Tutto quello che avreste voluto sapere sulla imitazione

RIPRODURRE LA LINGUA - Gli effetti di una imitazione di sola lingua, come quelle che sentiamo (fatte da me) in questa pagina, sposta la riproduzione su un altro campo. Finché si imitava la voce, si aveva più che altro caricature e l'immagine in video senza dubbio assorbiva troppo la recezione. Il pubblico che guardava a casa stava attento più che altro al modo in cui veniva presentato il personaggio e si divertiva. Questo fa più pensare al cabaret leggero, alle feste di piazza, alle giullarate. Imitandone invece la sola lingua, noi portiamo del personaggio una carta d'identità più precisa. Intanto non ci preoccupiamo più di far venire comico il nostro numero. Non ricercandosi l'effetto, la riproduzione resta su un piano di mera realtà che dignifica maggiormente la persona. Con le voci, si sentiva spesso una volgarizzazione che contribuiva a sminuire la persona. Un ordinario 'mettere alla berlina' che se da una parte faceva pubblicità alla persona dall'altra ne limitava la presenza ai soli aspetti caratteristici (molto spesso deteriori). C'era il cantante di cui si riproduceva un pianto, anziché il canto. C'era l'attore di cui si rifaceva il declamare, anziché il normale parlare. C'era l'annunciatrice di cui si imitava il sospiro languido anziché la lingua. Insomma, era un'esibizione di livello un pochino basso. E sì che tutti avremmo avuto questa carta di identità che è la nostra cadenza linguistica. Ma evidentemente si cercava sempre il facile sollazzo di una sera, la derisione pura e semplice.

COGLIERE IL MOMENTO - La cosa più naturale sarebbe rifare la persona solo per vederne quello che esce, senza necessariamente doversi fare quattro risate. Anche nei casi presentati in questa pagina, normale osservare che la ripetizione non è quelle persone. Però è in una certa misura la loro lingua. Di entrambe le persone si è colta l'andatura, registrata all'interno di un discorso, e si è riprodotto un frammento del discorso stesso. Entrambe potrebbero dire: "Ma quello era solo un momento. Non parlo mica sempre in quel modo". Questo è ovvio.

TROVARE I LIMITI DI UN DISCORSO - E' giusto affermare che con queste imitazioni il personaggio viene denudato? Non proprio, perché esse ne colgono solo un frammento inserito nello spazio e nel tempo. La persona potrebbe essere talmente abile da riuscire a parlare in modo molto diverso. Quello che veramente denuda è proprio l'irruzione improvvisa nel suo parlato. Se noi la avvertissimo di quello che stiamo facendo, la persona non parlerebbe in modo naturale. L'unico modo quindi è prenderne parti significative in un momento e in un contesto in cui la persona non sapeva che noi stessimo facendo questo. Alla fine, diremo: "D'accordo, potresti anche essere altre cose... ma intanto io ne ho colto una molto importante di te".

IN QUALE MISURA MODIFICARSI - La possibilità di modificarsi e fino a che punto. E' evidente che, per quanto si possa salire di qualche gradino, non ci si può trasformare al punto da scalare decine di posizioni. Soltanto in un paio di casi abbiamo visto situazioni che avrebbero potuto essere radicalmente diverse. Nella maggioranza dei casi si può soltanto guadagnare qualche posizione facendo sentire di meno le proprie imperfezioni. Questo è possibile a quasi tutti. Ma è chiaro che oltre a questo miracoli non possono accadere. Tutti ci stupiremmo se Claudio Amendola parlasse italiano puro in un'intervista. Magari ci riuscirebbe, con un controllo ferreo e un grande sforzo di volontà, per una o due volte soltanto. Ma non sarebbe lui.

