
Rendere in altra lingua
La capacità di tradurre si affina nel tempo, ma non può che svilupparsi in un terreno già pronto ad accoglierla. Chi vive di traduzione si trovò fin dall'inizio a ragionare, per ogni minima lettura che faceva. Questo significa che il suo era un cervello nato per viverci dentro, per lavorarci, per assumere quelle strutture mentali necessarie per far sì che un universo grande quanto un'intera lingua venga fatto proprio da un singolo individuo.
Oralmente, questa
capacità si definì 'traduzione simultanea'. Una
persona parla e contemporaneamente un'altra, che conosce le due
lingue (sorgente1 e di destinazione2), trasferisce il
suo discorso pari pari anche se privilegiando il senso dei concetti
più che la fedeltà dei passaggi. E' quello che
sperimentiamo quando ascoltiamo un programma radiofonico al quale
è stato invitato un ospite americano, che sentiamo parlare in
lontananza in inglese con una sovraimpressione orale di un traduttore
che dice le stesse cose in italiano. Meglio sarebbe se l'ospite si
esprimesse - anche se non perfettamente - in lingua italiana.
Qualcuno ci tenta, di tanto in tanto, con risultati che non
incoraggiano la pratica. Così, i conduttori preferiscono far
parlare in lingua originale. Se non hanno a disposizione un
traduttore ufficiale o possono farne a meno, traducono loro le parole
dell'ospite. Potremmo definirla 'traduzione postuma a brani'.
Quest'ultimo è un esercizio sempre più frequente,
perché ormai l'inglese va stabilizzandosi in tutto
l'Occidente. Qui sentiamo spesso il conduttore italiano che a un
certo punto ferma l'ospite dicendogli 'Let me translate' per
poi ridargli la parola per un brano successivo.
Gli Italiani
restano ancora al di sotto degli anglofoni del Nord Europa (in
Scandinavia e in Germania lo si parla molto meglio) ma è
curioso come siano molto meglio dei Francesi. La Francia, che
naturalmente non fa alcuna fatica nel capire e nel leggere la lingua
di Shakespeare, ha ancora notevoli problemi nel parlarla a un livello
accettabile. La traduzione a brani è più comoda,
perché chi ripete lo fa disponendo di una certa libertà
e non potendo essere contestato da alcuno. La traduzione simultanea
è molto più difficile e resta tuttora un campo
riservato ai professionisti, che devono cercare di seguire nel modo
più aderente possibile un discorso che si snoda con
velocità e di cui spesso tengono a mente un frammento per
'sputarlo' attaccato a uno successivo come accade in una serie di
vagoni di un treno. I traduttori orali simultanei non si vedono quasi
mai, poiché di loro ci arriva una voce fuori campo che si
sovrappone a quella del parlante. La loro traduzione corrisponde al
concetto spiegato su Memoriale, che mira a ragionare direttamente in
un'altra lingua. Ecco perché si richiede che il traduttore sia
quanto più possibile bilingue, anche se 'bilingue perfetti'
sono rarissimi. Per essere 'bilingue perfetti' occorrerebbe aver
vissuto una esperienza di vita particolare, in cui ad esempio una
madre inglese si sia sposata a un padre italiano e fin da ragazzi ci
si sposti dall'uno all'altro universo con la stessa disinvoltura dei
madrelingua. In più, ci vorrebbe naturalmente un alto indice
di interesse per la cosa (merce ugualmente rara) e attenzioni
culturali che pochissimi nutrono 'di proposito' (domandare ai
genitori, imparare espressioni, ragionarci ecc.ecc.).
Quasi in ogni nazione il pubblico a casa finisce per conoscere alcuni traduttori ufficiali, che sono quelli che più vengono chiamati a tradurre in pubblico.
Il muscolo del traduttore - La traduzione simultanea è come un 'andare senza rete', poiché si viene immessi in un meccanismo in cui si produce immediatamente e chi parla si adatta a due universi contemporanei (quello della lingua sorgente e quello della lingua d'arrivo). Se anche avesse dei dubbi o delle incertezze, il traduttore simultaneo dev'essere talmente padrone del suo mestiere da riuscire a camuffarli. In questo caso, solo pochissimi si accorgeranno di un suo errore poiché bisognerebbe avere ugualmente la stessa conoscenza in entrambe le lingue. La sua capacità sta nello stare in equilibrio su quella rete, in cui quello che arriva da sinistra deve avere una resa adeguata per quelli che ascoltano a destra. Oralmente, conta il livello di attenzione. Questo è la capacità di captare con velocità un senso e altrettanto velocemente averlo pronto (emettendolo) in un altro universo. L'emissione si assesta così su un terreno intermedio, neutrale, in cui si è obbligati a non pensare ad alcun'altra cosa che a quella che si rende. Una sorta di immersione, come dentro una cuffia che isoli da tutto il resto del mondo esterno. Ecco il vero stadio della 'simultanea'. E' uno stadio che affina l'attenzione perché dirige l'orecchio verso una fonte. Chi sta su quel terreno è obbligato a: non aver crisi, non avere pensieri che distolgono, concentrarsi sulla prima lingua sorgente, tener d'occhio l'altra.
Chi traduce oralmente finisce così per avere un muscolo molto più forte di chi traduce un libro, seduto a casa propria. Lo ha perché lo sviluppa nel tempo, dalla pratica stessa. Questa, nell'immediatezza di una diretta, espone a un livello di concentrazione molto alto che nel tempo favorisce il proprio avanzamento. Succedono perfino delle cose curiose (alcune sono piccoli segreti, che qui non dovrei neppure rivelare). Chi traduce in simultanea e si trovi in teoria davanti a una parola che non conosce può perfino intuirne il significato in un paio di secondi e tradurla normalmente, facendo leva soprattutto sulla logica della frase stessa e del concetto globale di cui si tratta.
Farlo è un piacere. Chi lo fa, poi, si adatta a farlo anche in circostanze in cui gli venga amichevolmente richiesto per singoli passaggi. In quel caso, sarà più rilassato ma non meno bravo. Una volta affinata la tecnica, si viaggia nella solita auto in cui i tuoi piedi vanno sui pedali senza neppure pensarci. E così capiterà come a me nel 1979, quando in una classe con sei diverse lingue presenti, imparai a passare velocemente dall'una all'altra. Il ragazzo di Lecce mi disse di chiedere alla parigina come avevano reagito alla sconfitta della Francia contro l'Italia ai campionati del 1978. E questa era una cosa che più o meno veniva con un Qu'est-ce qu'on a dit de la défaite française de l'année passée? A questa seguiva un'immediata risposta, a livello giovanile, del tipo Je m'en fous du football. Cosa che avrebbe richiamato un volgarissimo Eh, facile dire così... se avessero vinto ora non direbbe così...che avrei reso con un nuovo torcicollo laterale Il dit que c'est facile à dire comme ça... si vous aviez gagné... e così via. Insomma, era più che altro un fatto di nervi. La frase ti portava in un terreno in cui necessariamente sarebbe dovuto venirne un'altra corrispondente.
Pochissimi si accorgono di quel poco che manca a un ottimo bilingue. Cosa manca? Diremmo soltanto la frase migliore per quel concetto. Tornate ai biglietti gratuiti riservati ai possessori del biglietto della mostra. L'ottimo bilingue è uno che su nove frasi possibili ne dice comunque una, ma il madrelingua noterebbe che non era quella più felice (delle nove) per esprimere il concetto. Questo in parte è dovuto anche al fatto che si deve rendere un concetto in un paio di secondi e seguendo un'altra persona che parla non si ha il tempo per tirar fuori cose di altissimo livello.
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Questa immagine fa pensare all'ambiente che circonda l'ingresso della sede di organizzazioni internazionali. La sede di grandi istituzioni politiche ha sempre messo un pochino di disagio a chi si avvicini dall'esterno, senza un 'pass' o una tessera che permetta l'accesso. Per fortuna, la possibilità - in alcuni casi - di assistere alle sedute o di riprendere le medesime garantisce quel minimo di pubblicità necessaria per non assimilarle a 'società segrete'. Ci sono molti traduttori che lavorano negli organismi sovranazionali europei (Unione Europea, Corti varie) e in altre organizzazioni internazionali. Questi passano concorsi iniziali che li selezionano, ma non hanno in genere una grande conoscenza generale perché il loro compito si limita a spaziare entro i termini della politica e del diritto. La loro attività è abbastanza noiosa. I migliori elementi sono sempre i freelance, negli ultimi anni. Si sono infatti formati per proprio conto, facendo esperienze molteplici. Il pubblico a casa ha poi molto presente l'immagine di quello che nei summit politici sta esattamente in mezzo tra due politici ma in secondo piano (dietro) e passa le parole dell'uno all'orecchio dell'altro. Sono il più delle volte persone a contratto con un'ambasciata o fisse nella residenza dell'ambasciata stessa. Ripeto, questo è un campo in cui si vede immediatamente se il soggetto ci sa fare. Lo metti alla prova, sia oralmente sia per iscritto, e il WYSIWYG (What You See Is What You Get) rivela con chiarezza il livello. Non sono consentite pause o esitazioni. |
La traduzione letteraria - Passando ai traduttori letterari o comunque a chi si esprime per iscritto, si passa a tutt'altro universo. Un universo 'mediato', in cui si lavora con tranquillità ma non senza incorrere ancora in errori. Il discorso però si fa più complesso e investe un ordine della lingua in cui noi dobbiamo essere un poco 'autori'. Traduttore di un romanzo è in parte un 'autore', poiché lo immagina scritto in un universo che non esisteva nella mente di chi lo scrisse per la prima volta. In questo esercizio di immaginazione traccia egli stesso una nuova via, e su questa poi passeranno i lettori di quell'altra lingua. Il livello medio è alto, oggi. Per fortuna, non escono in libreria disastri. Ma uscivano, fino agli anni '60. L'esperienza di chi traduceva era molto più limitata, anche dal punto di vista umano. Esistevano meno scambi, meno letture, non si ascoltavano cassette o radio come oggi, non si riceveva un inglese colloquiale e si conosceva pochissimo lo slang.
