
1895. Proprio
un'altra lingua
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Centodieci anni fa. Regno d'Italia. Dunque: scuole del Regno. Non esisteva ancora repubblica italiana, e le condizioni erano quelle descritte nella pagina 'note'. Famiglie che vivevano di pochissime cose. Esistenza limitata a pochi centimetri di spazio, scarsa percezione, movimenti ridotti e riflessi lenti, con poche parole in ballo.
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Abbiamo rappresentato quell'epoca in questa fotografia, che campeggia in quella pagina. In quel tempo, il dizionario della lingua italiana aveva naturalmente un suo parco di suoni disponibili. Ma la lingua parlata, dato il livello generale di istruzione, era formata da non più di qualche migliaio di parole. Come dire: si usavano quelle e basta. Ma poi: dove si parlava la lingua italiana, cosa che già era 'all'avanguardia'. Nell'80-90% delle famiglie si parlavano i dialetti e soltanto quelli. Soltanto chi frequentava la scuola e concludeva il corso di studi entrava stabilmente a parlare soltanto lingua italiana (che però mescolava nel dover ascoltare o nel dover interloquire con dialettofoni). E chi aveva studiato e magari insegnava non conosceva sintesi, nel senso che usava una lingua ampollosa e ricca di accademia. |
Qui ne vediamo degli estratti molto significativi, in uno scritto di Giuseppe Rigutini, latinista che aveva scritto un dizionario di latino. Come spesso accade, egli corredò il dizionario di una 'prefazione'. Come la chiamò?
Avvertimento alla presente edizione.
Chi userebbe quella parola oggi? Oggi diciamo 'introduzione', 'prefazione', al massimo - se si vuol essere ironici - 'avviso'. Ma 'avvertimento' sarebbe eccessivo. Allora era parola normalmente nell'uso, poiché la realtà molto più cruda e selvaggia di fine secolo 'avvertiva' quando 'introduceva per chiarire in anticipo'.
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Sapere adoperare un Vocabolario scolastico è condizione necessaria perchè da esso i giovani possano essere efficacemente aiutati nei loro studj: il modo poi di saperlo adoperare dovrebbe essere una delle prime cose insegnate nella scuola. Ciò naturalmente impone al compilatore il dovere di spiegare innanzi quale è il metodo seguito da lui, e dentro a quali confini si è tenuto. E per quel che riguarda la prima parte, trattare lessicograficamente il materiale della lingua latina, esaminarne i varj usi che ne fecero segnatamente gli scrittori classici così di prosa come di poesia, distinguerne i sensi, spiegarli con brevi ed acconce dichiarazioni che conducano il giovinetto dentro alla parte ideologica della lingua, ordinarli con rigore logico, sceverare gli usi prosastici dai poetici, i proprj dai figurati, e comprovarli con esempj di scrittori autorevoli, specialmente di quelli che più si leggono nelle scuole, questo è stato il mio metodo. Il quale, perciò, differisce dal metodo, se così può chiamarsi, seguito da quasi tutti i compilatori di Vocabolarj latini per uso delle scuole nostre. Nei quali Vocabolarj si vede fatta confusione di tutto, e ripetuti, come per tradizione, gli svarioni dei precedenti: di vere e proprie definizioni o dichiarazioni, nulla o quasi; ma uso ed abuso di corrispondenti italiani, e spesso di quali corrispondenti, e di che lingua! di modo che io non dubito di mettere, per la lunga esperienza che ho avuto della scuola, siffatti libri tra i principali impedimenti all'apprendimento della vera e buona lingua italiana nelle scuole di latino. Forse parrò ad alcuni troppo severo in questo giudizio: ma gli esempj che in gran copia potrei produrre, mi assolvono dinanzi alla mia coscienza dall'accusa di troppa severità. Studiatomi