
Che
lingua parliamo oggi
Se vedessimo oggi una giornata tipica di una famiglia italiana alla fine degli anni '40, dopo la guerra, crederemmo poco al filmato. In quell'epoca in Italia c'erano ancora più di 25 milioni di dialettofoni, cosa che riduceva la vita familiare di un nucleo medio a scambi molto semplici basati su un dizionario essenziale di circa 6-7.000 parole. Non crederemmo per niente se vedessimo l'epoca intorno all'unificazione, 140 anni fa. Allora più di 7 cittadini su 10 erano analfabeti, e in quel periodo anche il semplice prolungare un discorso già chiaro era considerato dai nostri bisnonni e trisnonni sinonimo di 'chiacchiera' o di 'superficialità'. Lo dimostra anche la pruderie borghese con cui si accoglievano i figli portati per la letteratura. Insomma, si parlava pochissimo. D'altra parte, era un'esistenza priva di elettrodomestici, di televisione, di auto, di cinema e fino ai primi decenni del secolo ventesimo anche di telefono. Nessun ragazzo di oggi può lontanamente immaginare cosa fosse la vita - molto più breve - di allora. Non si esagera, dunque, se si continua a evidenziare il grandissimo salto nella comunicazione, che ha assunto via via proporzioni smisurate quando i mezzi sono entrati direttamente nelle case.
E' chiaro che il cervello dei parlanti è stato costretto e stimolato su un universo linguistico migliaia di volte più capiente. Oggi un giovane diplomato al conservatorio di 21 anni che abbia ascoltato molta musica, dopo averla studiata, ha un patrimonio culturale superiore venti o trenta volte quello di cui poteva disporre un uomo della stessa età 100 anni fa, nel 1902. Ciò che può mancare, nella società occidentale, è la consapevolezza spirituale, per cui oggi un singolo individuo può condurre teoricamente un'intera esistenza avendo rapporti soltanto con elettrodomestici, computer, centraline e allarmi. Cosa che nei più deboli può portare alla alienazione dal mondo. Ecco dove la comunicazione diventa teoria pura: si può parlare di quella degli altri senza averne mai una propria, e senza risentirne (come invece si pensava un tempo, quando avevano grande forza imperativi di salute come 'sposarsi fa bene' o 'mettere la testa a posto').
Come si
connette alla lingua italiana questo discorso? Si connette in un
senso profondo, perché la lingua non è mai esistita se
non in simbiosi con l'evoluzione della società. Essa viene
respirata, plasmata nel tempo, sino a formare una colonna sonora. La
quantità enorme di parole presenti nella vita delle nostre
città non corrisponde tuttavia a un effettivo aumento di
comunicazione. Questo si può notare in tante conseguenze
pratiche. Spesso si conclude la giornata con grande stanchezza, ma
anche con l'impressione di aver combinato poco in quella giornata. La
lingua ci pare non abbia partecipato, nel senso che non abbiamo avuto
apporti linguistici cioé non abbiamo conquistato nulla di
nuovo in senso cosciente. Non ci rendiamo conto che molti elementi
linguistici sono stati immagazzinati dal nostro cervello senza che ce
ne accorgessimo. Qualche parola nuova, qualche notizia dalla radio,
ci hanno comunicato nuovi dati, ripetendo così l'operazione
che aggiorna un file sul computer dandogli più righe di testo.
Ogni giorno, fino all'età di 50 o 60 anni la nostra memoria
fissa si accresce di qualche Kbyte e diventa sempre più
capiente. Questo non significa che parliamo anche meglio. La nostra
espressione dipende anche dalla capacità di far funzionare
l'archivio posseduto e tante volte abbiamo visto come non siamo
ancora molto abili in questo. Anche qui si può accostare il
fenomeno al nostro computer, quando ad esso diamo una quantità
di informazioni supplementari senza che il programma riesca a
gestirle (perché magari ci dice: 'Attenzione, non ho memoria
RAM sufficiente' oppure dal Dos 'Mancano alcuni parametri').