BISOGNA COMUNICARE - Noi veniamo via da un mondo che in sé conteneva anche questa storia della 'bella figura'. Il mondo in cui siamo entrati non la contiene più. Dimenticatela. Una volta raggiunto un livello soddisfacente (quello che ci fa dire che la persona può andare in video a presentare) basta. Quando parlate non c'è un guardiano che controlla la vostra uscita fino all'ultimo millimetro. E' preferibile dunque essere molto informali, cioè fare una Tv 'in diretta' che della diretta abbia eventualmente le défaillances di quel momento o magari gli splendori. Importante non parlare pre-confezionati come in un contenitore di se stessi. Gli stessi gesti di Alberto Angela sono infelici, perché sembrano provenire da un universo fisso e distante in cui la persona intende appunto fare 'una certa figura'. Diremmo, in conclusione, che non è indovinato quel modello-frigo di televisione e in particolare quel modello di 'documentaristica'. La lingua di Angela va bene solo quando fosse registrata e se ne ascoltasse l'audio in sottofondo 'su immagini'. Se invece si vede anche la persona che parla, è un modello troppo freddo. Anche del padre vedevamo gesti stilizzati per l'aria che comunicavano poco. Entrambi sono stati imitati (il figlio più del padre), perché evidentemente non sono arrivati all'inimitabilità che sta all'atrio della perfezione. Ad entrambi manca una certa quantità di calore, che nel contatto 'live' è fondamentale.

IL PROBLEMA DELLE MANI - Se uno il calore non l'ha non può nemmeno darselo. Così, parafrasando un personaggio del Manzoni (non manzoniano... vedete come si può dare attributi ripetendo semplicemente il cognome...), potremmo dire anche per chi va in video. Infatti, è così. Proprio per questo meglio evitare tutto quel gesticolare, che sembra quasi arrivare a compensare una freddezza interiore. Questo è un tasto delicato. Da parte di chi parla al pubblico stando in piedi per molti minuti esiste effettivamente un problema di dove porre le mani. Ma è lo stesso che si presenta nella vita. Quando parlate con una persona, all'interno di una stazione ferroviaria, dove mettete le mani? Quando parlate al postino, che sta sul pianerottolo del palazzo, dove mettete le mani? Gesticolare non è proibito, ma se è continuo fa venire proprio il sospetto che all'essere manchi un'espressività autonoma del corpo e con il mulinare o il continuo muoversi delle mani si stia reagendo. Gli imitatori certo profitteranno, e muovendovi in quel modo darete loro spunti e materiale. Una delle imitazioni più classiche è quella che correda la voce dei movimenti del corpo. Lo si faceva con Ruggero Orlando, con Gianni Morandi... insomma, con quelli che avevano un moto caratteristico. Se raggiungete un equilibrio non farete più strani movimenti e così entrerete nella inimitabilità.

IL PROBLEMA DEL CORPO - Strettamente correlato è sempre il problema centrale di come offrire il proprio corpo, quando gli altri ci riprendono o anche semplicemente ci guardano. Il vero problema è proprio il pensarci. Se siamo naturali, saremo naturali anche nei movimenti e questi saranno perfettamente corrispondenti a un modo di essere. Tutti sappiamo che il corpo parla. Se parla troppo - questo sembra essere il messaggio implicito - significa che qualcosa in noi stessi non va bene. E difatti ci imitano quando colgono i nostri squilibri. Morandi è sempre stato imitato perché sembra penzolare, nella sua gravità sulla Terra.

