La lingua: come traduciamo

Questa pagina, pubblicata per la prima volta nel dicembre 1999, è risultata la più ostica. L'autore promette di integrarla con esempi e di adeguarla in futuro a un pubblico medio.

Nella traduzione il nostro cervello deve rapidamente passare a un altro ordine di idee, in cui la frase si forma secondo altre leggi. Ecco perché non è una buona regola quella di passare da una all'altra. L'arte della traduzione sta proprio nell'iniziare direttamente dalla seconda, cioè dalla lingua in cui si deve tradurre. Facciamo un esempio anche qui. Nel film 'Provaci ancora Sam' Woody Allen si trova a un certo punto a fianco a Diane Keaton sopra un divano e riceve suggerimenti dal fantasma di Humphrey Bogart, che gli spiega come fare per abbordarla nella giusta maniera. Quale è il suo problema? Egli stesso lo mostra quando dice: 'Non mi riuscirebbe, non sono fatto per queste cose... poi lei se ne va ecc.ecc.'. Woody Allen in quel momento, anziché fare direttamente la cosa, ci pensa. Il pensiero lo mantiene nello stadio precedente, mentre per agire egli dovrebbe già essere nello stadio seguente. La traduzione è un po' tutto questo. Se la persona ci dice: 'Di' a Gianni che Maria è fuori' e noi pensiamo parola per parola non stiamo facendo nella giusta maniera, perché dovremmo dire con una certa lentezza, cioè nel giro di non meno di cinque secondi: 'Tell... John that... Maria is out'. Mentre il nostro cervello, se abbiamo capacità, dovrebbe avere già un'immagine del tipo 'TellJohnMarysout'. Dovrebbe eruttare insomma un'unica parola. La vera traduzione non è altro. Quando noi vediamo alla televisione un traduttore in simultanea, lo vediamo passare velocemente tutti i concetti. Egli tuttavia non passa (o almeno non dovrebbe) dall'italiano all'inglese, perché in questo caso impiegherebbe molto di più.

Dunque è semplicemente un discorso parallelo? E' come se due treni andassero in due rotaie parallele senza nessuno scambio?

Beh, non è l'immagine migliore. Uno deve pur sempre sentire l'altro. Pensiamo invece a due galeotti, che stanno in due diverse celle comunicanti atrraverso un muro. Essi hanno un codice: se uno dei due batte due volte sul muro significa che si sta annoiando, se batte tre volte significa che si diverte, se batte quattro volte significa che ha mal di testa. Quando arriva il suono del battere dall'altra parte del muro, dopo un periodo di abitudine, il cervello sa già che tre volte corrisponde a divertimento, dunque non si forma neppure una connessione del tipo 'tre-divertimento', cioè non ha bisogno né di contare né di 'immaginare' il divertimento.. Il suono 'globale' comunica direttamente il divertimento nell'altro. Alrro esempio: se uno mi fa sentire le prime tre note della quinta di Beethoven, non ho bisogno di chiamare a me il concetto 'che quella è una sinfonia', che 'è di Beethoven' ecc.ecc., non ho bisogno di ricantarmela da me. Sarò io che completerò canticchiandone immediatamente la quarta. Ta-ta-ta... taaaaaaaaa

Perché si diceva che i traduttori non sono mai perfetti neppure essi nell'applicazione bilingue?

Perché non possono applicare il loro cervello a una gamma quasi infinita di combinazioni quale quella di un intero dizionario linguistico. E' come dire che nessuno è perfetto. Assegnando a tutto un dizionario il 100% e a un madrelingua il 78% medio di potenziale combinatorio, possiamo dire che anche il migliore traduttore bilingue non supera mai il 65-70% (una percentuale già ottima), rimanendo così molto indietro sia rispetto al dizionario sia rispetto a un vero madrelingua. In genere i traduttori raggiungono livelli molto buoni in settori specialistici perché il dizionario è più limitato. Se divento un traduttore per le imprese russe in Italia è ovvio che padroneggiare i 5.000 termini che mi interessano in italiano e in russo non è un'impresa difficile. La 'prova del fuoco' viene quando il traduttore viene immesso in un contesto generalizzato, dove non si ha né un settore né una fascia delimitata di interlocutore. Qui in genere il traduttore comincia a mostrare dei limiti, e il bello è che di questi limiti è la persona madrelingua che lo ascolta ad accorgersene per prima. La prima osservazione che questa fa in questi casi, se conosce bene anche lei le lingue, è: 'Ma guarda, io avrei detto in quest'altro modo'. Ma qui quasi nessuno può accorgersi perché dei tre o quattro milioni all'ascolto di un programma Tv pochissimi conoscono perfettamente i segreti dei due territori allo stesso tempo. L'autore di Memoriale si è riproposto, per una sfida con se stesso e per garantire una certa autenticità, di non avvalersi né di correttori software né di madrelingua vivi che assistessero nel lavoro di aggiornamento del sito (rileggendo, qualche volta, si è accorto di un errore e se non era fondamentale ha voluto lasciarlo ugualmente sul sito). La fisiologia dell'errore è importantissima e va preservata. Dovrebbe esistere addirittura una separata branca linguistica, per la grande utilità che l'errore ha nella scoperta del proprio rapporto con la lingua.