Oggi viviamo in un mondo in cui continuamente ci si scambia parole e le si ascolta in un altro idioma. Il livello per così dire 'burocratico' è stato reso facilissimo e automatico da prontuari, formule, guide varie. Il livello 'turistico essenziale' viene aiutato da altre guide, phrasebooks che contengono tutto quello che occorre, dal distributore di benzina al tabaccaio, dal ristorante all'autostrada. Resta il livello 'letterario', che è l'unico a non avere guide. Questo significa che chi si pone a tradurre un'intera opera in altra lingua va di suo, opera con una propria automobile che si sposta tra le singole frasi senza apporti. Voi direte: ma non ha il dizionario accanto? Sì, ma questo serve solo per piccole consultazioni, che si fanno non molto spesso. Se si facessero spesso si tradurrebbe in cinque mesi anziché in uno. Gli editori domandano un lavoro che dev'essere terminato in tempo utile per avere una pronta uscita sul nostro mercato librario. Chi fa questo lavoro non va più 'a rimorchio' di un dizionario ma dev'essere in grado di rendere da solo almeno 80-85% di quello che legge. Perfino verbi rari come un 'wield' o un 'shill' non serbano misteri. Il traduttore esperto - da una lingua straniera alla propria - consulterà il dizionario al massimo per nomi propri (esser certo, ad esempio, che siano luoghi geografici) oppure per un termine dello slang.
Ci sono comunque casi in cui il traduttore non sa che pesci pigliare, e si trova in solitudine a casa sua. Per dare l'idea, chi si trovi a tradurre Gadda in inglese avrebbe ancora oggi notevoli grattacapi. Più le lingue sono immaginarie o maccheroniche, più in quell'altro territorio ci si trova spiazzati. Poniamo che io sia un traduttore di Londra, e sia alle prese con La cognizione del dolore. Siamo alla ottava riga della prima pagina:
Erano obbligati a contributi molteplici, il cui globale ammontare, in alcuni casi, raggiungeva e financo superava il valsente del poco banzavois che la proprietà rustica arriva a fruttare, Cerere e Pale assenziendo, ogni anno bisestile
Qui è un'impresa già raccapezzarsi in italiano, figuriamoci passarlo in inglese. Cosa fanno in questi casi quelli che hanno fretta? Se il romanzo è comunque fatto di 'narrazione con trama' devono rispettare la traccia, perché altrimenti chi legge non potrebbe seguire. Hanno due metodi. O riportano pari pari la parola che trovano scritta o - se hanno pochi scrupoli - saltano l'intero periodo ritenendo che il senso della narrazione non ne risenta.
Fino a 40-50 anni fa, si facevano però errori ancora colossali. Tra i più tipici, quello dei 'falsi amici'. Traducevano 'morbid' con 'morbido', 'motorist' con 'motorista' o con 'meccanico di automobili', 'physician' con 'fisico nucleare' eccetera eccetera. Poi, sbagliavano nel non saper interpretare parole con significati estesi. Così c'era chi prendeva 'fan' per ventilatore anziché per fanatico e 'brave' per bravo anziché coraggioso. Anche qui, in base al grande progresso avutosi negli anni '60, le menti crebbero notevolmente e molti editori ebbero l'ottima idea di ristampare romanzi di grande richiamo con nuove traduzioni.
Inesistenza traduzione letterale - Una difficoltà oggettiva di qualsiasi traduzione è l'impossibilità di rendere la stessa cosa al 100%. Questo, badate, è un argomento del quale non si è mai parlato e che invece è della massima importanza. Perfino parola per parola, il termine di una lingua non è mai quello dell'altra neppure nelle cose più comuni. Se trovo 'enjoy', in italiano devo passarlo per lo più come 'godere' e invece non è proprio quello. Se ho 'exploit' devo passarlo come 'sfruttare' e invece non è esattamente quello. Diamo dunque la legge che presiede a questo meccanismo: nessuna parola di una lingua è propriamente ed esattamente la parola che la rende in un'altra. In applicazione di questa legge, il traduttore cercherà al massimo di avvicinarsi nel modo migliore in cui si può senza poter rendere la stessa cosa al 100%. Perfino frasi che si ritiene generalmente facili e indiscutibili non diventano mai la stessa cosa. Se io trovo Pinter's play is drawing well farò del mio meglio e così dirò La commedia di Pinter sta andando bene (oppure attira pubblico) ma non è la stessa cosa. La curiosità di chi ha un talento in questo settore sta nel farsi attirare ogni volta dal modo in cui una esprime il concetto dell'altra. Quando si impadronisce di una certa quantità di nozioni ha già una sua scienza e procede. Ma ripeto, dovrà essere anche lui 'autore' per una certa misura.
Dunque,
arriviamo all'oggetto che ci ha portato a pubblicare questo link.
Perché di tanto in tanto si scontrano tra loro questi
professionisti? Lo fanno sul metodo? Perché si prendono in
giro? La premessa per poter rispondere è la considerazione del
loro ruolo. In genere, uno specialista in traduzioni letterarie di un
certo livello si ritiene esperto al punto da dettar legge e da avere
un'idea abbastanza alta di se stesso (nel ramo). Facciamo un esempio.
Se capiterà che un altro faccia lo stesso lavoro, traducendo
quella stessa opera, egli riterrà la sua versione superiore a
quella. Ecco un fatto che spiega tante cose. E' come se voi foste
direttori d'orchestra e faceste il vostro Beethoven. Quello di un
altro non vi piacerà quanto il vostro. Difatti, anche su varie
traduzioni possibili di una stessa opera, si usa chiamarle
'versioni'. La versione di Tizio Compagni e quella di Livio Solari.
Esse verranno considerate 'altre', cioé 'diversa cosa',
perfino nelle minuzie. Una frase coordinata in un certo modo
verrà considerata completamente diversa dalla medesima con un
'per cui' anziché con un 'e quindi'. Questo vale a maggior
ragione nella poesia. Molti - tra cui l'autore di Memoriale -
ritengono che le poesie non sono traducibili, o perlomeno non si
dovrebbero tradurre. Chi voglia conoscerle al livello più alto
dovrebbe sempre leggerle in lingua originale. Nello stesso modo
ragioneremmo per un film.
Questa
premessa serviva a chiarire che anche chi traduce è un
'portatore di cultura', un operatore molto qualificato che ha
legittime pretese (spesso frustrate da un'imperfetta veste
editoriale, che a malapena lo cita in principio). La nostra
società sottovaluta questa professione al punto che chi legge
non ha mai idea del nome di chi gli abbia tradotto l'opera nella sua
lingua. I traduttori non vengono nemmeno citati ai convegni. Manca al
pubblico la consapevolezza che l'opera è leggibile solo
perché un 'negro' in casa sua si è messo a renderla in
quest'altro sistema (per quattro soldi). In teoria, diremmo, una
società ad altissimo livello di conoscenza non avrebbe mai
bisogno di traduttori, poiché la gente parlerebbe anche quella
lingua o un'unica lingua. Purtroppo, viviamo nello scenario nato
dalla torre di Babele, con migliaia di idiomi (di cui oggi una decina
fanno la parte del leone). Se un'inchiesta stabilisce che 70 giovani
inglesi su 100 pensano che Mussolini sia un calciatore potete
immaginare quanto poco si sappia della lingua italiana in Scozia o
quanto poco della russa si sappia in Portogallo. Necessitano
così professionisti, gran parte dei quali - acquisita una
scienza - si ritiene anche depositaria di una propria conoscenza
molto preziosa. Il problema è che questa conoscenza è
fatta di passaggi automatici, di idee, insomma di procedure mentali.
Non è una scienza né precisa né codificata una
volta per tutte. La lingua, come sappiamo, si modifica nel tempo.
La
scarsa tenuta del Joyce più difficile - Allora,
le liti qui hanno una doppia valenza. Quelle eventuali per motivi
linguistici insistono su un diverso modo di costruire una frase (e su
un tavolo della verità, anche in presenza di due versioni
corrette uno dei due dovrebbe prevalere alla fine). Qui inutile
entrare, perché dovremmo illustrare casi specifici che ci
portano dentro materie più adatte a una scuola di lingua.