IL TRAGUARDO NON E' LA PERFEZIONE - Quando imitiamo, ovviamente, ci rivolgiamo implicitamente a quel che manca della persona. Se facciamo una caricatura fedele mostriamo la persona per quello che di lei appare, e questo al tempo stesso dice - a chi guarda - cosa manca. Il discorso è a doppia faccia. Ma non arriva mai al punto di fare una critica, perché qualcosa manca a tutti. Ma è bello così. I frammenti sono perfetti proprio quando l'essere non è perfetto. Il modello più alto non è quello in cui non facciamo alcun errore, perché a questo già ci arriviamo. Il modello più alto è quello in cui siamo noi stessi anche quando incorriamo in qualche imperfezione del momento. Non siamo macchine, e non dobbiamo esserlo. Questo viene insegnato in tutte le tecniche. Le imitazioni di sola lingua sono più veritiere e corrispondenti, perché di quel momento colgono eventualmente le imperfezioni e queste parlano di quella persona dicendo qualcosa in più. Qui è bene chiarire. Il frammento di Daniela Barra serve solo a scopo didattico. E' evidente che nessuno parla così nella lingua colloquiale. Neppure gli attori. E del resto nessuno lo richiede. Quando noi presentiamo una cosa al pubblico, se leggiamo dobbiamo essere per forza distaccati e oggettivi. Se parliamo noi a braccio e improvvisando il discorso (come dovremmo sempre fare) dobbiamo essere soggettivi e quindi accettiamo la possibilità di essere meno perfetti. Il modello di un conferenziere, che parla da sé, non esige mai la perfezione perché vivendo in presa diretta affrontiamo tutti i rischi. Come se ci gettassimo in mare aperto, senza sostegni. Io stesso aggiornai per anni su questo sito, affrontando i rischi connessi agli alti e ai bassi del mio stesso essere. Ci fu qualche mese in cui fui probabilmente eccessivo. Va bene così. Lo dissi, espressamente. In febbraio scrissi: "Questi giorni potrei anche avere ecceduto. Pazienza, cose mie. Un giorno, a distanza di tempo, tutte queste cose verranno comprese e allora appariranno in una diversa luce". Questa è come una frase-paradigma. Se non accettassimo questo messaggio, allora non esisterebbero nemmeno la sofferenza o i momenti di crisi. La vita è anche questo.

L'oralità della lingua implica non solo l'emissione della propria ma anche (il tentativo di) quella altrui.

Imitare significa riprodurre voci, gesti e rumori caratteristici. Vediamo dunque gli elementi costitutivi. Per 'riprodurre' si intende produrre nuovamente con la voce oppure produrre a comando, cioè su base della volontà. Se il fenomeno fosse involontario avremmo una semplice eco e così diremmo che una persona con la sua voce (ri)echeggia quella di un'altra. Voci sono quelle umane, ma chi imita riproduce anche l'emissione di animali. I gesti sono generalmente connaturati alla emissione vocale, cioè vengono compiuti simultaneamente allo scopo di dare un'immagine più completa della persona che si imita. Ma potrebbero anche essere compiuti separatamente, come avviene nel caso dei mimi (vedi, arte della mimica). I rumori sono in genere quelli della natura oppure quelli di uno strumento musicale o di fonti sonore della vita associata (traffico, folla, fischietti, sirene ecc.). Per essi pure, esiste una speciale capacità che è quella dei rumoristi (=imitatori di rumori).

Quello che si imita è caratteristico, o almeno si considera tale. Questo perché se tale non fosse sarebbe meno possibile imitarlo. Si imita infatti quello che colpisce e che viene naturale rifare. L'imitazione si esercita dunque su caratteri, cioè su elementi che si distinguono da altri. Alcune cose e alcune persone si dicono inimitabili. Perché? Il problema non è facile da spiegare. In teoria nulla sarebbe tale, perché qualsiasi suono può essere riprodotto (più o meno bene). Il problema è proprio il più o meno bene. Meno un suono si riesce ad imitare, più si dice inimitabile. Ma l'aggettivo viene da altre sfumature, che non riguardano la riproducibilità quanto proprio la unicità. Ciò che colpisce per la sua unicità viene detto appunto inimitabile quando pubblicamente si riconosce che anche il rifarlo non renderebbe l'originale. Un noto settimanale come la Settimana Enigmistica dichiara di avere in giro centinaia o migliaia di tentativi di imitazione. Questo significa che, con una certa pomposità, ci stanno dicendo che altri tentano ma non vi riescono. Si tratta di un piccolo vezzo, che è del resto comprensibile ogni qual volta troviamo un capostipite che inaugura qualcosa che poi viene seguito da tanti altri. E' probabile che esso stesso rimanga nel tempo come qualcosa di unico, perché contiene caratteri non riscontrabili altrove. Un'emissione diventa 'inimitabile' quando non si riesce a riprodurla.

