
Quel che non si fa più
Tante pagine, sia in questo sia nell'altro sito, sono incentrate sul passato. Non presentato in forma nostalgica, e neppure morbosamente. Ho parlato del passato in modo sereno. Alcune cose erano belle, altre meno belle. Come per tutti. Non esiste un paradiso, un giardino in cui tutto sia piacevole o (al contrario, per i pessimisti) spiacevole. La vita è per tutti un'alternanza. Talvolta i periodi belli durano un pochino di più e così succede anche a quelli spiacevoli.
Uno dei dati salienti, man mano che andiamo avanti, è quel che non facciamo più. Questo lo abbiamo visto nella 'giornata zero'. Un quotidiano, anche a 100 anni di età, continua a parlare di tutto. Un uomo, che matura, già a 50 anni molte cose non le fa più. In questo calcolo sono comprese cose comuni. Non andare più al cinema (magari per colpa delle videocassette e dei DVD), non andare più in quel bar, non andare più a Riccione se si aveva la solita pensione, non leggere più quel genere di libri eccetera eccetera. Quello che non si fa più è proprio la misura del tempo che passa, e di come siamo diversi noi nel presente. Il caso limite è quello di chi non fa più nulla. Questo sarebbe il caso di chi abbia ingurgitato tali e tante di quelle esperienze da non provare più gusto per alcuna. Non esiste, naturalmente. Perfino l'uomo che abbia dentro di sé la più grande erudizione di tutti continuerebbe a provare qualche gusto, perché il senso del piacere non termina mai. Non esiste un capolinea, al quale si dice: "Basta, non mi va più niente". I cretini usavano fare la battuta della 'pace dei sensi'. In verità, non vale nemmeno quella. Se l'organo vi si alza significa che c'è ancora salute e sangue che circola. Se un giorno gridate o provate una gioia vuol dire che avete ancora qualcosa. Il caso più comune è dunque quello di chi semplicemente riduca rispetto al passato la quantità di cose extra (visione pellicole, Tv, ascolto musiche, lettura giornali, viaggi ecc.). Ma questo succede quando le cose appena dette sono entrate davvero nella nostra vita. Se una persona non le fece mai nemmeno da giovane (cosa comune in suore e sacerdoti, o in persone molto abitudinarie o abuliche), non arriva mai nemmeno quel momento. E quest'ultimo è un caso di persone che vivono in ristrettezze. Tra di loro sono infatti molti che usano citare continuamente il passato di 2000 anni fa, come se nel frattempo non fosse esistito altro.
Considerati in questo senso, i sacerdoti fanno soprattutto tenerezza. Per non aver mai vissuto nemmeno uno dei momenti salienti degli ultimi 48 anni (un disco o un film appena uscito, una prima volta sessuale ben fatta, fantasie, visioni, paure, gioie ecc.) bisognava davvero vivere in pochi metri quadri, come in una cella del pensiero. Quando parlo di quei momenti nella mia vita parlerò di qualcosa che è venuto a me: non fui io a cercarlo. Le cose che vengono a noi. Ecco un bel concetto, che informerà di sé tutto il mio sito personale. Le cose che vengono a noi sono belle, perché sono il segnale che noi viviamo in un universo 'per simboli', in cui ogni avvenimento deve essere interpretato. Le cose che vengono a noi non sono tutte, ma quelle che notiamo (tra tutte). Siccome il passare del tempo non ce ne fa fare più, a queste si sostituiscono cose nuove (che al contrario non avevamo mai fatto). Qui il punto più interessante sarà stabilire per ciascuno quale sia il limite di età oltre il quale non capita più di ricevere (e intraprendere cose nuove). Ci sono uomini che sessualmente si ritirano verso i 65 anni. Ci sono donne che non fanno più sesso dopo i 57. Ci sono persone che non riconoscerebbero più una forma di piacere, dopo una certa età. Questa età diventa la soglia che pone uno spartiacque: oltre quella soglia l'uomo attivo non esiste più. Si campa, si vegeta fino alla morte totale del corpo fisico.
I piaceri più diffusi, anche dopo una certa età, sono quelli mentali. Le soddisfazioni morali, ad esempio. Vedere un figlio diventare governatore della Banca Centrale, vedere che un figlio ha un Cd al top delle classifiche di vendita, ricevere un complimento per il proprio aspetto giovanile. Ma ci sono anche cose più grandi di queste: conosco nel mio quartiere una coppia che si è messa insieme - ex novo - dopo i 70 anni.
Più viviamo e maggiore è il numero delle cose che passano in archivio. A 20-25 anni, se una persona ha ambizioni sogna e ha immagini di continuo. Una semplice visione di un corpo femminile fa salire l'eccitazione. Dopo la mezza età si forma in quasi tutti la sensazione che non sia più il caso. Anche una semplice danza sul palco risulterà più difficile, perché il nostro corpo non risponde con la stessa energia e mentalmente ci vergogniamo quasi. In quel caso si tende a dire che 'sono cose da giovani'. Un giorno del 2001 parlai di Internet a un mio inquilino sulla cinquantina, ma egli allargò le braccia e disse che 'sono cose dei giovani'. Si direbbe che in questa dichiarazione manchi proprio una spinta, un orgoglio personale. Meno cose si fanno, più difficile risulterà la conversazione in un gruppo di persone. Al minimo accenno, un pochino di sincerità suggerirà di dichiarare che 'quella cosa non si fa più da almeno 30 anni'. Sarebbe bene non perdere il gusto delle cose, perché spiace dover confessare una cosa del genere.