Quelle sociologiche si basano su una diversa interpretazione data al
ruolo oppure all'autore che si traduce. Uno dei casi più
scottanti del secolo fu quello della traduzione di James Joyce in
altre lingue. Molti sostennero che alcune delle opere dello scrittore
irlandese non si potevano tradurre. Basta guardare al Finneganese,
lingua del Finnegans Wake, opera astrusa e illeggibile in
qualsiasi modo la si prenda. Scritta in un inglese fatto di
composizioni varie, attaccamenti, parole composte, ideogrammi (sibsubstitute,
wearywilly, hohore e via discorrendo), risultava
ancora più irreale tradurla. Da noi lo fece Luigi Schenoni, in
una sua versione per Mondadori. Il traduttore, inseguendo una sua
ambizione, si mise a riscrivere l'opera in italiano trasformando gran
parte di quelle parole inesistenti in altrettante parole inesistenti
in italiano. Tutte le sue intenzioni si infransero sullo scoglio di
un linguaggio autonomo non traducibile perché inesistente. Una
piccola catastrofe. Se voi avete qualcosa che non esiste è
già tanto se lo tenete. Se poi lo rendete in un altro idioma,
non farete un solo passo in avanti. Parafrasando Memoriale, diremmo
che Schenoni tradusse il Winchapilg e il Friburnary (ricordate le
parole non conosciute e non esistenti della categoria 4?). Allora, se
io scrivessi in italiano "La lingua della zia Sally, fondata
su uno stretto ritmichese Winchapilghiano (uuuuccipunfete) acquisito
nel Friburnary intermedio di un altresquorba medioancestrale"
farei pasticci. Pasticci erano in inglese e pasticci sono in
italiano. Voi direte: ma come? Joyce? Ma amici cari, oggi siamo nel
secolo XXI°. Questo signore ebbe una discreta fama, insomma
piacque. Dopo la sua morte, la scia fu potente. Oggi, dovremmo
sederci a un tavolo e ridiscutere molte cose (Ulysses compreso). Non
è che possiamo ancora alimentarci di suggestioni. Parentesi chiusa.
In
realtà, ho preso il caso-limite. Torniamo al lavoro del
traduttore. Chi discute, dal punto di vista sociologico, espone agli
altri una sua teoria delle cose anche nella lingua. Il suo modo di
vedere depone di una sua visione, perché nella lingua si
esprime anche il suo essere. Quando la traduce, offre a chi legge una
sua opera d'autore, poiché la 'rende' riscritta. I
connazionali accettano questo suo lavoro, nel momento in cui
acquistano il libro per cui il traduttore - pagato da un editore e
dai diritti - ha lavorato. A quel punto, anche se l'opera è di
un altro autore, il traduttore è un operatore che dobbiamo
prendere in considerazione. Supponete di avere in tasca un
computerino che traduce da otto lingue (nella vostra). Se cominciate
a farlo lavorare, vi accorgerete di quanto materiale ha in testa il
computer (proprio come se fosse un uomo). Supponete ora che il vostro
amico abbia in mano un altro computer che traduce da dodici lingue e
che le stesse frasi traduce in modo leggermente diverso. Si tratta di
due diversi esseri, che possiedono un livello differente di
applicazione e di possibilità. Usandoli, li potrete valutare.
Allo stesso modo, leggendo un libro inglese tradotto in italiano noi
possiamo valutarlo nella traduzione. Io stesso, quando mi capita un
articolo di un settimanale italiano con copyright e cioé
tradotto da un omologo americano o britannico, sto molto attento alla
lingua. In quel caso, più che guardare alla narrazione guardo
proprio alle parole utilizzate e alla costruzione, poiché da
queste mi rendo conto di tante cose. Addirittura, arrivo a indovinare
da quali parole inglesi è venuto il traduttore. Ecco un
esercizio utile. Anziché fare il solito percorso, fatene uno
all'incontrario andando alla traduzione già ultimata e provate
a indovinare voi stessi da quale frase in inglese è venuta
ciascuna frase tradotta in italiano. Dopo due mesi di questo
esercizio farete passi da gigante.
Allora, che succede? Le due valenze poi si combinano nel momento in cui uno mette il naso nel lavoro dell'altro. Su un libro di centinaia di pagine è quasi impossibile che ogni tanto non dica: "Io qui avrei scritto in un altro modo". Ecco la sociologia che si esprime nella lingua. Alcune cose sono soltanto discutibili, e allora ciascuno deve rispettare l'altro. Altre sono veri e propri errori, improprietà (e allora ha ragione chi contesta).
Una traduzione insufficiente - Adriana Motti tradusse per Einaudi la versione italiana più conosciuta di 'The Catcher in the Rye' ('Il giovane Holden' va bene, quel titolo non era traducibile). Bene, io qui lo dico in tutta chiarezza. A me, che lessi il libro tradotto da lei, non piace la sua traduzione. Facciamo degli esempi. Capitolo X. While I was changing my shirt, I damn near gave my kid sister Phoebe a buzz, though. Questo voi come lo tradurreste? Fate una prova e poi ne parliamo mettendo a confronto anche la traduzione Motti. Io proseguo fino a domattina. Voglio vedere insieme con voi 'chi vince le elezioni americane'.
Avete
la vostra versione di quella frase? Intanto vi dò quella
della Motti. Mentre mi cambiavo la camicia, però, per un
pelo non telefonai alla mia sorellina Phoebe. Ahi, errore.
Tradurre in questo modo non si può perché l'espressione
'per un pelo non' va usata soltanto per azioni involontarie. Si dice
correttamente: "Per un pelo la macchina non mi
investì", oppure "Per un pelo la palla non
entrò in rete". In questi casi si sottolinea il fatto che
l'azione non si è verificata, per una piccola combinazione che
l'ha evitata all'ultimo momento (esterna, non dipendente dal
soggetto). Ma non si può dire con azioni volontarie,
cioé non possiamo dire ad esempio "Per un pelo non mi
misi a studiare", perché mettersi a studiare dipende
strettamente dalla volontà del soggetto (=che decide di).
Errore puerile, che attesta di una scarsa attenzione e forse anche
uno scarso amore per la lingua madre. Non è una cosa che si
possa discutere. Occorreva tradurre più o meno così:
"Mentre mi cambiavo la camicia, fui quasi sul punto di chiamare
mia sorellina Phoebe".
Probabilmente
la signora ebbe l'idea di rendere in gergo, pensando che la fonte
era giovanile e con qualche licenza linguistica. Così un 'vomity
kind of cabs' del cap. XII° diventa 'tassì schifi'
(errore, 'schifo' è sostantivo e neppure nel gergo giovanile
esiste come aggettivo). Occorreva tradurre semplicemente 'taxi
schifosi' o anche 'da vomito'. Nello stesso capitolo, 'jerk'
viene tradotto con 'lavativi' mentre è un parola slang
che significa 'gente da poco, gente stupida'. Poi c'è l'errore
più comico di tutti, che si avvicina a quelli di 50 anni fa
(in fondo parliamo di quell'epoca). 'Knockers' sono
nient'altro che le poppe del seno femminile mentre la signora traduce 'respingenti'
(non sorridete, abbiate rispetto anche di chi sbaglia). Prendiamo il
cap. XIII°, con un passaggio molto interessante.
One
thing I have, it's a terrific capacity. I can drink all night and
not even show it, if I'm in the mood.
Come
traduce la Motti? Una cosa io ho, ed è che reggo in modo
fantastico. Posso bere tutta la notte, e nemmeno mi si vede, se sono
in vena.
Questa
frase non è un vero e proprio errore, ma è mal resa
sia nel primo periodo sia nel secondo. La migliore traduzione era: Io
ho la capacità di reggere molto bene. Se sono in vena, posso
stare a bere per tutta la notte senza neppure dare a vederlo.
Vedete come cambia? Volgere la frase è la principale
qualità, ma se il traduttore non si immerge nell'universo
dell'altra lingua non può rendere nel modo migliore, e magari
sbaglierà con il semplice tradurre letteralmente. Alla fine
del capitolo XIV°, è buffo anche il 'prendere un bagno'
(taking a bath), che in italiano sarebbe affittarlo. Da noi si dice
'fare un bagno'. Capitolo XVI, 'picture' è 'immaginare', non
'figurare'. Capitolo XVII, divani in pelle che la signora 'vede' in
cuoio. E' chiaro, per il solito principio che è più
costruttivo dire quel che non va bene, qui io mettevo in rilievo
l'errare. Poi ci sono anche cose belle, in mezzo. Ogni tanto, la
signora ha delle buone intuizioni. Nel capitolo XX°, il Boy,
was I blind viene reso con un 'Ragazzi, e chi ci vedeva!'. Si
sbagliano magari cose banali, come lo 'staggering' (poco più
avanti) che non è 'rullare' ma il 'barcollare'.
Non
dirò più solo che la traduzione 'non mi piace' ma
proprio che la traduzione 'non va bene'.
