacolo portatole dalla preposizione (l'inglese ne ha a migliaia e anche lì si cade regolarmente). In genere, i residenti stranieri in Italia hanno un ottimo approccio con l'italiano, e perfino quelli di istruzione più misera (come gli emigrati senza titolo di studio o gli ambulanti) riescono ad inserirsi in brevissimo tempo. A parte i verbi, tutti ammettono la relativa facilità nell'apprendimento della nostra lingua e non dimostrano grandi lacune nel parlarla. Tuttavia, per quante persone colte e linguisticamente dotate abbiamo conosciuto, mai ci è capitato di imbatterci in una persona straniera che non cadesse almeno qualche volta in un errore, per quanto piccolo fosse. E' quasi matematicamente impossibile, anzitutto, che una persona sia 'perfettamente' bilingue, nel senso che padroneggi due lingue alla stessa maniera. Ve ne sono un gran numero nate da padre e madre di diversa nazionalità, e dunque cresciute contemporaneamente con due culture linguistiche. Ma anche in questo caso la direzione porta il nostro cervello verso una delle due. Questo è provato dal fatto che quando siamo all'estero per un periodo non breve tendiamo anche a noi a pensare o a rivolgerci - salvo imprecazioni o bestemmie - proprio con la lingua del paese in cui viviamo.

L'ITALIANO ALL'ESTERO

Una delle prime cose da notare quando ci rechiamo all'estero è l'italiano che viene usato da chi lo parla nell'altro paese. Distinguiamo due settori.

1) Italiani emigrati in quel paese e ivi residenti da parecchi anni.

Queste persone hanno perso circa il 60% o 70% della loro padronanza originaria dell'italiano. Questo si traduce in tre fenomeni:

a) Maggiore difficoltà a 'farsi venire' il termine e dunque lentezza nel momento in cui si viene sollecitati a parlare nuovamente la propria lingua originaria (attenzione: difetto di relazione interna, non di probabilità esterna)

b) Frequente mescolanza del periodo voluto (italiano) con quello nuovo acquisito (altra lingua), da cui improbabili accavallamenti sintattici o curiose circonvoluzioni

c) Leggera evoluzione dell'accento originario, che viene anch'esso filtrato da un diverso approccio del nostro cervello alla frase.

Un buon test in questo senso è una visita in Australia, dove si può sentire un italiano non esistente in nessuna altra parte del mondo. Memorabile un avviso che trovammo nella chiesa cattolica di Perth: 'Si prega di ritornare i ceri presi dall'altare'.

2) Stranieri che apprendono l'italiano nel loro paese.

Qui la casistica è più varia. Se la lingua viene insegnata da un italiano madre lingua si ha una curiosa schiavitù al 'verbo' dell'insegnante, per cui la persona continuerà per tutta la vita a fare come se parlasse con la persona che glielo insegna.

Se la lingua viene appresa addirittura da un altro straniero lo studente entra in un territorio molto singolare dove la lingua va per conto suo, cioé si relaziona all'interno con le più varie concordanze e 'viene' all'esterno prevalentemente per espressioni già fatte ('credo che...', 'diciamo che...', 'conto di...', 'è chiaro che' ecc.ecc.)

Se infine viene appresa perché il proprio coniuge è italiano, questo è forse il modo più indicato perché si acquisisce in un contesto obbligato come quello familiare, in cui le due componenti - interna ed esterna - si combinano nella maniera migliore. In questo caso, tuttavia, permane una certa schiavitù (all'italiano del coniuge), salvo che la persona abbia un grande repertorio didattico a disposizione come film, audiovisivi, cassette ecc. o sia costretta a parlare frequentemente l'italiano nel lavoro.

FAQ. Perché un emigrato 'perde' pian piano la sua lingua madre?

Per un fenomeno di natura. Più siamo immersi in un universo di suoni più lo sentiamo nostro e lo riproduciamo. Meno vi siamo immersi, meno lo sentiamo e riusciamo a ripeterlo. Se voi girate in Australia e vi imbattete di tanto in tanto in persone italiane avrete strane sensazioni, perché quella lingua non è più quella che era in partenza. Dodici anni in Italia e poi trentacinque in Australia forgiano l'essere in un modo differente e nel nuovo ambiente si farà fatica ad emettere gli stessi suoni di prima.

FAQ. Perché una lingua non più coltivata si dimentica?

Perché il cervello non avendo più relazioni con quel sistema non lo vede più. E' come se noi non vedessimo più una persona per 30 anni. Quando riapparirà, la vedremo molto diversa e così il cervello farà fatica perfino a riconoscerla.

FAQ. Perché una frase scritta da uno straniero e con preposizioni errate fa sorridere?

Anche qui soccorre un paragone simile. E' come se, incontrandomi con quella persona (ormai cambiata) io utilizzassi contenuti di trent'anni prima. Se in italiano si scrive 'il Macao' o in inglese si scrive 'the China' è come se noi ridessimo per conto della lingua. E' a quella lingua che non suona, e così noi - che abbiamo relazioni con essa - ci sentiamo a disagio nel sentirla maltrattata.

Pagina scritta originariamente il 29 dicembre 1999 - Ripubblicata il 28 febbraio 2005 con modifiche sostanziali