Non è un problema avere lingue in estinzione

A volte gli esseri umani si innamorano di cause inutili. Leggo, in settimanale abbinato a 'Repubblica', che Mel Gibson e altri registi hanno voluto a tutti i costi girare un film facendo parlare ai protagonisti del luogo le loro lingue. Non si può parlare di una cultura se non fai parlare la loro lingua, dicono. Ecco uno degli argomenti che meno comprendo. Ogni volta che leggo grandi 'peana' in favore delle lingue locali o delle culture linguistiche degli aborigeni mi domando cosa intendano. Leggiamo perfino di '(rim)pianti' per le lingue destinate all'estinzione.

Facciamo una rapida ricapitolazione, con il solito metodo del ragionamento. Le lingue del luogo, alcune delle quali impropriamente denominate 'dialetti' dopo che prevalse una lingua nazionale, nacquero - come tutte - in contemporanea con la civilizzazione dei popoli. Quando i territori divennero sempre più nazionali (in quanto la 'natio' ebbe la meglio sull'impero) e venne impiantato in ciascuno un apparato pubblico anche per l'insegnamento di ciascuna materia di studio, si affermò inevitabilmente anche nei numeri (parlanti) una lingua che potremmo chiamare 'della maggioranza', tanto che quella soppiantata venne detta sempre 'di minoranza'. La definimmo così perché a parlarla rimase un numero via via inferiore di persone. Il processo segue la vita stessa di una singola nazione e quella delle famiglie considerate singolarmente nella loro successione. Per fare un esempio, i miei genitori nel 1957 parlavano sempre italiano e in dialetto potevano sfuggire al massimo imprecazioni o interiezioni varie. I miei nonni, nel 1927, parlavano ancora soprattutto dialetto locale. Questo successe dappertutto. Tu metti al mondo dei figli e quelli - vivendo in un mondo più veloce e sviluppato - parleranno una lingua sempre più rapida, ricca e sviluppata. E' la vita stessa che scorre, che va avanti. Quella che oggi è considerata in ciascun luogo 'lingua nazionale' è un coacervo che ha unificato un intero patrimonio fonico che per secoli si differenziava da contrada a contrada. Tu andavi da Grosseto a Siena e già alcuni concetti venivano espressi con un termine diverso. Ancora oggi, del resto, parole come 'ciabatta', 'ometto', 'bistecca' subiscono variazioni da regione a regione. L'unificazione, che consente di far capire in tutto il territorio nazionale un unico concetto, è un fatto altamente positivo perché fa raggiungere al sistema-lingua il livello massimo di comunicazione. Tu dici quella cosa, e se esiste una lingua unificata essa viene compresa in un vastissimo territorio che va da Seattle a Miami. Vi pare poco? Nel 1500, quei pochi se lo sarebbero sognati.

Ciascuna lingua, venendo utilizzata da noi, realizza il suo scopo principale che è quello della comunicazione. Quando voi pronunciate una parola, lo fate per farla sentire a un'altra persona in quanto intendete comunicarle un concetto. Se esistessero ancora tante lingue, comunicare sarebbe un problema. La civiltà ha determinato, per fortuna, un'unificazione. Oggi abbiamo così circa 210 lingue nazionali (poco più del numero delle Nazioni Unite). Laddove il processo è riuscito meno (pensiamo alla Cina) l'aggregazione all'interno della nazione stessa è stata più lenta. Non che non si viva, ma certo la vita scorre più semplice e senza intoppi parlandone una. Questo - attenzione - non significa che la Terra dovesse o debba in futuro averne una sola. Attenti a non confondere le due questioni, che convivono.

1) La varietà di lingue sulla Terra corrisponde alla varietà antropologica: come siamo diversi per caratteristiche genetiche, esistono anche diversità linguistiche.

2) Essendo però unità politiche all'interno di un territorio, i vari Stati hanno trovato più naturale e agevole avere una lingua ufficiale.