Molti credono che gli imitatori campino solo del loro talento vocale. Non è così. Anche loro, specialmente all'inizio, si addestrano molto registrando le voci e poi riascoltandole fino a introiettarle al punto da riemetterle proprio in quella forma. A una capacità innata dovrà quindi affiancarsi anche un minimo di preparazione. Un problema molto interessante è scoprire i contorni dell'oggetto. Quando noi imitiamo quella voce riproduciamo solo quella? La risposta è: sì, se quella è inimitabile. Si imita il ritmo, la cadenza.

Non a caso ho parlato dell'essere, più che della persona. Quando riproduco quella andatura, quella cadenza, riproduco il modo di essere di quella persona perché quella lingua è connaturata con l'essere. Ogni lingua, ogni parlata, come già spiegato in altra pagina, appartiene a una persona proprio come un segno distintivo, una carta di identità che la segue. Quindi: riproduco l'essere, cioè per qualche minuto emetto e sono come quell'altro essere. E' come se vivessi per qualche attimo nelle sue dimensioni, dentro il suo corpo. Da qui potete rendervi conto meglio. E' stato fondamentale creare dei livelli, perché a ciascuno esce un certo tipo di lingua che è equidistante - per tutti quegli emittenti - da un ipotetico modello x di lingua italiana perfetta.

Potrebbe sembrare improbabile avvicinare un modello di lingua ideale alla matematica di una distanza chilometrica. Invece è normale, perché ogni modello riproducibile è fornito di una somma di elementi e dunque è scomponibile. Se noi prendessimo per ipotesi la lingua di Daniela Barra come modello perfetto diremmo ugualmente che la Clerici e la Piacenza sono distanti da quel modello nella medesima misura. Questo, naturalmente, a schemi fissi (=prendendo quelle lingue come fisse e invariabili). Un livello era dunque necessario, al fine di situare il punto di arrivo di un emittente rispetto a un modello linguistico entro un certo numero di valori. Nella imitazione, noi più che quella persona riproduciamo dunque il suo essere e - data questa scala - parliamo ponendoci a una certa distanza dal modello che abbiamo assunto come ideale.

Quando imitiamo non facciamo che riprodurre un suono (già esistente) di natura. Quel già esistente non deve sembrare come un'ovvietà. Si tratta invece di un concetto fondamentale. Ogni imitazione è una riproduzione della natura, di un frammento di natura. Io potrei anche dire improvvisamente: "Attenti, ora faccio una certa voce". Quella voce già esiste, in Italia o altrove. Fusa con quella lingua appartiene magari a 3500 persone o a 350. Siccome l'emissione non ha un nome, sarebbe improprio dire: "Ho imitato Tizio". In realtà, hai imitato un frammento di natura. In quello stesso modo potrebbero emettere tanti altri. Quindi non si fa che riprodurre la natura stessa. E cioè, un pezzo di Memocard. Nel caso, una Memocard del 7 gennaio 1960 o una del 12 settembre 1961.

La mia voce cominciò a esistere in natura nel momento in cui nacqui. Attraverso varie fasi, arrivò ad essere quella che è ora intorno ai 16-17 anni. Chi dovesse imitare la mia voce riprodurrebbe un suono di natura e quindi l'imitazione di una persona non è altro che una riproduzione della natura stessa che nella evoluzione del cosmo ha fatto nascere quella emissione. La mia lingua ha attraversato invece varie fasi. Fu una cosa fino al 1978-79. Poi un'altra dal 1980 al 1985. Un'altra ancora dal 1986 in poi ecc.ecc. Questo però è successo a me, che ho avuto un'esistenza con molte trasformazioni e ho una certa duttilità degli organi e del mio timbro. Feci anche teatro. Altri (diremmo proprio la gran parte, il 90% della popolazione) ha e conserva sempre una stessa lingua per tutta la vita.