Negli ultimi
anni cogliamo un divario essenzialmente tecnologico, dovuto
all'enorme progresso registrato negli anni '90 dalla lingua dei
computer. Nella metropolitana di Milano oggi su 10 discorsi di maschi
ben 5 vertono su e-mail, computer e file da caricare via Internet, 2
sul mondo del lavoro e dell'occupazione, 1 sulla politica o sulla
società, 1 sulla propria famiglia, 1 su fatti sportivi. Nel
1991 il panorama era diverso: 4 sul mondo del lavoro e
dell'occupazione, 3 sulla propria famiglia, 2 sullo sport, 1 sulla
politica e sulla società. Nel 1970 ancora molto diverso: 5
sulla propria famiglia, 2 sullo sport, 1 sulla salute, 1 sulla
politica o sulla società, 1 sul mondo del lavoro e
dell'occupazione. Se una persona avesse registrato trent'anni di
discorsi sulla stessa metropolitana, oggi avrebbe una statistica
molto significativa, che porta a due conclusioni principali: la
caduta del senso sociale della famiglia tradizionale, e il ruolo
della tecnologia nella vita del singolo. Cosa non si dice più
oggi? Si dice sempre meno: 'mia moglie', 'passeggiare', 'riposarsi',
'pranzo', 'salario', tutte realtà facenti
indissolubilmente parte del mondo di tre decenni fa, ancorato ad
abitudini e a istituti propri delle famiglie. Si dice sempre
più 'rapporto', 'dieta', 'pasto', 'ticket',
'diritto', tutte realtà relative al singolo individuo
nei confronti di una collettività socialmente intesa.
Soprattutto, ci sono migliaia di parole che non vengono più
pronunciate perché una inglese corrispondente (shopping,
part-time, beauty-center, megastore, market) ne ha preso il
posto a tutti i livelli. E talvolta lo ha preso definitivamente,
cioé non esiste più neppure la possibilità che
venga detta quella italiana (dominio soppiantato).
Veniamo alla collocazione geografica, ancora molto importante. Io ho coniato due neologismi, per indicare i due modi in cui viene parlato l'italiano nella penisola: Cèntromer, che è la lingua parlata dalla Toscana alla Sicilia e il Nòrdital, la lingua parlata in tutto il Nord. Benché sia in corso una tendenza unificatrice verso un'unica lingua standard, occorreranno probabilmente alcuni decenni prima che scompaiano i vari accenti regionali. Non meno di 60-70 anni, credo. Ciò che resta comunque di grande interesse sono le mescolanze, cioé le acquisizioni spurie (ovviamente non definitive) a cui una persona arriva quando si trova a doversi spostare in un diverso luogo di residenza. E' proprio nel mondo del calcio che capitano gli incroci più strani, perché elementi di giovane età nati in un luogo si trovano poi a dover risiedere per lunghi periodi in luoghi diversi, e così assumono elementi mescolati che determinano idiomi personali che in realtà non esistono. Ci sono però anche sviluppi positivi, derivati dagli stessi fenomeni migratori.
Un altro caso segnalato, che ha una grandissima importanza nel mondo contemporaneo, è la convivenza, matrimoniale o meno, con una persona di un altro luogo. Questo è un caso ancora più frequente, ma qui rileva anche la natura della persona: c'è una parte di persone più resistenti che conservano fino alla morte la radice originaria e assumono quella con cui convivono solo per imitarla o prenderla in giro. Il processo - ripetiamo ancora una volta - non è conscio. Diremmo dunque che agisce una compenetrazione tra natura intima della persona e ambiente, nel senso che il secondo viene comunque 'concepito' o 'recepito' in una certa maniera dal parlante. Se prevale un'esigenza di socievolezza, che significa soprattutto adattamento e integrazione, è probabile che la persona assuma subito (se è giovane) o gradatamente la parlata locale. Se la persona invece conserva una sua impermeabilità rispetto all'ambiente può anche arrivare a morire senza acquisire un solo elemento di esso.