adunque di dichiarare nel modo più acconcio il valore di un vocabolo, soggiungo sempre il corrispondente che la lingua italiana mi suggerisce, preferendo quello che, oltre al senso, ritrae la parola latina anche nella sua materialità, o certamente non trascurandolo; affinché possano i giovani vedere quanta affinità di origine e quanto stretta parentela sia tra l'idioma dei Latini e il nostro. Ma gli esempj addotti a sostegno di questo o di quel senso, io non li spiego sempre, dovendo bastare la dichiarazione già data della parola o di quel suo particolar significato: nella qual cosa ancora mi scosto in qualche modo dagli altri Vocabolarj scolastici, i quali spessissimo sono aiuti alla indolenza dei giovani, e spesso anche suggeritori di tali spropositi o di così sgarbate traduzioni, quali conoscerà sicuramente chi, come me, ha consumato ventitrè anni di vita nelle scuole di latinità. In fine alla trattazione del vocabolo ho soggiunto la sua etimologia, quando è certa o almanco assai probabile: cosa la quale è oggi richiesta dalla qualità nuova degli studj lessicografici. Nè di minore utilità ai giovani penso che sia l'avere notato coi segni della breve e della lunga le sillabe della parola cavata fuori nel tema. Le derivazioni poi di un verbo, come i suoi participj, anche addiettivati, il verbale maschile e femminile in TOR e TRIX, l'avverbio uscente in E, coi suoi gradi comparativo e superlativo, si trovano sotto al verbo medesimo; come sotto al suo adiettivo si trovano il comparativo, il superlativo e l'avverbio pure uscente in E. S'intende che tali derivazioni si pongono sempre che abbiano esempio di uno degli scrittori registrati nella Tavola del presente Vocabolario, i quali da Ennio vanno fino a Svetonio. Ma gli adiettivi terminanti diversamente, i superlativi in ERRIMUS o in ILLIMUS, si cavano fuori da sè. Dirò finalmente come alla compilazione di questo lavoro io mi sia giovato, oltre che dagli studj miei, dei più riputati lavori lessicografici latini, così nostrali come stranieri, e cioè del Lexicon totius latinitatis del Forcellini, rifatto dal De Vit, dell'opera del Freund, del Quicherat e del Georges; anzi vo molto debitore a quest'ultimo quanto alla scelta del materiale, alle lezioni meglio corrette, ed altresì all'economia del lavoro. Per le correzioni poi fatte alla prima parte di questa edizione vado molto debitore a quel valente latinista che fu l'abate Luigi Goracci, il quale con la paterna bontà che per me mostrò sempre, volle rivedere riga per riga il mio lavoro. Per quel che riguarda la seconda parte, dirò che l'esperienza del libro nella scuola mi ha consigliato ad estenderla; e mentre nella prima edizione andava sotto il nome di Corrispondenze italiane-latine, in questa è veramente un Vocabolario italiano-latino, nel quale i nomi sono notati per il loro genere e declinazione, i verbi per la loro coniugazione, coi loro reggimenti grammaticali, con vantaggio grande dei giovinetti. E nonostante essa si tiene in confini meno ampj che quelli di altri consimili lavori. Perchè i loro compilatori pretendono di fare, non già un Vocabolario italiano-latino, ma effettivamente Vocabolario italiano, saccheggiando senza alcuna scelta tutti i Dizionarj, a incominciare da quello antico della Crusca, mantenendo le stesse definizioni, usando lo stesso linguaggio grammaticale; dando per vive moltissime parole morte, talora lasciando senza corrispondenza latina, perchè impossibile, la voce italiana, più spesso traducendo in latino la dichiarazione già data in italiano. Oltre a ciò, cavano fuori tutta quella parte di lingua, che è morta e seppellita da un pezzo, oppure è di forma plebea, e così raddoppiano e triplicano la mole