FAQ.
Di cosa abbiamo parlato?
Per
coloro che fossero a digiuno di letteratura contemporanea, stiamo
parlando di un romanzo che apparve negli Stati Uniti nel 1951. In
Gran Bretagna tre anni dopo, in Italia (su tirature decenti) dieci
anni dopo. Era una cosa giovanile, con poca trama e molto gergo.
Impiegò anni per affermarsi, ma poi rimase. Riletto oggi,
denuncia naturalmente la sua età. Quella descritta fu la
traduzione con cui lo conoscemmo, e dipese - come sempre - da una
concessione di diritti a un editore (che fu Einaudi, nell'occasione).
Sembra un'osservazione ovvia e scontata, che se uno conosce anche quell'altra lingua non ha bisogno di traduttore e di traduzioni. Ma va fatta. Colui che può leggere in inglese o in russo legge in inglese o in russo. Se deve girare su Internet e sa perfettamente l'inglese non ha bisogni di sostegni. Così è anche in letteratura. Si può leggere un libro o vedere un film come se quella fosse la propria lingua, pur se non sarà mai come con quella che ci vide nascere. Inquadrato in questo modo, l'intervento del traduttore è pur sempre un sostegno simile a una stampella. Se avete un'età giovane, attorno ai 20, leggete più che potete in altre lingue perché solo così avrete autonomia.
Tradurre
all'interno di una medesima lingua - La
traduzione in lingua ha un corrispondente nella nostra vita?
Sì, ci troviamo continuamente a fare conversioni da un sistema
a un altro anche in casi in cui non ci accorgiamo. Perfino quando
riferiamo a una persona il pensiero di un'altra noi operiamo una
traduzione, poiché quel pensiero passa attraverso la nostra
mente e poi deve adattarsi a quella di un'altra. I giornalisti, ad
esempio, vivono di continue conversioni e purtroppo le fanno male.
Corrompono il pensiero altrui, lo sintetizzano male, dicono un
pochino quello che vogliono loro.
Dunque,
diremo che anche all'interno della medesima lingua si traduce. Ecco
un argomento sul quale non si è discusso abbastanza. Il nostro
cervello opera tutti i giorni traduzioni, ed è molto
interessante vederlo all'opera perché esprime il nostro
essere. L'uso delle parole, l'uso di alcune con certe persone e di
altre con altre, l'adattamento familiare ed extrafamiliare, il modo
in cui le riceviamo. Sono tanti modi di recezione da un processo di
conversione che 'traduce' anch'esso lingua, in un sistema. Non ne
parliamo abbastanza, perché facendo queste cose in modo
automatico ci vengono. Noi ad esempio usiamo un certo linguaggio
volgare quando siamo allo stadio, una lingua che non useremmo in un
altro contesto. Quando lo facciamo traduciamo (in parole) un modo di
essere che si esprime allo stadio. Perché è traduzione?
Perché passa da livello a livello. Lo stesso esempio - portato
da Memoriale - della pubblicità per un concerto a cui si
assiste con un biglietto di una mostra serve a capire come sia
proprio all'interno della medesima lingua che inizia la traduzione.
FAQ.
Ma perché capita di non trovare, su un campionario di nove
frasi, la più felice?
Perché non
tutti sono portati, per questo genere di attività. Perfino
traduttori professionisti fanno errori che derivano dal fatto di non
arrivare in quel momento alla combinazione di parole più
felice. Capita in tutte le lingue del mondo. E' anche questo dio.
FAQ.
Dio come combinazione del momento?
Proprio
così. Quando noi non abbiamo un'ottima relazione con le
parole dovremmo rinviare la nostra attività di scrittura a un
momento successivo. Ecco perché è utile - per chi
traduce - rileggersi anche in seguito. In momenti più creativi
ci accorgeremo magari di aver sbagliato in precedenza. Se la Motti
avesse avuto una verifica di un professionista, alcuni errori non
sarebbero finiti sulla carta. Ma c'è abbastanza
rivalità. Siamo in un settore in cui ciascuno guarda al suo
mulino. Neppure gli editori riescono a fare una verifica adeguata,
perché sono pressati dai tempi. Quella frase sulla chiamata a
Phoebe è un esempio di come una mancanza di attenzione (ma
forse anche di talento specifico) ha fatto cadere una persona che si applicava.
Qui Memoriale è stato chiarissimo. Finiti i tempi del Dio-favoletta ora inizia l'epoca del vero dio.
FAQ.
Ma quel campionario potenziale di frasi possibili come si manifesta?
Beh,
qui ha rilievo la diversa situazione in cui si trova chi è
immerso in un dialogo orale, dal vivo, e chi invece lavora seduto
tranquillamente a casa propria. I primi si trovano ad emettere frasi
in pochissimi secondi, e più che il ricamo linguistico contano
necessità di comunicazione, il farsi capire. I secondi hanno
proprio la direzione opposta, un certo ricamo che risulti
apprezzabile al lettore di quel genere letterario. Questi sono due
estremi della faccenda. In mezzo sta ad esempio il campionario dei
giornalisti, che ha un pochino dei primi (in quanto deve 'sputare' in
sintesi concetti che comunicano) mescolato con un poco dei secondi
(in quanto elabora, comunque, con tempo a disposizione). Quando si
lavora nella propria lingua, la relazione va a impulsi poiché
ci si sente illuminati oppure poco in forma nel singolo istante in
cui si crea linguaggio. Quando si lavora in una lingua straniera
l'impresa diventa molto difficile in qualsiasi caso.
Mentre
scrivo, Kerry ha riconosciuto la sconfitta. Molti organi di stampa
italiani cadono nel solito vizio e trasferiscono pari pari la parola
inglese dicendo che Kerry 'ammette' la sconfitta, ma ancora una volta
dovremmo osservare che l'admit inglese non è esattamente
l'ammettere italiano. E neppure il 'concede' potrà dare il
'concedere', molto distante. Il verbo 'riconoscere' da noi
risulterà più adeguato.
FAQ.
Quindi è come una lotta, per ciascuna frase? Come una presa
di possesso di un certo dominio?
Sì,
con l'ovvia precisazione che noi comunque peschiamo in
libertà. Però, quel 'pescare' è significativo,
è sintomo di tante cose. Perché non va molto bene l'admit
inglese? Perché in italiano 'ammettere' è più
vicino a un 'confessare' qualcosa, mentre per l'inglese è
'concedere come valido'. Sfumature che contano, perché alla
fine è come se a casa trovassimo una sosia di nostra moglie.
Le assomiglia, ha la stessa altezza, lo stesso corpo, ma alla fine
non è 'nostra moglie'. C'è poco da fare, anche nella
lingua accoppiamo. Il 'concede', poi, è ancora
più distante perché in italiano suona molto forte. In
inglese significa 'riconoscere come vero', e dunque Kerry concedes in
quanto he acknowledges that Bush's victory is legitimate. In
italiano non si incastra bene, perché concedere
significherebbe 'Kerry fa uno sforzo e permette che il rivale si
dichiari vincitore'. Diciamo che la sfumatura della 'corrispondenza a
verità/legittimità' in italiano si perde. Alla fine,
resta come ovvio 'vincitore' del dominio il 'riconoscere la vittoria dell'avversario'.
FAQ.
E perché allora anche l'inglese non usa l'acknowledge?
L'acknowledge
è più generico, ha un suono di relazione sociale che
poco si combina con risultati elettorali. E' dimostrato anche qui che
è il dominio a dover andare a qualcuno dei verbi disponibili
per esso, e qui l'acknowledge perde regolarmente davanti agli altri
due. Ma lo stesso succede in un caso analogo per qualsiasi altra
lingua si voglia analizzare.
FAQ.
Ma i segni del dominio come si manifestano, in questo campo?
In
modo ancora una volta significativo, soprattutto come una replica
della nostra vita. Noi diciamo che un uomo ha forza dentro di
sé quando sa stare da solo. Qui è lo stesso. Loro
infatti titolano normalmente 'Kerry concedes' ma suonerebbe di meno
un titolo come 'Kerry acknowledges'. Quest'ultimo verbo, per poter
stare bene, richiede una frase (=compagnia=) mentre l'altro può
stare anche da solo ed esprime ugualmente quello che deve. Qui, in
generale, si esprimerebbe meglio un altro dominio, che non è
quello di riconoscere la sconfitta (orale) ma quello mobile del
ritiro (comportamentale). Così sarebbero forse più
espressivi titoli come 'Kerry bows out of 2004 election'
oppure 'Kerry withdraws from the race to the White House'.
Risulterebbero tuttavia più forti di una semplice
dichiarazione e potrebbero dare l'idea di una rinuncia. La
dichiarazione di uno dei due che riconosce la vittoria dell'altro
serve proprio a costituire il legittimo diritto di chi ha vinto a
prendere possesso della presidenza con il consenso dell'avversario.
Questa è una cosa bella, da parte della democrazia americana.
Da noi non esiste nulla di simile, anzi diciamo che i partiti europei
che perdono tendono ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo in mille
modi di avere comunque 'tenuto'.
