Una idea di lingua è profondamente connaturata anche con l'istinto di ciascuno di noi. Davanti a un pericolo attuale e presente, c'è chi grida - emettendo parole di invocazione o di aiuto - e c'è chi invece resta muto. Quest'ultima è soltanto una persona che non trova sufficiente 'cavata' da se stesso per sottolineare la sua condizione. Ma se ponessimo le due reazioni sulla bilancia noteremmo che esse non discendono da un ragionamento ma proprio dall'essere.

L'idea della nostra lingua è sempre molto ma molto inferiore a quel che la nostra lingua si rivela quando viene messa alla prova. Noi abbiamo di noi stessi e della nostra emissione una concezione teorica e distante dalla realtà, anche perché quando parliamo ci sentono gli altri e non siamo noi a sentirci. Così non possiamo renderci conto che alcune situazioni incresciose si verificano perché qualcosa di noi in quel momento non ha funzionato a dovere. E si tratta proprio di emissione, di voce che fuoriesce dalle nostre cavità. Se possiamo dimenticare un abito o dettagli del corpo di una persona, mai dimenticheremo come quella persona parlava. Il suo timbro, anzi, tornerà spesso alla memoria da solo. Pensate a chi viene tradito e abbandonato quando ancora amava la persona. Dopo la separazione, avrà ancora in memoria quella voce, per anni. Sembra fatale che una delusione faccia covare ancora più memoria. E la voce, in quei casi, torna inesorabilmente. Ma diremmo che torna anche un'idea della lingua. Tornerà infatti anche un particolare 'intercalare' di quella persona. Ricorderemo ad esempio che quella parola o quella espressione venivano usate dal nostro ex-marito, e magari poi non l'abbiamo più sentita da nessun altro. Ecco un'idea della lingua. Ci sono poi situazioni che avendo la lingua come protagonista sono eminentemente linguistiche. Ne posso testimoniare anche per me stesso. Un mio ex-compagno del liceo oggi mi ricorda ancora proprio per via di una parola, che io suggerii all'insegnante che vagava col pensiero senza trovarla. Gridai 'vitalità'! E l'insegnante mi guardò ammirata e fece uno schiocco con le dita gridando 'Eccola!'

Una idea di lingua (1)


Come si può trasformare la idea della propria lingua e rimodellare con questo il proprio vivere?
Si può, perché parlare è comunque un'azione che proviene dal nostro corpo e che noi compiamo in stato del tutto cosciente. Parlando noi comunichiamo e se lo facciamo in modo efficace riuscendo a comunicare facciamo star bene noi-che parliamo e gli altri-che ascoltano. Si può dunque stabilire un'equazione che eleva la qualità della vita in corrispondenza di una migliore consapevolezza linguistica.

Però è anche vero che chi sta molto al di sopra degli altri suscita anche fastidio e imbarazzo. Perché succede questo?
Ecco una materia di un certo interesse. Il corpo sociale ha tutti i livelli al suo interno. Come c'è uno standard esiste anche una lingua 'alta' e una lingua 'bassa'. La grande parte del corpo sociale apprezza in genere una lingua standard che non commetta errori (esempio, liberi professionisti) e una lingua bassa che diverta (esempio, cabarettisti). Purtroppo, non viene apprezzato chi parla una lingua alta. Per tanti motivi. Anzitutto, non serve. La vita quotidiana è fatta di gesti e azioni di minima entità che necessitano di una comunicazione rapida ed efficiente. La lingua alta servirebbe al massimo dentro una sala di conferenza o a un microfono radiofonico, per declamare alcune cose. E poi c'è in effetti una questione di imbarazzo e su questo non ho mai letto contributi interessanti (mentre sarebbe utile soffermarsi). Nei confronti di chi parla molto bene esiste un certo fastidio. Chi lo ascolta (e magari possiede un'emissione molto inferiore) è portato a pensare che quella persona stia artificiosamente 'caricando' oppure che si stia esibendo. Molte persone, soprattutto delle generazioni passate, si vergognano un pochino a parlare molto bene. Sarà un fatto di abitudine, sarà un fatto di integrazione in un ambiente (con emissione ormai stabilizzata), fatto sta che se parlassero a un certo livello pensano probabilmente che gli altri farebbero la faccia storta. In fondo, le stesse cifre che abbiamo dato (prendete alcuni palazzi di Via Assarotti in Genova con 200 persone e ne troverete solo 6 che parlano un italiano puro) ci dicono che arrivare a una lingua perfetta non è uno dei traguardi della società. Un corpo sociale che sogna di acquistare un'automobile da 70.000 euro, un appartamento da 700.000 euro, o di diventare deputati in Parlamento, ha ancora oggi ben altro a cui pensare.

