Parlarla bene è trovare il dominio

Lacune e carenze arricchiscono la padronanza. E' come quando si dice che 's'impara a nuotare tuffandosi'. Voi prima non lo avevate mai fatto, ma solo facendolo inaugurate appunto un nuovo ciclo. Bisogna trovarcisi, detto in parole povere. Dunque, voi sbarcate in un'altra nazione con la consapevolezza di parlare un'altra lingua, o almeno di cavarvela. Uno dei fatti che, immersi nella lingua, comincia a creare ostacoli è il fatto che quel che vi dovrebbe venire non vi arriva. Può capitare per tanti motivi. Può essere che siate voi a non avere ancora sufficiente padronanza. Può essere che abbiate in quel momento un vuoto giustificabile. Può essere ancora che il dialogo sia finito in un dominio molto difficile (perfino per gli stessi madrelingua). Ma c'è un'evenienza ancora più interessante: il fatto che nella lingua target manchi concretamente il verbo, l'azione o il concetto che intendete esprimere. Questo è frequente, perché non tutti i casi furono accolti dalle lingue nel corso della evoluzione. Per alcuni, l'universo di suoni di ciascuna nazione non ebbe un travaso e nemmeno dopo i parlanti crearono da sé qualcosa che si avvicinasse. Un caso tipico già ricordato è lo 'sfangarsela' italiano, che volgarizza il 'ce l'ha fatta'. Questo fu uno degli scogli universali, nella storia delle nostre lingue sul pianeta. Se dovessimo un giorno eleggere il più grande ostacolo incontrato nei vari viaggi, daremmo la palma al verbo 'riuscire' che mai riuscì veramente a mantenersi in condizione. In Francia soltanto accolsero la medesima 'scatola' semantica (usandolo peraltro molto meno che in Italia). In Spagna non fu mai preso, nemmeno in metafora. I lograr exito, i conseguir giunsero da subito a rattoppare le pezze di una lacuna così grande. E dove non si aveva nemmeno l'apparenza del riuscire simpatico loro dissero resultar e talvolta usarono anche il rattoppo universale volver. In inglese, ancora peggio. Il manage era in fondo un falso amico del 'saper maneggiare' e risolse problemi soltanto in superficie. Stessi casi con la 'bella figura'. Le altre lingue, per esprimere questo concetto, erano (e sono) costrette a fare un giro di parole perché non hanno pronta un'immediata traduzione. E, come abbiamo visto, non avevano tutti i torti. 'Fare bella figura' è un concetto molto provinciale, che possono nutrire soltanto quelli che vengono da una figura misera. Chi sa fare le cose non percepisce nemmeno la sua bella figura, perché parlerà sempre. Chi sa nuotare non fa una bella figura. Semplicemente, sa nuotare.

Capitano, queste cose, principalmente quando quel sistema non ebbe dalla società stessa l'impulso necessario a costituire funzionalmente un suono dedicato al concetto. Certo, qui motivi sociologici. Ma vi sono anche motivi linguistici. Questi ultimi, però, sono ancora più irredimibili. Non avendo quella lingua fondato un concetto di corrispondenza in origine, diventa sempre più difficile recuperare in seguito. E così avremmo detto: "Il dominio loro è un altro, se vuoi parlare bene la loro lingua devi trovarlo in un attimo mentre parli". Le prime volte in cui parlavo spagnolo mi trovavo a dover dire 'diventare' e non mi veniva. Cercavo con la mia mente nell'universo di suoni e per quanto mi muovessi non trovavo. Non esiste un devenir (invano ci domanderemmo perché, ma forse le ragioni discendono dalla filosofia stessa, poiché era un termine dotto) o un diventar. Di volta in volta, loro usano un diverso concetto. Per noi, certamente, la cosa è più semplice perché noi diventiamo ricchi, poveri, matti, furiosi, vecchi ecc.ecc. Noi diciamo senza alcuna difficoltà che Paolo sta diventando vecchio, non ricorda più nemmeno le cose che ha fatto il giorno prima. Loro non hanno mai potuto e così usavano il 'farsi', hacerse viejo. Con le altre cose, lo stesso. Diventare matto era volverse loco (chi ha studiato spagnolo sa che con il volver furono risolti molti problemi).

Sono casi in cui l'emittente non madrelingua deve necessariamente, se vuole parlare al miglior livello, essere arrivato a due traguardi. Uno potrebbe essere avere già in dotazione l'espressione richiesta. Un altro potrebbe essere emetterla per intuizione, avendo affinato l'orecchio con la logica di quella lingua. Se io mi trovo in Francia per orecchio so che la preposizione 'par' mi consente molti passaggi che in italiano sarebbero effettuati con altre e allora l'orecchio della mia mente me la suggerirà nel caso dovuto (cosa che darà all'interlocutore la sensazione che l'emittente è un abile 'maneggiatore' di lingue straniere). Il 'c'est par' in luogo del 'c'est avec' darà al madrelingua francese la bella idea che lo straniero abbia padroneggiato ad orecchio la migliore lingua locale. In inglese, i casi sono ancora più frequenti. A uno studente alle prime armi non verrebbe mai da dire 'to find something in there', perché anzi questo locativo gli parrebbe eccessivo e non corretto. Invece, per la lingua inglese è l'unico abitante di quel dominio, pensate. E non gli verrebbe mai da dire 'over there', che sarebbe il 'per di là'. Eppure i madrelingua usano dire così e non dicono solo there. Stesso fenomeno? In un certo senso sì, perché l'emittente deve risolvere una carenza della propria lingua madre quando emette nell'altra. E la risolve soltanto immaginandosi direttamente nell'altra, non facendo come al solito il passaggio (perché passaggio possibile non c'era).

Lo stesso problema si propone naturalmente a carte invertite. Un Americano che viene in Italia si esprimerà i primi tempi lentamente e per brevi gruppi di parole perché faticherà a reperire in un attimo la frase più alta che per noi vincerebbe il dominio. Soltanto il giorno in cui dirà una cosa come "Non credo che Paola ne risenta più di tanto" si può dire che egli parlerà al livello nostro. Fino a quel giorno, dirà sempre "Credo... che (a) Paola non dispiace".

Pagina del 4 giugno 2005