La comunanza si ha a prescindere dalla famiglia e dal luogo. Molte volte capita (basta che ci pensiate) di sentire da una persona elementi fonici che ne richiamano un'altra. Quando sentivo Wojtyla parlare da vecchio io sentivo qualcosa di mio padre, che ha in comune con il penultimo papa l'anno di nascita. In questo caso, ho individuato elementi fonici in comune e ho dunque trovato anche affinità cosmiche. Nell'altra pagina, avevamo trovato punti in comune tra la lingua di Antonello Venditti e quella di Maurizio Costanzo (la cosa diede per magia un raccordo molto bello come Simona Izzo). In questo caso contava il luogo. Significa che queste due persone possiedono una lingua di Roma che è molto simile (per la precisione, fa parte di quelle 20 citate). Tornando al centro del discorso, chi dovesse imitare un pezzo di discorso di Venditti - anche se con un'altra voce - imiterebbe un pezzo di discorso di Costanzo e viceversa. Qui abbiamo individuato elementi linguistici in comune.

Quello che consente di imitare un'altra persona non è la comprensione intellettuale, naturalmente. La dote richiesta è un particolare talento fonico che fa essere presenti più della media in mezzo alla natura del genere umano. Il nostro essere capta un certo ritmo, una cadenza dell'espressione e arriva a riprodurla nello stesso modo disponendo di una versatilità che non è solo dei propri organi vocali ma proprio dell'essere. Una persona impacciata o timida non potrebbe mai fare queste imitazioni. Colui che si sente riprodotto può avere due diverse reazioni, piuttosto estreme. O rifiuta totalmente l'imitazione, affermando che egli non parla così. Questo è successo molto spesso a Eros Ramazzotti, che dispone di una emissione molto caratteristica. Ogni qual volta se la sentiva riprodotta, egli si poneva automaticamente in una posizione di rifiuto. Oppure apprezza e si diverte moltissimo. Questo secondo caso è molto più frequente.

L'etere radiofonico e televisivo italiano, a partire dal 1964-65 sono stati riempiti da imitazioni. Dapprima la radio. I primi anni in maniera timida e isolata. Soltanto l'Empireo, con la sua potenza, lanciò nell'etere la prima stella di questo settore. Alighiero Noschese. Questi, proprio a metà anni '60, approdò alla radio per fare quello che prima aveva fatto per una decina d'anni in piccole recite e in teatro. Egli giganteggiava nella quantità, arrivando praticamente a rifare tutto il mondo dello spettacolo soprattutto nel Centro-Sud. Captava uno o due caratteri centrali e li esasperava, facendone il centro della sua riproduzione.

Noschese era molto forte nella caratterizzazione, mentre più debole si rivelava laddove la riproduzione richiedeva una particolare sfumatura timbrica. Eccessiva fu ad esempio la pretesa di imitare il sesso femminile, che nelle sue imitazioni usciva sempre troppo uniforme e 'omogeneizzato'. Delle voci femminili, si rendeva soltanto una vaga idea. Archiviato il boom televisivo di 'Doppia Coppia' (due edizioni molto gloriose, 1969 e 1970), e dato un flebile seguito con alcuni programmi in compagnia della Goggi, la stella di Noschese declinò ben presto al cospetto di imitatori molto più precisi e completi nella gamma fonica e nella estensione vocale. Egli restò dunque il capostipite, più che altro. Il pubblico a casa, tra il 1974 e il 1976, si accorse immediatamente che gli ultimi arrivati erano di un'altra generazione. Dall'altra parte del fiume, la sponda tradizionale aveva soltanto il veterano Rosi mentre alcuni (Goggi, Biagini, talvolta anche la Pavone) si erano ingegnati di fare del loro meglio in singoli numeri al di fuori di un'attività permanente. Dopo l'arrivo di Sabani, che fu il primo a inserire nel suo repertorio un grande numero di personaggi, l'attività si dilatò socialmente e si cominciarono anche a fare dei tornei su base regionale. La carenza stava soltanto nell'eccessivo sfruttamento di alcune voci. Ruggero Orlando, Totò, Patty Pravo, Adriano Celentano, Gianni Morandi, Alberto Sordi risultarono troppo presenti in ciascuno di coloro che si ponevano a rifarne l'emissione. Talmente presenti da divenire, già durante la fine anni '70, icone dello spettacolo italiano. Queste voci riuscivano, a un certo punto, facili da riprodurre perché più o meno tutti le avevano afferrate. E così l'effetto fu ancora una volta naturale. Oggi si arriva a rifare la voce di Sordi come si transita sulla via che gli è stata dedicata, cioè con la massima naturalezza. Riemettendola non facciamo altro che riemettere un suono della natura, sviluppatosi nel territorio nazionale italiano. Con ciò intendiamo dire che l'emissione di Sordi a un certo punto uscì dalla stretta appartenenza a una persona e divenne patrimonio della fonia nazionale, allo stesso modo in cui si considera una bandiera o una musica tipica.