FAQ.
Come si comporterebbe la lingua italiana, dovendo confezionare un
titolo (per un articolo) che sta da solo?
Questo
è interessante. Non potrebbe dire 'Kerry concede' né
'Kerry ammette' (salvo ovviamente azzardi, tentando di lanciare la
formula). E' curioso che non venga interamente bene neppure 'Kerry
riconosce', che pure era il verbo per noi più adatto. La
conclusione da trarre è che un titolo giornalistico qui rende
di più in 'modalità comportamentale'. Potremmo titolare
con più aderenza 'Kerry lascia (il campo a Bush)' oppure
'Kerry si ritira (dalla corsa)'. Compenetrazione con un'antropologia
che non era abituata a 'riconoscere' la propria sconfitta? Può
darsi. Questo è uno dei pochi casi in cui i politici americani
sono superiori all'homo politicus europeo.
Vari modi di esprimere un unico concetto - Ora facciamo una simulazione, nel pieno della notizia in data 3 novembre 2004. Vogliamo scoprire come si forma quel potenziale campionario di frasi per esprimere un concetto, che dovrebbero essere una decina. Supponiamo di dover esprimere questo concetto (Restammo sorpresi dal netto successo elettorale di Bush, che smentì le previsioni della vigilia) e di doverlo rendere in inglese. Non faremo l'errore di pensarlo dall'italiano. Ormai sappiamo che ci si deve porre direttamente sull'altra sponda, cercando di partorire una rosa di espressioni direttamente nella lingua interessata. Vediamo cosa esce fuori. Quante frasi in inglese tireremo fuori per quel concetto?
Allora, noi ci troviamo a questo punto alle... sono le 22.30 GMT del 3 novembre. Io ho dovuto parlare di politica in una pagina che parlava della lingua e della traduzione. L'occasione è stata buona per combinare le due cose e proporre a chi legge di tradurre una frase a contenuto politico. Si può rendere in tanti modi in inglese la nostra condizione di osservatori stupiti di questi risultati? Non so se siano pochi o tanti. Vediamone alcuni, quelli che io son riuscito a tirar fuori.
Poll
data showed Kerry poised for victory until last Sunday, regardless
of a handful
of swing States
A number of national polls had Kerry ahead, on the eve of election
The results showed Bush doing much better than the national polls had suggested
Much of the exit-poll information published in Europe showed Kerry
winning, although on a narrow margin
Democrats, that seemed to have the situation in hand in early 2004,
fell short of winning the White House in an unexpected way
We were greatly astonished at seeing results reversing the exit polls
that we read about
Although there wasn't a real frontrunner, the race for the White
House wasn't certainly a cliffhanger one
The job of picking a president has rarely been as easy as in the 2004 election
It's difficult to understand how president Bush won a second term in
the White House
After the last presidential election, we've been amazed at Kerry's
quick declaring Bush the winner today
How the hell could they go over to the side of president Bush?
Facendo questo
lavoro da una lingua all'altra?
Al solito, si fa
un passaggio iniziale restando poi nel nuovo territorio in cui ci si
insedia (ma sarebbe meglio esserci subito). La mente dovrà
elaborare frasi interamente emesse nel nuovo sistema, che
rappresentino naturalmente il concetto iniziale senza tradirlo.
Allora che
esercizio facciamo?
Prendiamo un
concetto in inglese e scopriamo almeno dieci modi di renderlo in
italiano, se esistono, senza tradirlo. Lo ricaviamo dal John Kerry's
concession speech. The outcome should be decided by voters, not a
protracted legal process. I would not give up this fight it there was
a chance that we would prevail. Provate a rendere il concetto in
più modi.
Sono
gli elettori a dare il risultato, non le battaglie legali. Se avessi
ritenuto di avere ancora qualche chance di conseguirlo, avrei
continuato a lottare.
Sono le urne a dare un vincitore, non i magistrati. Avrei lottato
ancora, se avessi intravisto delle possibilità.
Non dobbiamo affidare alla magistratura un compito che spetta agli
elettori. Per quanto mi riguarda, avrei lottato ancora se avessi
avuto speranze di farcela.
Non attendiamoci dalla giustizia quello che dobbiamo avere dagli
elettori. Io non avrei comunque abbandonato, se vi fossero state
ancora chances.
Inutile attendere responsi dalla giustizia iniziando cause che non si
sa quando finiscono. Sono i voti a decidere, e se questi avessero
dato ancora speranze non mi sarei tirato indietro.
Lasciamo decidere a chi vota, senza chiederlo alle aule di giustizia.
In presenza di possibilità concrete di spuntarla, non mi sarei
tirato indietro.
Lunghe cause nei tribunali non possono decidere il risultato di
elezioni che dipendono da un responso popolare. Se fosse stato il
caso, io avrei proseguito la lotta.
Fare affidamento sui giudici non è la cosa migliore, nelle
consultazioni elettorali. Avrei comunque continuato a lottare, se
avessi visto che ne valeva la pena.
Non possiamo delegare alla giustizia un responso delle urne. Per
quanto mi riguarda, non avrei certo abbandonato la lotta se avessi
avuto possibilità di vincerla.
Io non sono per affidare ai giudici questioni che debbono essere
risolte dalle urne. Avrei sicuramente lottato ancora, in una
situazione incerta.
L'unico responso devono darlo gli elettori, non i ricorsi in
tribunale. Io sarei ancora qui a lottare, in presenza di ulteriori chances.
Ora, come per il concerto, è giusto formare una piccola graduatoria dalla più felice in giù. Proviamo a fare anche questa.
1. Inutile attendere responsi dalla giustizia iniziando cause che non
si sa quando finiscono. Sono i voti a decidere, e se questi avessero
dato ancora speranze non mi sarei tirato indietro.
Questa è
la più bella, perché tra tutte è quella che
più riesce a trasformare, a ricreare il pensiero originale,
senza trascurare neppure un elemento. Qui da notare lo spostamento
dei 'voti che decidono' alla seconda proposizione, cosa che dà
slancio all'intero periodo.
2. Lasciamo decidere a chi vota, senza chiederlo alle aule di
giustizia. In presenza di possibilità concrete di spuntarla,
non mi sarei tirato indietro.
Questa è notevole, perché ha l'aria di un appello di stampo morale e insieme anche di invito a lasciare la parola agli elettori. Molto bello 'spuntarla', perché inserisce una variante colloquiale molto efficace in una frase altrimenti fin troppo sintetica.
3. Io non sono per affidare ai giudici questioni che debbono essere
risolte dalle urne. Avrei sicuramente lottato ancora, in una
situazione incerta.
Questa è interessante, perché trasferisce il periodo dall'impersonale o dal plurale alla prima persona (io). Bella anche la seconda preposizione, che modifica leggermente il campo semantico introducendo l'incertezza.
4. Non attendiamoci dalla giustizia quello che dobbiamo avere dagli
elettori. Io non avrei comunque abbandonato, se vi fossero state
ancora chances.
Questa va bene, anche se nel complesso è meno originale delle prime tre. Da segnalare l'esortazione iniziale (non attendiamoci)..
5. Non possiamo delegare alla giustizia un responso delle urne. Per
quanto mi riguarda, non avrei certo abbandonato la lotta se avessi
avuto possibilità di vincerla.
Questa è interessante ma curiosa, perché la prima proposizione aggiunge un elemento di quasi-contrasto che sembra alludere a una risposta secca e polemica a chi voleva iniziare una causa in tribunale.
6. Non dobbiamo affidare alla magistratura un compito che spetta agli
elettori. Per quanto mi riguarda, avrei lottato ancora se avessi
avuto speranze di farcela.
Questa ha l'elemento del 'dovere' e il 'compito' corrispettivo (di sottostare) che si subordina a quello. Normale la seconda, con un anticipo sulla prima persona.
7. Fare affidamento sui giudici non è la cosa migliore, nelle
consultazioni elettorali. Avrei comunque continuato a lottare, se
avessi visto che ne valeva la pena.
Questa è sentenziosa, perché si basa su una esposizione di saggezza (la cosa migliore) che appesantisce un pochino. Ma nel complesso regge.
8. Sono le urne a dare un vincitore, non i magistrati. Avrei lottato
ancora, se avessi intravisto delle possibilità.
Frase molto sintetica, il cui elemento centrale è il 'vincere' in luogo del generico 'responso'. Forse è troppo laconica, troppo povera di parole per avere una sua forza.
9. Sono gli elettori a dare il risultato, non le battaglie legali. Se
avessi ritenuto di avere ancora qualche chance di conseguirlo, avrei
continuato a lottare.
Frase un pochino anonima, senza succo. La lingua è povera, generica. Vale solo a segnalare un significato, ma non cattura.
10. L'unico responso devono darlo gli elettori, non i ricorsi in
tribunale. Io sarei ancora qui a lottare, in presenza di ulteriori chances.
Questa periodo parte pesante, sentenzioso, apodittico. Caratteri dati da quell'unico', che assolutizza il discorso. Scarsina anche la seconda, che non decolla.