del lavoro. Ad esempio, non solo si mette fuori da taluno di essi Ultimo, e come se il giovine italiano non sapesse che cosa significhi, gli se ne dà la spiegazione; ma si mette anche fuori Ultimo e Sezzaio, e tre volte si dichiara, e tre volte si traduce nel latino ultimus o postremus o extremus. Come di questo, così potrei citare esempj di cento e cento altre parole. Io invece nè dichiaro che cosa significa Ultimo, e chi non sa che significhi Ultimo o Sezzaio, lo rimando ai Vocabolarj italiani. Così nel mio libro la proporzione tra la prima e la seconda parte è precisamente inversa che in quello degli altri. Ecco spiegato brevemente tutto quello che era necessario a sapersi intorno questo libro. Vi spesi non pochi anni di fatiche e di diligenza, affinché meritasse il favore delle scuole nostre, il qual favore è andato d'anno in anno crescendo, e che non dubito crescerà anche di più ora che vi ho speso altri tre anni a ridurlo a una possibile perfezione. Firenze, 1° settembre 1895 G.Rigutini |
Adoperare. Sempre meno usato. Qui si sarebbe scritto 'usare' o 'utilizzare'. Perchè. Nelle congiunzioni l'errore dell'e con accento grave anziché acuto, presente in tutto lo scritto, ci dice che non esisteva allora questo tipo di attenzione. Studj. Tutte le parole con terminazione in 'io' avevano allora il plurale in 'j'. Poi la regola imposta fu la doppia 'i' (studii) e alla fine si liberalizzò anche questo permettendo la normale 'i'. Studi. Il modo poi di saperlo adoperare. Costruzione tipica dell'epoca. Nella scuola anziché a scuola. Innanzi sta per prima. Lessicograficamente. Molto bello questo avverbio. Allora si utilizzavano con più libertà avverbi che oggi non si formano neppure. Bello anche il segnatamente, che quasi non si usa più. Così... come... Questa comparazione oggi è obsoleta. Noi diciamo sia... sia... Acconce. Obsoleto. Il giovinetto ha l'effetto di una carrozza del Settecento. Sceverare è obsoleto. Comprovarli si usa sempre meno. Le scuole nostre sarebbe oggi 'le nostre scuole'. Ma qui abbiamo perso qualcosa. E di che lingua! Qui da notare l'uso intermedio di punto esclamativo, in seguito non più usato. Di modo che. Obsoleto. In gran copia. Obsoleto Studiatomi adunque di dichiarare. Costruzione tipica dell'epoca. Soggiungere. Sta per unire, corredare. Ritrae. Molto bello questo 'ritrarre'. Particolar. Nella qual cosa. Mi scosto. Molto bello. Aiuti alla indolenza. Costruzione tipica dell'epoca. Scuole di latinità. Molto bello. In fine sta per il nostro ormai stabile infine. Almanco sta per 'almeno'. Cavata fuori sta per 'ricavata'. Addiettivati sta per aggettivati. Adiettivo è aggettivo. Vocabolario allora si scriveva maiuscolo. Si cavano fuori da sè. Questa fa ridere, perché dà l'idea di un cavatappi o di un dente che viene fuori. Riputati è variante di reputati e vuol dire 'stimati', 'apprezzati'. Così nostrali come stranieri significa 'italiani e anche stranieri'. Vo debitore. Effetto di una carrozza del Settecento. Sta semplicemente per 'devo a'. Valente è oggi obsoleto. Mi ha consigliato ad estenderla. Oggi si direbbe 'mi ha consigliato di estenderla'. Reggimenti fa ridere. Sta per 'reggenze'. Nonostante essa si tiene non fu bello neppure allora. Qui avrebbe dovuto usare il congiuntivo. Di altri consimili lavori è espressione ormai dimenticata. Noi elimineremmo la seconda parola. Morta e seppellita. Oggi scriveremmo 'morta e sepolta'. Fuori da taluno. Fuori da qualcuno. Io invece nè dichiaro sta per Io non dichiaro neppure Necessario a sapersi. Molto bello, ma oggi non ci viene più. Intorno qui viene usato anche senza preposizione. A una possibile perfezione. Notevole. Pagina pubblicata in origine su Memoriale il 1 dicembre 2004 |