Noterete qui che anche Noschese subì nient'altro che le inclemenze dello spazio-tempo, piombando a partire dalla fine del 1976 nell'atmosfera grigia e cupa del periodo (come sappiamo, si chiama Era del Vuoto). Nel Vuoto, ricoverato in una clinica, si lanciò appunto nel vuoto dal terrazzino della sua stanza e si suicidò. Era il 1979. Quando qualcuno muore nella mezza età necessariamente se ne perde una identità. Nessuno oggi riuscirebbe a immaginare un Noschese 73enne, magari rughe sul volto e surclassato da imitatori un tantino più precisi. La sua immagine è rimasta così nel mito della televisione. Raramente, egli si aprì in vita per confessare parti intime di sé. Non si seppe dunque, con certezza, cosa lo spinse al drammatico gesto. Tutte le puntate di 'Doppia Coppia' rimangono insuperate, per l'epoca qualcosa di extra-terrestre. In quell'epoca il mondo della televisione non era il bazar di oggi in cui chiunque arriva ad esibirsi, a farsi ospitare o a farsi inquadrare. Nel 1969, con due canali Rai appena, soltanto poche centinaia di attori erano comparsi alla televisione e gli spettacoli erano soltanto luoghi deputati alla esibizione di pochissimi cantanti professionisti. Una serata di imitazioni era qualcosa di memorabile comunque. Oggi, dopo una certa inflazione, il fenomeno si è un pochino sgonfiato in quanto non ci si impressiona più di tanto a sentirne di nuove. Resta soltanto l'interesse nel verificare quanto il singolo imitatore riesca ad avvicinarsi. Ciascuno di questi professionisti ha infatti solo alcuni piatti forti, cioè prende bene il bersaglio con alcune persone ma con tutto il resto si rivela molto lontano dall'emissione che si riproduce. Oggi l'imitatore italiano più abile, tra quelli in attività, è probabilmente Massimo Lopez.

FAQ. Perché chi si sente imitato, anche quando apprezza, non si riconosce?
Perché sente di non essere lui. E questo succede a tutti, persino nei casi più sfruttati. Per quanto si possa rifare bene la voce e la lingua di Celentano, ci si accorge immediatamente - anche al solo audio - che quello non è Celentano.