11. Lunghe cause nei tribunali non possono decidere il risultato di
elezioni che dipendono da un responso popolare. Se fosse stato il
caso, io avrei proseguito la lotta.
La meno felice
delle 11. Perché? Perché il 'lunghe cause' è un
brutto matrimonio, e vale a iniziare questo periodo in modo
dissonante. La prima proposizione ha il difetto di essere troppo
lunga e tirata. La seconda è fredda, anonima.
Queste 11 frasi sono state emesse in un'unica soluzione, come quando si parla e non ci si ferma. Le ho scritte una dopo l'altra, in meno di 5 minuti poiché ciascuna usciva in media in 20-25 secondi. Se non avessi fatto così, avrei fatto una lenta ricerca del meglio che avrebbe dato un gruppo meno naturale. Le cose vanno bene quando sono emesse in una volta sola, senza staccare. Quanto più lo spazio-tempo è raccolto e concentrato, tanto più indicativo è il contenuto che viene fuori. E il bello è che io stesso poi abbia valutato quali frasi rendevano meglio il concetto originario. In questo modo era come se dicessi: "Le prime due non erano un granché, alla quinta e alla sesta ho avuto il top del momento. Poi sono nuovamente sceso". La contestualità, in unica emissione, valeva a garantire la serie. Il principio generale corrisponde, poiché chi scrive un pezzo in prosa o in poesia dovrebbe scriverlo di getto, senza stacchi, senza pause. Già andarci il giorno dopo, in cui non siamo gli stessi esseri del giorno prima, crea una cesura. Naturalmente, non è lo stesso nel tradurre. Qui vale anzi il principio opposto: chi lavora traducendo dovrebbe fare delle pause, tornando anche indietro a rivisitare il sé meno felice di istanti precedenti allo scopo di correggersi.
Quando parliamo, le frasi vengono e sono certamente meno 'scavate' di quelle che indico a destra. Quando scriviamo è diverso. Anche in italiano, siamo disposti a farcene guidare come dentro un ambiente che visitiamo per qualche minuto. Se non ne siamo convinti prenderemo altre parole. Quel che conta però è nella singola formula come è congegnata, mai in una semplice riunione di tante parole prese qua e là dal dizionario. In questa pagina è contenuta una nota severa riguardo a Joyce, perché l'autore irlandese mise insieme tante cose che in quel tempo fecero scandalo ed ebbero suggestione successiva ma oggi appaiono nient'altro che tentativi di un 'metalinguaggio' con apporti messi insieme alla rinfusa. Derubricarlo non si può, perché fu artista e letterato fino all'ultimo dei capelli. Soffrì, tra l'altro, di una difficile condizione sensoriale che ne accompagnò le fasi più creative. Dire però qualcosa di meno suggestivo e di più realistico sì. Che non si possano leggere, alcune delle sue opere, è un fatto evidente. Chi le avesse tradotte avrebbe comunque corso i rischi derivanti dalla immedesimazione stessa. Un traduttore è in fondo un compagno dell'autore stesso, accompagna la sua avventura libraria in un altro territorio culturale. Nel mettere insieme quelle parole inesistenti, qualsiasi mente quadrata avrebbe dovuto nutrire perplessità. 'Farlo ugualmente' significa farsi tentare solo perché dall'altra parte c'è un 'nome' già stampato su carta.
Noi sappiamo già - a memoria, direi - che tutti gli scrittori tendono a strafare. Nell'affermazione dello stile loro, hanno la voglia di imporsi anche al di là di quel che sarebbe lecito e consentito. Coloro che approdarono a una lingua pomposa e non di rado esibizionistica non immaginarono certamente che ere successive avrebbero discusso un corpo senza trama (ne abbiamo visti tanti, dopo il 1930). Cosa è un 'corpo senza trama'? Non è un documentario senza filo narrativo, quanto piuttosto una serie di immagini messe una dopo l'altra. Se le cose prevedono una traduzione, chi si mette all'opera non può che ripetere il meccanismo. Ossia, se l'opera aveva quei difetti, li manterrà anche in un'altra lingua. Ma potrebbe anche succedere che peggiori, nel fare quella strada all'estero. Quasi mai accadde di vederla migliorare, in traduzione. Il motivo sta nel fatto che volgendola in un altro sistema noi non ne cambiamo i connotati strutturali. Cambiamo soltanto l'ordine sintattico e il modo di esprimere i concetti.
Ora affrontiamo un'altra questione, che ha una certa importanza nella fase iniziale. Quando chi vuole imparare a tradurre sta cercando di avvicinarsi nel modo migliore alla lingua che non è la sua. In questa fase è normale che faccia una serie di letture. Mentre le fa, scopre cose strane. Strane per lui, naturalmente, e non per i madrelingua. Sono strane perché non riesce a capire modo di costruire la frase, anticipi o al contrario spostamenti successivi, stop improvvisi o al contrario prolungamenti. E' utile che si incuriosisca o si preoccupi, perché solo in questo modo può approfondire la sua conoscenza. Lo stesso discorso si può fare per qualsiasi altra lingua. 'Cose strane' sono in pratica frasi che uno - per quel concetto - non avrebbe mai scritto, che non gli sarebbero venute in mente.
Perché
capita questo?
Perché si
entra in un universo di cui non si conoscono tutte le strutture.
Questi sono veramente passaggi cruciali, per chi studia. In fondo
siamo sempre dentro il medesimo fenomeno: il concetto è quello
per tutti gli abitanti della Terra, ma coloro che sono madrelingua di
un idioma hanno più possibilità di esprimerlo rispetto
a chi sta studiando per le prime volte l'idioma stesso. Così,
i madrelingua ottengono combinazioni originali (talvolta sconosciute
al principiante) che sono le 'frasi top' tra 10 o tra 20. Il
principiante esprimerà la più semplice ma anche la meno
efficace, magari l'ultima in graduatoria. Il madrelingua - se ha
cultura sua e dimestichezza con la lingua - dirà la più
felice, magari la prima o la seconda.
Allora che
esercizio facciamo?
Supponiamo che un
giovane che studia inglese si ponga davanti ai due discorsi finali
dei candidati alla Casa Bianca (repubblicano per la vittoria,
democratico per la concessione). Sono due brani (specialmente quello
di Bush) di una semplicità estrema e per certi versi
disarmante. Esaminiamo alcuni punti che incuriosiscono un giovane
italiano che studi la lingua inglese e infine ne pescheremo altri
molto significativi dalla campagna 2000, in un articolo molto
più complesso della CNN. Chi vuole seguire meglio si procuri
intanto il testo completo dei due discorsi.
|
Bush's speech |
The
voters delivered an historic victory
Qui
da notare un verbo molto usato nell'inglese degli Stati Uniti, che
raramente gli stranieri utilizzano. Non viene, principalmente
perché non ha una sua somiglianza diretta con le altre lingue
occidentali. Gli stessi dizionari inglese-italiano sono carenti e non
lo trattano in modo adeguato. 'Deliver' qui sta per 'assicurare',
'fare in modo che si abbia'. Ma anche qui noterete che non c'è
traduzione che restituisca la bellezza del verbo inglese. A nessun
'foresto' sarebbe venuto in mente di usarlo. Effetto anche qui del
non sapersi porre direttamente nell'universo altrui
Earlier
today
Costruzione
molto fine della lingua inglese, che adopera il comparativo
dell'avverbio per indicare un punto precedente nello stesso spazio
(today). In pratica significa: "In un momento precedente della
giornata odierna". Si usa con qualsiasi altro periodo, e
così si dirà 'earlier this year' o 'earlier this
morning'. Intraducibile in italiano, che anzi contesterebbe questa costruzione.
Senator
Kerry called with his congratulations
Questa
è 'strana' perché unisce l'oggetto di una chiamata al
verbo della chiamata stessa, senza unire un secondo verbo. Noi
diremmo: "Ha chiamato per congratularsi". L'inglese riesce
a dire "Kerry ha chiamato con le sue congratulazioni".
Diciamo che questo non è un modo molto bello, e qui la lingua
inglese - permettendo questa costruzione - è un pochino spartana.
He
was very gracious
Questa
non verrebbe mai a uno di noi, proprio perché è un
'falso amico' (effetto di una importazione equivocata oppure
semplicemente diversa, molti secoli fa). 'Gracious' qui vuol dire 'cortese'.
Laura
and I wish their whole family all our best wishes
Questa
è proprio impossibile in italiano, lingua che anzi
contesterebbe la 'ripetizione' (per noi grossolana) del 'wish'
sostantivo dopo il 'wish' verbo.
I'm
humbled by the trust and the confidence of my fellow citizens
Non
verrebbe mai e poi mai, perché il verbo qui suona troppo
forte per un italiano (ennesima conferma che le parole non sono la
stessa cosa, trasferite). Qui ha il senso di 'inchinarsi a, sentirsi
più in basso di'.
I
want to thank my parents for their loving support
Il
'loving support' è molto bello, molto originale, perché
unisce l'affetto all'utilità. Due concetti distanti tra loro
fanno capolino giustamente nel discorso di un uomo che dalla famiglia
ha tratto molti vantaggi anche in politica. 'Loving support' è
una di quelle cose che è davvero un peccato tradurre, ma
comunque va reso al top come 'sostegno morale'.