Questo è il sistema che sentiamo ogni giorno nei notiziari radio, che leggiamo sui quotidiani e che parliamo tutti quando abbiamo un alto grado di istruzione (esistendo naturalmente un top, che è quello più corretto della lingua teatrale curata con la dizione). Ogni giorno, sulla Terra, 59 milioni di Francesi sentono quella lingua che corrisponde al nome di 'lingua francese'. Ogni giorno, sulla Terra, 285 milioni di Americani sentono quella lingua che corrisponde al nome di 'lingua inglese americana'. Ogni giorno, 62 milioni di Thailandesi sentono quella lingua che corrisponde al nome di 'lingua Thai'. Tra queste popolazioni, permangono minoranze (esempio: 300.000 individui) che parlano un sistema leggermente differente (pur sentendo ogni giorno quello nazionale appena detto). Perché? Perché hanno conservato quello che già avevano, accettando solo in parte quello che si affermò come nazionale. Cosa vuol dire solo in parte? Se arrivava una persona che parlava solo quello nazionale, parlavano anche loro quest'ultimo. Se invece avessero parlato tra loro, continuavano a parlare la lingua locale che avevano conservato. Così accade, tuttora, per la lingua parlata in Sardegna. Essa fu detta 'dialetto' dopo che i mezzi di comunicazione fecero parlare a tutti la lingua italiana, ma fino al 1870 quella era la lingua parlata da tutti (o comunque dal 95% della popolazione). Oggi, su poco più di un milione e mezzo di abitanti, parla il dialetto solo il 15%. Di questi, solo la metà parla esclusivamente quello (e non c'è più alcuno che non capisce la lingua italiana). L'altra metà alterna il dialetto alla lingua nazionale. E questo è più o meno lo scenario che si ripete in altri luoghi della Terra. La televisione e gli altri mezzi hanno completato il miracolo, dopo la unificazione propriamente politica.

Servendo alla comunicazione, quando è che conserva la sua presenza un dialetto? Solo quando chi lo parla trova un interlocutore. Altri motivi non vi sarebbero. Meno interlocutori esistono, più viene accelerato il processo di estinzione. Allora, cosa volete rimpiangere? Se voi vi sedete al tavolino di un bar di un piccolo comune della Sardegna in compagnia di tre uomini di 80 anni è possibile che li sentiate parlare tra loro solo in dialetto. Non così se andate a parlare con quattro giovani 30enni dello stesso paese. Dopo che la lingua nazionale si affermò, tutta la cultura della nazione la ricevette come una specie di patrimonio che circolava ovunque. La conseguenza formale fu sempre l'adozione del medesimo sistema nei documenti di tutto il territorio (notarili, amministrativi, giudiziari ecc.). L'effetto più costruttivo nella vita di tutti fu la possibilità di spostarsi liberamente e di continuo su tutto il territorio nazionale potendo usare le medesime parole, cosa ancora difficile nel 1850. Oggi, il computer ha portato alle estreme conseguenze anche l'opera di radio e Tv veicolando una lingua del gergo informatico ovunque e contribuendo così al trionfo planetario della lingua inglese. L'inglese già aveva avuto una grande spinta dalla popolarità planetaria di alcuni motivi della musica pop. In questo scenario, la presenza di lingue locali si è sempre più ridotta perché coloro che sono nati negli ultimi anni non hanno avuto alcun motivo per parlarle. Perché avrebbero dovuto? La cosa bizzarra della questione non è tanto il fatto che ci si innamori delle culture locali. Questo è comprensibile, e anzi raccomandabile. E' bizzarro il fatto che qualcuno si lamenti se esse si estinguono in progresso di tempo. Per fare un paragone, è come se un uomo piangesse per il fatto che quel mercoledì non è scesa pioggia dal cielo. Le lingue, essendo un fatto di natura, sono da condividere: un 50% è nostro, un 50% appartiene a quella natura che convive con noi giorno per giorno. Se a un certo punto un sistema decade perché non c'è più chi lo parla o lo scrive, non è né bene né male. Accade, così. Basta.