In testa alle valutazioni sono alcune persone che non utilizzano la lingua a scopo precisamente professionale. Come mai?
Questo è un bel sintomo e introduce alle considerazioni del terzo riquadro. Oggi la lingua migliore, nelle varie nazioni, si trova presso singoli individui che parlano molto bene in virtù di doti personali e non di un apprendistato. E non è neppure questione di campione. Se avessi preso tutti attori di teatro (e, abbiamo visto, tutti annunciatori Rai) avrei trovato parecchie persone al di sotto del 60. Questo vuol dire - messaggio come sempre conclusivo e fondamentale - che i talenti li dà la vita, perché nascono con la natura stessa. Non li dà la scuola. Gli attori stessi, negli ultimi 50 anni, non hanno fatto che parlar male dell'Accademia loro. Più chiaro di così...

Questo riquadro è è del 22 aprile 2005 - Ultimo aggiornamento alle 17.44 GMT del 22 aprile 2005

Una idea di lingua non può diventare 'sistema' nella mente umana, poiché nessun uomo ha in testa tutto un dizionario con tutte le possibili relazioni interne tra le parole e tra le frasi. Sarebbe un patrimonio immenso che neppure un Cd-Rom potrebbe avere lo spazio di contenere. Si dovrebbe moltiplicare infatti una singola parola per tutte le combinazioni di legame che essa può avere e per tutte le composizioni sintattiche (frasi di senso compiuto). Ne viene fuori una cifra iperbolica.

Può diventare 'sistema' nel senso di incamerare dentro di sé tutte le regole della grammatica - compresi casi dubbi o elastici - e di padroneggiarle mentre si parla. E' possibile, in teoria. Quel che accade in pratica, tuttavia, non rispetta il sistema stesso perché noi parliamo combinando alla velocità del fulmine. A quella velocità dire A me mi sembra che anziché A me sembra che significa soltanto emettere suoni ad istinto pur conoscendo la regola che proibirebbe la prima frase. Si torna al famoso saggio popolare 'impara l'arte e mettila da parte'.

Ecco perché si consiglia di vivere nel posto, anziché fare uno studio tenace e arido nella propria cameretta. Voi potete avere nella vostra stanza tutta la serie didattica audiovisuale delle migliaia di lingue parlate nel pianeta. Diciamo pure, qualcosa come 3.000 corsi su video o audiocassette. Con uno sforzo eccezionale e mantenendovi isolati dal mondo per sfruttare tutto il tempo della vostra vita a disposizione, potreste impararle tutte nel giro di 20 o 30 anni. Poi, però, messi un giorno sul luogo in cui si parlano potreste anche non cavare un ragno dal buco. L'emittente locale parlerà infatti in un modo che non rispecchia quello del corso e così la comunicazione soffrirà di qualche problema.