Our
people have shown resolve
Qui
lo studente apprende che esiste anche il sostantivo di 'resolve',
cosa che lo stupirà un tantino
We'll
make public schools all they can be
Frase
molto interessante, per chi apprende la lingua. Intanto notiamo
l'assenza dell'articolo davanti a 'schools'. In Gran Bretagna esiste
ancora un'accezione di significato per 'scuole private di consolidata
tradizione', mentre in Usa il public schools è senz'altro
'scuola pubblica' come da noi. 'All they can be' è impossibile
a tradursi alla lettera. Il top per la lingua italiana sarà
"Renderemo le scuole ancora migliori di quello che sono".
Ennesimo caso in cui due lingue possono esprimere un medesimo
concetto anche con espressioni molto distanti tra loro.
We
will fight this war on terror with every resource of our national
power so our children can live in freedom and in peace
Qui
mi permetto io di osservare che la frase di Bush non è il top
poiché manca un 'that'. Avrebbe dovuto essere meglio formulata
con un 'so that our children'. Nel complesso, questo non è un
periodo interessante neppure nella sua costruzione (attenti,
perché più dite cose insignificanti o sciocchezze
più la lingua vi gioca degli scherzi)
I'm
eager for the work ahead
Frase
molto bella, tipica dell'inglese degli Stati Uniti. Non verrebbe mai
a uno di noi, anche perché l'ahead (che qui sta per 'che ci
aspetta', 'che ci sta davanti') è un avverbio che in inglese
ricopre un immenso campo, in genere sconosciuto agli stranieri che lo parlano.
|
Kerry's speech |
I'm
sorry that we got here a little bit late and a little bit short
Molto
bella la sintesi di questa frase. Qui notiamo l'aggettivo 'short',
in inglese possessore di un immenso dominio sconosciuto alle altre
lingue. La sua funzione qui sta ai confini con l'avverbio (anche
perché trainato dal primo, late) e va reso con locuzione 'con
tempi ristretti' oppure 'dovendo stringere i tempi'.
Today
I hope that we can begin the healing
Ecco
un'altra frase intraducibile. Si riferisce allo sforzo per mantenere
l'unità nazionale ed evitare ulteriori divisioni. Il top
sarà "Spero di vedere da subito l'inizio di questo sforzo comune"
It
is now clear that even when all the provisional ballots are counted,
which they will be, there won't be enough outstanding votes for us to
be able to win in Ohio
Frase
che richiederebbe molto più spazio, data la presenza di molte
osservazioni da fare. Intanto 'it is now clear', in cui risalta la
posizione dell'avverbio in posizione intermedia. Noi diremmo 'Ora
è chiaro che'. Poi 'are counted', che noi in
italiano diremmo soltanto al futuro ('quando i voti saranno contati').
La lingua inglese risolve con una bellissima relativa che completa,
'which they will be' ( che significa 'cosa che verrà fatta').
'Outstanding' è molto appropriato come scelta e va reso in
italiano con 'decisivi', 'risolutivi'. Proviamo ora a volgere questa
frase al top in lingua italiana, senza seguire esattamente questa
costruzione. Ora risulta chiaro che anche contando i voti che
mancano non potremmo avere un margine sufficiente per poter vincere
in Ohio. Vedete come ci si distacchi anche qui al momento di
rendere il medesimo concetto in un'altra lingua.
Traveling
this country
Qui
lo studente si stupisce per il 'viaggiare' transitivo, ma la lingua inglese lo prevede
I
wish that I could just wrap you up in my arms
Ecco
un caso in cui la lingua italiana è molto più
sintetica e potente nel dire Vorrei potervi. Ci sono forme da
cui una lingua non riesce ad affrancarsi e tra queste l'I-wish-I-could.
And
Johnny and Kate, who went out there on their own, just like my
daughters did
Costruzione
tipica della lingua inglese che gli stranieri imparano più
avanti. A uno studente non verrebbe mai, data l'estrema sintesi dei
concetti che si combinano. Il top nella lingua italiana sarà:
"E ringrazio anche Johnny e Kate, che hanno fatto in giro per
proprio conto lo stesso lavoro delle mie figlie"
America
is in need of unity and longing for a larger measure of compassion
Da
notare qui un fenomeno mai sottolineato dai manuali. Questa parola,
'compassion', è tra quelle che hanno fatto una strada a
sé andando al di là di quello che avrebbe dovuto
significare. Molto più usata negli Stati Uniti che in Gran
Bretagna, viene presa dagli Americani per comunicare un concetto di
'solidarietà' (come tale va tradotta in italiano) e non di
'pietà per qualcuno' come si potrebbe pensare. Non è un
'falso amico', quanto piuttosto un amico andato per un'altra strada.
To
bridge the partisan divide
Qui
lo studente apprende che esiste anche il sostantivo di 'divide',
cosa che lo stupirà un tantino
To
make our economy a great engine of job growth
Queste
sono frasi trendy, in qualsiasi lingua. Da noi il trendy che lo
renderà al top è Fare dello sviluppo economico un
volano per la creazione di nuovi posti di lavoro. Ricordate che
anche le lingue ogni tanto indossano abiti 'di prima classe' e si
presentano con eleganza alle serate di gala della nostra comunicazione
Erano
parti di un discorso molto semplice e lineare, quanto potrebbe
esserlo - dal punto di vista linguistico - la lettera di un
adolescente. Frasi brevi e semplici. Negli Stati Uniti è molto
più in uso che da noi un discorso rivolto al pubblico per
celebrare o commentare qualcosa (innumerevoli, anche nei vari Stati,
le ricorrenze in cui ci si riunisce magari con musica o danze e uno
parla rivolto a tutti, anche solo per ringraziare o per ricordare).
In politica, questi due discorsi dell'immediato dopo-elezioni sono un rito.
Ora
passiamo a un livello linguistico più alto e complesso.
Faremo la stessa 'bollitura' di cose strane rileggendo un articolo
della CNN pubblicato il 18 ottobre 2000, in occasione di un confronto
Bush-Gore. Utile, perché comunque chi naviga in Internet si
trova anche davanti a queste cose.
|
CNN article |
Speculation
that the final debate would be somber and restrained before a
mourning Missouri and an expectant nation crumbled within moments of
their pre-debate handshake Tuesday night
Periodo
difficile se non si è pratici. Ma occorre anche dire che qui
l'autore se l'è andato a cercare, complicando un tantino di
suo. L'intera frase, in italiano, dovrà essere rivoltata nel
modo seguente. "Martedì
notte è bastata la stretta di mano preliminare per dileguare
in pochi secondi l'idea di un dibattito finale lugubre e striminzito
davanti a un Missouri in lutto e a una nazione in attesa."
Bush,
hoping to show Gore and the seated audience that he was unfazed by
the vice president's movements across the stage, smiled
Ancora
letteratura, narrativa pura. Frase apparentemente facile, ma davanti
alla quale chiunque sarebbe andato in tilt per la presenza del
rarissimo 'unfazed', irreperibile nei dizionari. La parola va resa in
italiano con 'impassibile'. Una semplice intuizione avrebbe suggerito
che se 'faze' è sconcertare, 'unfaze' è il contrario,
cioé 'non sconcertare' e dunque 'lasciare indifferenti'. Una
bella versione sarà: "Volendo
mostrare al pubblico e a Gore che i movimenti sul palco di
quest'ultimo non lo turbavano affatto, Bush sorrise"
...
and met many of Gore's attacks with the occasional snort, chuckle
and his trademark smirk
Sfilza
di parole difficili, che rendono lo stile di Bush nei confronti
politici con avversari. Il top va anche qui incontro a una
trasformazione senza la quale qualsiasi traduttore si perderebbe in
una lingua amorfa. Da notare qui che la incapacità di
reinventare il periodo in italiano iniberebbe la corretta
costruzione, con la conseguenza di 'disamorare' immediatamente chi
tenti di tradurla semplicemente. Ecco una bella traduzione: "...
e rintuzzò molti attacchi del suo rivale con il suo ben noto
ridacchiare compiaciuto, frammisto di tanto in tanto a un leggero sbuffare"
And
Bush replied that he was the one person on tonight's stage capable
of getting anything accomplished on the issues over which they argued
Qui
l'autore va ugualmente sul difficile prolungando una frase alla
maniera tipica della lingua inglese, che nel 90% dei casi - si
calcola - potrebbe procedere con il verbo 'to get' in mezzo. Il top
in italiano ("E Bush
rispose che quella sera sarebbe stato l'unico a poter risolvere
integralmente i problemi di cui si discuteva")
dimostra che non sempre la lingua italiana è disposta a
seguire quella inglese se la frase si attorciglia con un 'get' di
mezzo. Qui diremmo che l'autore ha voluto complicare una frase che
anziché 24 parole poteva averne 14. Vogliamo provare a dirlo
prendendo il loro posto? "And Bush replied he'd be the one
capable of carrying out those tasks"
Now
look, if you want someone who will spend a lot of words describing a
whole convoluted process and then end up supporting legislation that
is supported by the big drug companies, this is your man
Queste
sono parole di Gore. Corrispondono più o meno a "Guarda,
se credi di trovare qualcuno disposto a spendere un mucchio di
parole su una procedura così astrusa per poi sostenere leggi
in favore delle grandi industrie farmaceutiche, lo hai trovato".