Qui e su Memoriale ho scritto decine di pagine per dare un senso alla fine. Quando una cosa o un rapporto finiscono, non dobbiamo vedere un lutto. Tutto in natura si estingue, dopo essere nato e cresciuto. Nella pagina che ho costruito sulle lingue, ho cercato di far capire che molte delle lingue locali tuttora esistenti sono in realtà corpi di suoni antichi, rozzi e grossolani. Se anziché dire 'grosso bestione' gli aborigeni imparano a dire 'coccodrillo' mi dite che male c'è? Se anziché dire 'grosso apparecchio che fa bum-bum' gli aborigeni imparano a dire 'batteria' che male c'è? Alcuni dicono: ma è interessante come cultura, da studiare. E va bene, la studieremo. Difatti, resteranno per sempre documenti di quella lingua locale (atti, dizionari, racconti, letteratura varia) e per sempre li conserveremo tra i nostri reperti. Ma questo non significa che sia un male se quella lingua o quella cultura si estingue. Quando ciò accade, noi dobbiamo soltanto prenderne atto. Significa che i parlanti, posti a contatto con un diverso sistema, hanno imparato quello sostituendo alla lingua dei loro genitori una che hanno imparato dal tempo presente. Il mondo va avanti. Questo 'andare avanti' è antropologico, non ha un'etica o uno spazio per i sentimenti. Parlare una lingua rientra nei fatti di libertà dell'individuo. Dovendo interagire, ciascuno parla la lingua che serve ad interagire.

FAQ - Hanno un senso le cause per l'indipendentismo di un'isola anche in senso culturale o linguistico?

No, perché nessuno potrà mai imporre una lingua ad altri. E' più corretto pensare che una lingua si affermi in quanto nazionale, convivendo con una certa percentuale di individui che continuerà a parlare quella insegnata dai genitori o dai nonni. Liberi gli uni di limitarsi alla lingua nazionale unificata, liberi gli altri di parlare una delle lingue locali già esistenti in precedenza. Se questi ultimi si ribellano è come se i primi imponessero con la forza la loro. Una lotta per l'indipendentismo di una cultura minoritaria è quasi sempre una cosa sterile perché si scontra con le tendenze in atto che sono quelle adottate più immediatamente dai più giovani (che sono quelli che fanno la società del nostro tempo). Se ha una sua legittimazione politica un Partito Sardo d'Azione, dobbiamo anche dire che è una cosa talmente marginale (guardate al disinteresse della gioventù) da rasentare la totale inconsistenza sociale. Alla fine, l'effetto sarà quasi lo stesso che istituire un fan club per un cantante. Se la maggioranza di un'isola abbracciasse - almeno in apparenza - l'idea o la causa sarebbe diverso. Guardate Cuba: voi potreste dire che un paese che accetta un presidente a vita dovrebbe cambiare idea? No, perché hanno il diritto di vivere come vogliono. Finché il consenso c'è ed è verificabile nei numeri - che sia autentico o meno - esso trionfa anche sul piccolo dissenso e a poco valgono le lagnanze internazionali a sostegno dei dissidenti. Non abbiamo mai il diritto di andare contro il volere della popolazione, quando questa vive con i propri mezzi di comunicazione. La cultura è solo quella che viene veicolata, giorno per giorno, in una costanza di rapporti orali e documenti scritti. L'isola di Sardegna, da tanti decenni, fa parte del territorio italiano ed è secondo la Costituzione una delle sue regioni. In essa si parla oggi lingua italiana. Se poi permangono minoranze con diversi usi, sempre per esplicito dettato normativo esse riceveranno tutela. Ma addirittura lottare affinché una delle due (culture) soppianti l'altra è cosa poco intelligente.

La mia stessa trattazione di Memoriale è finalizzata a far capire le cose (a chi non le ha capite e continua a crederne di inesistenti). Ma non posso pararmi davanti a un 50enne che la domenica prende ancora l'Eucarestia. Affari suoi. Posso solo sperare che egli comprenda.

Per farla breve, l'estinzione di una cultura è il processo più vecchio che esista sulla Terra. Fin dai tempi delle caverne, noi abbiamo visto culture succedersi l'una all'altra. La più recente soppiantava la più antica. Chi volle conservare quest'ultima aveva tutto il diritto. Ma in ciascun territorio la necessità di unificazione degli atti fece affermarne una (o al massimo due, in paesi che si dicono bilingue). Non possiamo fermare queste cose. Nemmeno piangerci sopra. Guarderete le fotografie del vostro album (ricordi, cassette, dischi, inserti sonori ecc.) e le prenderete come testimonianza del tempo che fu.

A parte, la materia delle lingue sacre. Argomento di cui parlo in altre pagine.

Pagina del 15 giugno 2006