In generale sono possibili nove eventi individuali
1) La persona rimane nello stesso luogo tutta la vita, e parla sempre in quel modo.
2) La persona si trasferisce in un altro luogo ma conserva rigorosamente la propria parlata.
3) La persona si trasferisce in un altro luogo e cambia radicalmente la propria parlata.
4) La persona si trasferisce in un altro luogo e indebolisce leggermente la propria parlata originaria.
5) La persona si trasferisce in un altro luogo e assume una parlata spuria tutta sua.
6) La persona acquista, per un certo periodo, alcuni elementi della parlata di una persona di altro luogo con cui va a convivere.
7) La persona non avrebbe alcuna inflessione e riesce a mutarla per dono di natura e secondo le circostanze.
8) La persona possiede un italiano depurato ma preferisce assumere quello del posto.
9) La persona assume da adulto una parlata sua 'senza luogo', con un'emissione consonantica molto personale.
Questi casi sono anch'essi soggetti a variazioni nel tempo. E' importante sottolineare come queste caratteristiche sono pilotabili, in una certa misura. Il loro insorgere fu automatico, dunque diremmo con elementi inconsci. Ma una volta consolidate e smascherate, l'individuo può in parte modificarle. Quel che è comunque difficilissimo è preservare costantemente una lingua pura nel parlato. Fuori dalle sedi istituzionali, in cui è richiesta magari una lingua perfetta, non riesce quasi nessuno. Ecco perché si è formato col tempo un italiano standard, cioé una lingua non perfetta ma neppure locale, che viene ormai parlata dalla quasi totalità della popolazione colta. E' un idioma abbastanza omogeneo, che ripete in sé perfino lo stesso tipo di licenze e di imperfezioni. Esistono dunque due branche:
a) un italiano standard dei Nòrdital, che è quello delle province lombarde, da cui si dipartono con musiche varie le parlate del Piemonte, del Veneto, del Friuli, del Trentino, dell'Emilia Romagna. Tutti i politici del Nord - soprattutto quelli della Lega, vedasi in particolare la colorita emissione dell'attuale ministro della Giustizia - parlano questa lingua, che possiede varie tonalità musicali all'interno del periodo e corrompe spesso l'uscita consonantica (in particolar modo la g e la s vengono personalizzate in varie modo). Questa lingua, benché possa apparire più 'musicale' e più simpatica dell'altra, si rivela nei fatti meno perfettibile, poiché abbiamo appurato come i migliori parlatori in Italia siano tutti appartenenti alla categoria b), a dimostrare probabilmente che una volta acquisita una certa musica al cervello è poi difficile levarsela.
b) un italiano standard dei Cèntromer, che è quello di Roma, nel quale confluiscono tutte le varie parlate dalla Toscana fino alla Sicilia. La lingua parlata dal siciliano Pippo Baudo, con slittamenti e contrazioni spurie, è un esempio classico di 'confluenza' per residenza successiva. Questa lingua, a differenza dell'altra, non è musicale. Qui la 'personalizzazione' avviene soltanto nella unione dei blocchi sillabici all'interno, gran parte dei quali viene contratta ('mi dici' può diventare 'medisci' e 'le quattro di sera' può diventare 'leguattroddisera').
La nostra previsione è che queste due lingue standard diventino sempre più 'padrone' della situazione e arrivino a unificare tutto il paese entro il 2020. Oggi i conduttori del 95% delle trasmissioni televisive e dei programmi Rai parlano l'italiano standard (per 2/3 quello Cèntromer, data la prevalenza numerica di speaker dell'area centro-meridionale dentro la Rai).. Questa lingua unificata è comunque un ottimo modello linguistico e si può definire la lingua emergente all'inizio del secolo XXI°.
Pagina del luglio 2003 - Aggiornata poi il 19 marzo 2005 e il 7 gennaio 2006