FAQ. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma possibile che un bravissimo imitatore abbia soltanto 53 in quella scala di valori dell'emissione?
Ecco una questione molto interessante. La domanda derivava da una piccola illusione che potrebbe avere chi non ha mai avuto un approccio diretto. Ci si potrebbe domandare se l'abilità nella riproduzione debba serbare anche una brillantezza nella lingua nazionale che si parla. La risposta è negativa, perché sono due questioni completamente separate. Si può parlare un'ottima lingua ed essere completamente incapaci di imitare gli altri. Viceversa, si può essere maestri nella imitazione e avere una lingua mediocre o addirittura scadente. Le due cose sono distinte, perché la capacità di riprodurre è soltanto un nostro talento in più. In altre parole, noi parliamo una lingua di una nazione... e questo è un dato autonomo. Poi, se siamo abili e abbiamo particolari organi collegati a un essere dotato di distacco, riusciamo a fare buone imitazioni. Due cose diverse. Andando a verificare, scopriamo che Noschese parlava nella vita una lingua non brutta ma neanche molto bella. La sua era una lingua senza luogo (nonostante fosse nato e vissuto in ambiente Cèntromer), abbastanza monotona e troppo diretta su toni bassi. Aveva un timbro metallico, con un'uscita che appariva sempre molto emotiva e non si distendeva. Ecco, diciamo che attirava poco. Questo già dimostra come quelle due cose seguano binari e direzioni diverse. Anche Rosi non ha un italiano brillante e la sua emissione senza luogo non incanta particolarmente. Sabani poi parla una comunissima lingua romana. Il caso di Lopez rientra in questa normalità. La sua abilità sta nel riprodurre emissioni altrui e dunque nel sapersi porre in modo impersonale rispetto all'universo fonico in generale. Quando poi lo si ascolta nella sua... emissione, si sente una lingua appena decente e non particolarmente brillante. Egli parla su un filo, senza affondare nei fonemi. Questo riduce la valutazione, perché è come entrare soltanto in acqua per bagnarsi le gambe senza andare lontano a nuotare. La sua è una tipica parlata senza luogo, con un'emissione che non attira. Poi, il discorso delle imitazioni è tutta un'altra storia perché lì noi sentiamo come un altro individuo.

FAQ. Ha qualcosa a che vedere il fatto che comunque l'ars imitandi viene da uno strato popolaresco?
Questo è un dato antropologico. La realtà sociale prevede un emittente e al tempo stesso uno che ascoltandolo poi lo imiti. E' ovvio che la fonte di recepimento non era mai quella nobile, ed era comunque il basso che ascoltava l'alto e lo ripeteva. In questa pagina ho mostrato un modello inedito, poiché in genere per 'imitatore' si intendeva soltanto colui che fa una caricatura della voce o al massimo dell'emissione altrui. Negli inserti qui presenti ho imitato invece soltanto una lingua. Questo trasforma la relazione tradizionale e inaugura un'analisi incentrata soltanto sulla particolare cadenza di un individuo nell'emettere suoni. E' come se facessi il 'musicologo' della parlata.

FAQ. Si prova gusto a imitare gli altri?
Quando si riesce molto bene, sì. In questo caso diventa come uno strumento della propria professione, come una chitarra per un chitarrista esperto. L'imitatore è uno che suona la propria voce, poiché la porta su orizzonti non suoi per riprodurre mondi altrui. Se riesce, è comunque una bella impresa.

FAQ. Torniamo all'inimitabile, per vedere questa casistica.
Già lo abbiamo definito. In generale, 'inimitabile' è l'emissione che - anche se riprodotta - non viene bene perché non colpisce o non attrae. Imitare Paolo Panelli era abbastanza facile e colpiva, perché quell'emissione era caratteristica. Imitare Pippo Baudo era già molto più difficile, perché l'emissione (fino a 20 anni fa, quando parlava una lingua migliore) era normale. Poi, quando qualcuno tentò, si ebbe la conferma che sarebbe stato molto difficile perché restavano molto distanti e davano soltanto un'idea astratta. Per fissarlo maggiormente, si ebbe l'idea di ripeterne una frase (Non me lo dovevi fare). Ma le cose non cambiarono di molto. La ripetizione della frase faceva ridere, ma l'imitazione della voce non si avvicinava. Un giorno, durante un varietà del sabato sera, Lopez ne fece un rapido frammento e quella sera finalmente si ebbe la sensazione che qualcuno avesse imitato Baudo. Ma avvenne - mi pare - alla fine degli anni '80. Con Corrado ci hanno provato in tanti, ma più che qualche intonazione non sono riusciti a fare. Mike Bongiorno lo hanno fatto persino i muri, ma anche qui è difficile dire che qualcuno lo abbia riprodotto fedelmente. In genere si sente più che altro una caricatura (col famoso 'eh' e altri stilemi tipici). Arriviamo ora a un tipico 'inimitabile', per capire il concetto. Gerry Scotti non è imitabile. Il motivo lo capiamo dal tipo stesso di emissione. Benché vi sia qualcosa di caratteristico, è troppo controllata e buona per essere riprodotta con successo. Se qualcuno, imitandolo, si avvicinasse diremmo soltanto che si sente una parlata del Nord come tante altre. Il segno, appunto, che non colpirebbe.