L'errore ha a che vedere con un nostro impulso governabile?

No, guai. Quando facciamo un lapsus ci correggiamo (se ci accorgiamo), ma non esistono meccanismi di correzione 'alla radice'. Qualsiasi errore nella lingua - ripetiamo - è altamente significativo e non serve a nulla reprimerlo con esercizi (salvo ovviamente quelli dovuti a ignoranza sulla grammatica e sulle regole, che tuttavia informano anch'essi di dettagli molto precisi del soggetto). Per andare 'alla radice' dobbiamo tornare al concetto da noi creato 'ex novo', il dominio.

La lingua: come ci vengono le parole

Torniamo all'esempio già fatto. In uno scompartimento del treno, quando una nuova persona entra non è che prima ci pensi (di domandare quella cosa) e poi la dica. No, l'impulso avviene in milionesimi di secondo perché il cervello erutta la frase già bell'e confezionata. Quando la persona è sulla soglia, se non ha esitazioni di sorta, la frase esce quasi alla velocità della luce, cioè non ha uno svolgimento interno. Il signore dice: 'E' libero questo posto?'. E lo dice come se non ci pensasse neppure, come se la frase venisse da sola.

Da sola? Non è il cervello che la sta elaborando?

Sì e no. Sì perché se non ne conoscesse le singole parole non la direbbe mai (salvo trance e ipnosi). No, perché non l'ha pensata in realtà. La frase è venuta.

E' venuta da che?

E' venuta dal campo semantico (=campo di significazione) che la contiene, e che quel signore conosce perché l'ha imparato molti anni prima.

Ma quel campo non è dentro il cervello?

No. Il cervello lo ha soltanto 'acquisito' in un certo momento, entro il suo archivio. Ma quel campo esiste a prescindere. Facciamo un altro esempio. Io so che il bagno nel mio appartamento si trova due metri oltre la camera da letto. Ciò significa che se di notte mancasse la luce io potrei ugualmente arrivarci perché i miei sensi sanno (da anni) che facendo tre passi a sinistra il mio corpo trova la porta del bagno anche al buio. Se non lo sapessi non mi verrebbe da andare lì automaticamente, perché dovrei prima assumere l'informazione. Torniamo alla lingua: la frase va dove deve andare perché noi sappiamo già farla andare. E' una cosa molto seria. La nostra informazione precedente le fornisce una relazione interna, cioè la fa combinare con altre parole del dizionario DI QUELLA LINGUA (in caso contrario diremmo 'lettera tua madre da ricevuto hai'), ma non basta. In quale maniera finisce proprio lì, in quel contesto spazio-temporale? Perché vi finisce quella frase e non un'altra? Qui sta il grosso di tutti i problemi. E a queste due domande nessuno ha mai risposto da che è nato il linguaggio verbale. Soltanto con un concetto come il dominio abbiamo potuto fare un po' di luce. Se non avessimo questo concetto la lingua sarebbe un meccanismo di scelta molto meno rigoroso e si userebbero pochissime parole.

Solo un po'... di luce?

Sì, abbiamo detto cos'è il dominio ma non abbiamo spiegato perché quella parola 'vince' in quel momento.

Vince perché prevale sulle altre, no?

Sì, ma perché prevale? Il problema, ridotto in soldoni, è questo: il signore ha una sola necessità, che è quella di comunicare alle signore la sua domanda, vuole sapere se quel posto nello scompartimento è libero, ma non ha interesse a far vincere una parola o una frase piuttosto che un'altra. La frase vincerà senza che lui se ne accorga. Dunque rimane ancora insoluto il problema: perché vince quella frase? E' un problema immenso.