Qui da segnalare il fatto che l'italiano ancora una volta
rifiuterebbe la ripetizione del verbo 'support', per di più a
stretta vicinanza. La frase non è difficile, ma prevede
pochissime parole identiche e dunque andava meditata a lungo prima di
essere riscritta in un'altra lingua. Compito per professionisti.
When
you total up all the federal spending he wants to do, it's the
largest increase in federal spending in years, Bush argued. And
there's just not going to be enough money
Frase
non difficile ma da trasformare con cura, perché in italiano
risulterebbe troppo secca e non si può fare la ripetizione
delle due 'spese federali'. L'ultimo troncone poi è
sconosciuto ai non madrelingua e non viene quasi mai in quella
costruzione. Il top sarà: "Se
arrivaste al totale di spesa che dice lui, avremmo il maggiore
incremento che si ricordi da anni nel bilancio nazionale,
ha affermato Bush. E non ci
sarà molta disponibilità, alla fine"
By
dawn Wednesday, there will only be 20 days before the general
election. Advisors to both Bush and Gore said late Tuesday night that
their debate performances have likely sealed their fates
Qui
gli studenti vengono sempre intimidity dal 'by', che non riescono
mai a tradurre adeguatamente e talvolta a capire. In realtà,
la lingua inglese ha un concetto diverso del tempo e lo applica di
conseguenza anche nella lingua. Qui l'atteggiamento più
corretto è proprio quello di non andare oltre la semplice
datazione. "All'alba di
mercoledì, soltanto 20 giorni ci separano dalle elezioni".
Poi c'è una stranezza, che può trarre in inganno chi
prenda alla lettera il 'both'. Sorgerebbe una domanda: Gore e Bush
hanno gli stessi consiglieri? No, è che il 'both' qui era
distributivo. Significava 'sia quelli dell'uno sia quelli
dell'altro'. Naturale pensare che qui sia più preciso
l'italiano, che usa il 'both' in modo meno sommario e avrebbe detto:
"I consiglieri di entrambi i contendenti". Poteva trarre in
inganno infine la conclusione, per chi avesse preso il 'likely' come
aggettivo anziché come avverbio. 'To seal one's fate' è
quasi una scatola preconfezionata, tanto è diffuso. Qui mi
permetto di osservare che è brutto il 'likely'. Io avrei fatto
un'altra costruzione con il 'might' o con il 'be likely to'.
Invertiamo
le parti. Che
errori tipici fa un inglese che scrive le prime volte in italiano?
Questo
lo raccontai tre anni fa, pubblicando ampi estratti di una lettera
che mi aveva scritto a metà anni '90 il direttore di una
scuola di lingua di Milano. Fu molto istruttiva. Vediamone alcuni
scorci (solita raccomandazione: non sorridete, succedono anche queste cose).
Ringraziandola per l'interesse nella nostra proposta di franchising, le inviamo come d'accordo delle informazione per aiutarla a valutare meglio il suo interesse.
Qui notiamo 'interesse nel' (dall'inglese 'interest in'), 'informazione' al singolare (perché in inglese non esiste al plurale), e 'aiutarla a valutare' (andrebbe bene in inglese ma non in italiano).
Se trova interessante il brochure speriamo che troverete anche il tempo per farci visita a... Telefonate per un appuntamento e se non mi trovate chiedete di...
Questa seconda è un disastro. Notiamo 'il brochure' (perché l'articolo inglese non ha generi), la discrepanza fra 'trova' e 'troverete' (perché l'inglese ha solo il 'you'), la discrepanza tra i tempi (perché l'inglese collega un'ipotetica presente a un'optativa futura), 'telefonate' all'imperativo come se fosse una pubblicità o un ordine in una frase finale che ha un livello colloquiale impossibile rispetto a una lettera commerciale.
Cosa
era successo?
Ecco
il caso tipico di una persona inglese che venga a risiedere in
Italia senza aver studiato bene la nostra lingua. Messa a scrivere,
fa esattamente quello che - abbiamo spiegato - non si dovrebbe mai
fare. Passare semplicemente le frasi della propria nell'altra lingua.
Viene fuori quello che leggete qui. In superficie è una cosa
che può anche fare paura. Sembra di sentire un individuo di
un'altra razza, o uno che ha il cervello fuori fase. Però, se
ragioniamo col nostro metodo, arriviamo a delle conclusioni precise.
Quella persona, non essendo stata immessa nel nostro universo, lo
avrebbe replicato soltanto senza entrarvi. E' come uno che imiti una
cosa senza farla realmente. Darà perfino l'immagine di un
embrione anziché quella di un essere umano. Difatti quella
appena riprodotta è una scrittura 'embrionale'.
Eppure
era una scuola di lingua.
Appunto.
Questo caso vi dice quanto poco ci sia da fidarsi di ciò che
è istituzione. Eppure conferisce titoli. Gli 'eppure'
continuerebbero fino a domani. Il direttore era sicuramente una
scelta editoriale, da parte di un gruppo. Credo comunque che
insegnasse, perché per dare lezioni di inglese di basso e
medio livello a lui non sarebbe stato necessario 'essere padrone'
dell'italiano. Questo per come venivano fatte le lezioni.
Naturalmente, sarebbe bastato uno studente appena puntiglioso e
insistente per mettere in crisi il direttore di quella scuola.
In questo caso, ancora una volta scopriremmo che essendo la vita quella che decide (non la scuola, non un titolo, non una votazione) si vedrà nella pratica chi sa parlare una lingua e chi non la sa parlare. E' quello che dissi in alto nella colonna. Metteteli alla prova e vedrete. E' quello che dissi sulle attitudini di ciascuno. Prendeteli alle 16 di un pomeriggio qualsiasi e fate far loro tutte quelle cose, presentare un programma alla Tv, recitare un brano, cantare, guidare un'automobile, scrivere una lettera, tradurre ecc. Se le sanno fare bene. Se non le sanno fare non ci interessa che abbiano tre lauree e neppure che siano presidenti di una nazione.
Dove
l'inglese si parla meglio, dipende dal fatto che si studia da subito
a scuola?
No,
dipende già da una predisposizione etnica e forse genetica.
Il nord Europa è senz'altro più a suo agio,
perché nel sud siamo nati con le lingue romanze. Queste hanno
un altro modo di costruire e di concepire la sintassi. A parità
di condizioni, un giovane svedese è più 'a casa sua'
di uno spagnolo nell'apprendimento della lingua inglese.
E'
interessante il primato nel mondo della lingua inglese?
E'
un primato che, nonostante tutto, non crea problemi alle altre. Da
anni prosperano ad esempio idiomi mescolati (franglais, spanglish,
japanish) che non sono altro che varianti del gergo tra giovani. Del
resto, ci sono nazioni che lo registrano ufficialmente come seconda
lingua ma lo parlano pochissimo. Questa è una storia che
somiglia alle religioni ufficiali di uno Stato. Tu vedi sui manuali
questi culti con cifre di miliardi di aderenti, ma se andassimo a
guardare dal vivo quanti realmente li praticano saremmo lontanissimi
nelle cifre. Diciamo che nel complesso la lingua non ha
'inglesizzato' il mondo.
Si
viaggia realmente dappertutto con l'inglese?
Sì,
ma in Oriente meno di quello che ci si aspetta perché anche
dove lo parlano un pochino lo pronunciano in maniera talmente
sommaria (Giappone, India, Cina) che è difficile pensare sia
lingua inglese.
Monetti
cos'è che non capisce della lingua inglese?
Nell'inglese,
più che cose incomprensibili sono importanti le cose che
contesto. Di queste si dovrebbe parlare. Anche noi siamo sistemi di
pensiero. Non capisco perché a volte i madrelingua usino
'people' con l'articolo quando in teoria si dovrebbe fare solo per
tribù, popolo. Non capisco l'uso di 'much' (a volte sì
a volte no, secondo me non riuscirono neppure loro a creare una
regola). Non capisco a volte l'uso del plurale, che si concedono
anche quando si dovrebbe usare il singolare (loro usano ad esempio
'audience' o 'team' con verbi al plurale, per me assurdo). In
particolare, l'uso e l'omissione dell'articolo in inglese sono cose
difficili per chi lo studia perché dipendendo dall'orecchio
non sono assimilabili in una nazione lontana da quelle in cui la
lingua si parla. Ci sono poi numerosi casi in cui le regole non
vengono seguite rigidamente da chi parla. Ma succede anche da noi.
Questa pagina è stata pubblicata su Memoriale tra il 2 e il 5 novembre 2004, e poi modificata il 15 novembre - Ripubblicata su Grammatiche, modificata per l'ultima volta il 12 marzo 2005