Non lo vedo da almeno 20 anni. Questa è la dichiarazione più frequente di chi venga interpellato su una persona che non vede da tanto. In lingua inglese non lo possono dire, perché quella lingua fa dire loro: "Non l'ho visto per 20 anni" (cosa che all'italiano risulta incomprensibile). Ecco un argomento molto interessante, per chi studia grammatiche. Scoprire e discutere con un madrelingua del fatto che loro non possono dire quella frase al nostro modo. Da quanto siete sposati? Niente, loro non lo possono dire. Loro domandano: "Quanto a lungo siete stati sposati?". Per la lingua inglese conta il tempo continuato. Mentre noi possiamo situare un punto di partenza loro sono costretti a citare direttamente tutto il tempo trascorso da quel punto.
Noi siamo sposati dal 1985 (Italiano)
Noi siamo stati sposati per 20 anni (Inglese)
E non c'è verso di convincerli. Una frase risulta all'una assurda quanto l'altra risulta assurda all'altra. Se voi diceste in inglese: "We are married from 1985" loro si metterebbero a ridere, perché è un grave errore. Il problema è che sorridiamo anche noi a sentire la seconda frase, se possiamo dire la prima. Proprio esseri diversi, le lingue.
Dunque, eravamo a quel che non si fa più. Attenti, con l'ipertesto non è più così. Se voi avete una mente bene organizzata ad ipertesti, potrete magari non fare più certe cose ma quelle fatte nel passato resteranno sempre pronte per il ricordo. Non solo: quando una minima citazione le farà riaffiorare, voi le rimetterete in pista incuranti che esse siano di 3 o di 30 anni prima. Ancora cose avveniristiche, che penetreranno tra qualche decennio. Qui le abbiamo solo anticipate.
Chi ancora non riesca a conquistarle non è padrone del concetto di spazio-tempo. Questo implica che non siamo più soggetti a subire. Anche un ricordo spiacevole, col passare del tempo, diventerà un semplice dato se lo riprenderemo. Oggi, infatti, nella stessa situazione non soffriremmo più come accadde quella volta. L'ipertesto arriva quando l'individuo del XXI° secolo è maturato al punto tale da riprendere il passato in modo rapido e crudo. In questo modo, dimostrerà anzitutto a se stesso di essere un altro (oggi quella cosa non capiterebbe più allo stesso modo) e poi saprà che quel dato è solo un dettaglio del passato che oggi non lo riguarda più. Ecco perché non è molto educativo insistere sulle ricorrenze tragiche di una collettività. Se noi continuiamo a ricordare l'Olocausto non facciamo che richiamare una tragedia in un presente che non solo non la contiene ma nemmeno la capirebbe.
Lo stesso a livello individuale. Non serve serbare uno choc, perché il ricordo sarà castrante e distruttivo. Anche qui possiamo dire allora che 'non poter fare più una cosa' serve semmai ad essere superiori al nostro sé del passato. Ma solo in questo senso, cioè nel caso che essa fosse negativa. Negli altri casi, non si vedrebbe il motivo. Perché mai non dovremmo seguire il ritmo di una danza muovendoci sul palco anche dopo i 55 anni? Perché mai non dovremmo avere manifestazioni di affetto? Chi si vergogna di molte cose è come uno che non riconosce più soddisfazioni al proprio corpo. Povero corpo, diremo. Se non sente più la bellezza di un ritmo è finita.
L'ipertesto serve proprio a rendere quell'evento un semplice dato: il nostro essere di oggi è talmente superiore che non può considerarlo più che un dato. Ponete che io elimini dal sito una mia pagina, che avevo scritto nel 2002. Oggi dirò che la levo perché non mi riconosco più in quello che avevo scritto. Ma essa resta comunque, come una parte di me stesso che oggi ho superato. Nel momento in cui scompare dal sito, non finisce in un cestino per diventare 'res nullius'. Finisce semplicemente nel mio archivio di ricordi, e lì diventa ipertesto. Sempre presente, insomma, almeno potenzialmente. In qualsiasi momento potrà essere ripescata, per far parte - in quanto citazione - di un pensiero di oggi. Tutti, nessuno eccettuato, siamo superiori al nostro passato. Allora dobbiamo anche essere capaci di metabolizzarlo, recuperandolo senza remore interiori. In fondo, è solo un pezzo della nostra vita che oggi affronteremo in un altro modo.
Nel cervello organizzato ad ipertesti in qualsiasi momento l'essere ha pronti per il recupero 25.000 o 100.000 ricordi, se è sano e ha ancora forza del pensiero. Tutto questo materiale diventa la sua esperienza, la sua vita. E vale anche un ragionamento all'inverso. Se voi avete doti profetiche saprete vedere in immagini quello che deve ancora avvenire.
Pagina del 30 settembre 2005