La lingua divenne 'sistema' perché un giorno, come per tutte le cose, ci fu chi si mise a un tavolo per mettervi ordine e codificarla anche per iscritto. Ma attenzione... lo fece prendendo dall'oralità. Il primo, infatti, fu il vero teorico. Gli altri, che si misero sulla sua strada, dovettero per forza di cose tener conto di quello che aveva scritto il primo e così - andando sulla scrittura e non sulla oralità - si cominciò a perdere qualcosa. La scrittura fu sempre indietro, poiché occorreva fare un'operazione in più rispetto a quella - strettamente orale - che fece nascere quei suoni tramutandoli in parole. Spiego questo concetto con un paragone. Supponiamo per un attimo che non esista la scrittura e che il genere umano non possieda nemmeno il concetto di libro. Se così fosse, mi verrebbe più facile oggi convertire gli emittenti di lingua inglese a un 'advices' al plurale e numerabile. Invece, mi riesce più difficile perché dei signori un giorno si misero a scrivere e dissero che quella parola non era numerabile e si poteva pronunciare solo al singolare. Una regola scritta, che va a innestarsi su una preesistente comunicazione orale, fissa per tutti uno standard. Si può anche accettare, non è questo il problema. Il problema è soltanto il fatto che dovendo un giorno di 1000 anni dopo intervenire si farà molta più fatica. Ecco ancora un effetto poco felice dalla scrittura definitiva su carta. E così si spiegano anche le incertezze di coloro che - come Saussure - giustamente avvertono la insufficienza di una civiltà della scrittura rispetto alla oralità.

Una idea di lingua (2)


Su 'Repubblica' del 22 aprile 2005, un articolo presenta un testo appena uscito su scritti inediti di Ferdinand de Saussure, curato da De Mauro. Molto interessante, perché ritorna su alcuni punti da me trattati. Uno è quella della oralità. Il linguista svizzero, effettivamente, aveva timore di pubblicare trattati 'definitivi' perché viveva molto bene la sua condizione e aveva compreso che la scrittura fissa in modo troppo definitivo una materia che si giova meglio dell'emissione a garanzia della contemporaneità. L'autore è felice nel parlare di scricchiolii. Leggiamo testualmente, dall'articolo medesimo. E poi chiariamo anche noi, in maniera da delimitare meglio la questione.

In questi appunti Saussure mette in evidenza le proprie incertezze. Lo confessa, non finge che tutto funzioni: se una lingua è un sistema perché una persona che possiede una sintassi molto ricca e un'altra che invece l'ha più povera alla fine comunque si capiscono?
(da 'Repubblica' del 22 aprile 2005)

ALT! Qui ci fermiamo un attimo, per ragionare e capire.

Questa domanda è intelligente?
Formulata in questo modo, no. Proprio perché la lingua è un sistema, quelle persone si capiscono tra loro. La comprensione esiste perché stabilito una volta per tutte e per tutti che il suono ponte indica quella cosa, quando dico 'ponte' tu intendi la stessa cosa che intendo io. Se invece non fosse sistema, accadrebbe che io emetto un suono e combinandolo con altri esso assume significati diversi. Vedi pagina di Memoriale in cui spiego che il fattore decisivo è proprio la creazione di una immagine negli emittenti che comunicano. Ma questa creazione è già avvenuta indietro nel tempo, una volta per tutte. Ecco il sacro. La combinazione di quei tre elementi (suono più concetto più immagine) diede luogo proprio a un sistema chiamato poi lingua.