FAQ. L'aggettivo valicò i confini del settore e venne preso anche nella vita associata, soprattutto come metafora.
Esatto. Però qui il suo dominio rimase sempre molto vago, soprattutto nell'uso. In teoria 'inimitabile' avrebbe dovuto significare 'non riproducibile, perché unico'. In pratica, la gente lo ripete anche per altri significati volendo intendere 'molto originale', 'ineffabile', 'non comprensibile', 'raro', ecc.ecc. Per fare un esempio, 'inimitabile' fui definito io stesso da Mario Spagnol quando questi ricevette la mia lettera ironica sugli errori nella traduzione del libro di Wilbur Smith. Oggi, tra l'altro, l'aggettivo va perdendo frequenza. Lo sento pochissimo dalle ultime generazioni.

FAQ. Perché non si ha belle sensazioni quando un'emissione, come nel caso di Mike Bongiorno, diventa sfruttatissima?
Perché diventa come un luogo comune. Quando le cose o gli oggetti diventano comuni perdono di valore, in quanto tutti possono averli o trovarli o disporne. Quando una persona viene molto imitata in giro l'inflazione fa perdere anche qui valore.

FAQ. Per riuscire a imitare un inimitabile che tipo di esercizi bisognerebbe fare?
Bisognerebbe immergersi nella sua parlata, tutti i giorni (almeno un po'). Risentirla, registrata, come si fa con i corsi di lingua 'full immersion'. Dopo qualche settimana, quel ritmo sarebbe talmente dentro di noi da poter uscire quasi da solo.

FAQ. Qual è il confine tra fedeltà della riproduzione e creatività personale?
Non c'è un confine preciso. L'imitatore sarebbe ancora più abile se aggiungesse un tocco suo a una performance già perfetta. Una imitatrice dotata come Paola Cortellesi ci riesce. La sua versione di Licia Colò fu uno dei numeri più belli degli ultimi anni. Eppure non era molto fedele alla stessa Colò. C'era qualcosa in più e questo faceva crescere la qualità del suo numero. Il messaggio potrebbe essere questo: "Non basta che la fai bene". Se hai anche un minimo di creatività chi ascolta gradisce ancora di più. Però qui la misura dipende anche dal personaggio imitato. Uno molto riprodotto come Beppe Grillo a un certo punto non rendeva più, negli imitatori, perché era diventato troppo facile. Oggi infatti non lo fa più nessuno.

FAQ. Un'imitazione da incorniciare?
Direi quella di Ersilio Tonini, fatta da Lopez. Quest'ultimo poi ha imitato molto bene anche l'ultimo (si spera) papa.

FAQ. Vivere di imitazioni non sarebbe un po' triste?
Credo di sì. Darebbe quanto meno la sensazione di prendere la società di riflesso e di vivere della riproduzione di mondi altrui, proprio come un player che legge su un nastro. Però si può anche dire che se c'è arte si dovrebbe rubricare quel genere e dargli insomma una sua dignità.

FAQ. Le imitazioni possono anche fare paura?
Sì. Mi ricordo che da bambini c'era un minimo di paura davanti ad Alighiero Noschese. Qui il problema dipende dal fatto che il bambino vede riprodotta in bocca ad altri e in un altro corpo un'immagine che ha già visto. Ne ha, per sé, una sensazione di profanazione, di artificio che lo mette a disagio. Ricordiamoci che i bambini sono sempre la parte migliore di noi. Quando hanno paura, danno un segnale tra i più alti che si possa interpretare.

Pagina del 15 maggio 2005 - Colonna sinistra del 16 maggio 2005