Dov'è l'equivoco di quella domanda?
L'equivoco sta nel porre differenze tra due sintassi personali, assumendo che esse formino un diverso sistema al momento di parlare. Questo no, perché il sistema è unico e stabilitosi in quel modo vale per tutti (quelli che parlano quella lingua cioé quel sistema). In Italia, se dicessi: "Ricevuto io ho tua lettera" un mio connazionale mi guarderebbe male perché penserebbe che sto scherzando oppure che vengo dall'Africa, ma capirebbe sempre il senso. Del resto, c'è chi in Sardegna dice ancora: "Mandato me l'hai il pacco?" o addirittura: "Il pacco mandato me l'hai?". Se però mi sposto in Russia, quella frase - che in italiano non va bene - in russo diventa ordinaria perché loro la emettono anche in quel modo. Diciamo che un diverso ordine dà solo una sfumatura diversa e siamo solo nell'ambito di diverse modalità di comunicazione entro lo stesso sistema.
Confronta su questo anche errore di Piattelli Palmarini su Corriere della Sera febbraio 2005 in ripresa da articolo su stampa estera. Se alcune lingue hanno un diverso ordine sintattico per soggetto-verbo-complemento esprimono solo una diversa sfumatura all'interno del sistema. Cambia la modalità di espressione ma non la comunicazione, poiché il sistema rimane il medesimo.
Se poi parliamo - come fa De Mauro - di una sintassi più ricca, siamo solo davanti a un emittente molto più abile e dotato di altri. Quindi vale poco la pena, poiché è come far cantare Pavarotti insieme con un signor Rossi qualunque. In questo ipotetico duo, noi sentiremo note molto belle emesse da Pavarotti combinate con note molto brutte emesse da Rossi. Ma il pezzo cantato in duo sta ugualmente in piedi.

De Mauro paragona poi il sistema della lingua alla matematica, perché - afferma - se uno non sa cosa significa il segno meno non possiamo pensare che faccia una sottrazione.
Questo è vero, ma è un altro ordine di idee (questo sì semiologico). Per fare una sottrazione, occorre che il meno funzioni come simbolo della sottrazione medesima. Facciamo un esempio che lo spiega. Se io dicessi a mio figlio che da questo momento in poi, per parlare di alberghi a cinque stelle, userò soltanto la parola deluxe mio figlio sa che ogni volta che emetto il suono deluxe intendo 'albergo a cinque stelle'. La differenza sta nel fatto che mentre deluxe vale soltanto per noi due (me e mio figlio) il meno per la sottrazione vale per tutti. Ecco il sacro, che De Mauro - come tutti gli altri linguisti - non aveva compreso e probabilmente nemmeno concepiva. Un suono, diventando in origine parola per un concetto, diventò valido per tutti (quelli che lo emettevano entro un sistema-lingua). Tutti, per indicare un'operazione di sottrazione, diciamo: cinque meno tre. E tutti intendiamo la stessa cosa. Ecco come entrò in gioco il fatto dell'immagine.

Se qualcuno obiettasse che anche con la parola Dio tutti intendevamo la stessa cosa?
No, perché non è delimitabile e quindi definibile. Non possiamo delimitarla entro un territorio chiaro e inequivocabile. Mentre con il 'meno un numero' tutti sappiamo che dobbiamo sottrarre dalla quantità di partenza quel numero, con il Dio abbiamo dentro di noi un universo molto vago e impreciso con due o tre coordinate sicure perché credute (essere soprannaturale - creatore probabile e secondo alcuni) e il resto affidato soltanto a idee di pura supposizione mai dimostrate. Ecco quel che ha tradito la parola, dopo secoli. Portando questa dimostrazione, ne ho smascherato l'origine irregolare e il conseguente imbroglio messo in giro da tanti.

Questo riquadro è è del 22 aprile 2005 - Ultimo aggiornamento alle 14.32 GMT del 22 aprile 2005

Se Dio fosse stata una parola regolare, avrebbe avuto una sua storia e noi stessi avremmo una storia particolare da ricordare a partire dal primo uomo che ne ebbe manifestazione fino all'ultimo. Invece, non essendo altro che mitologia del genere umano, il concetto rimase seppellito sotto un cumulo di vaghezza e di fantasie che vennero rivestite - per ingannare - con cose pseudo-alte come la filosofia e la teologia. Ma al punto cruciale si sarebbe richiesta sempre una dimostrazione che i credenti non avrebbero mai potuto dare. In compenso, avrebbero sempre detto che Egli non si rivela che a pochi. Tutta la stirpe dei cosiddetti 'credenti' cadde e fu smascherata con Memoriale.

Come appare logico, l'idea di una lingua diversa si formò in origine quando una tribù si spostò per conoscere un'altra. Sentendo come articolavano, sentendo quali suoni emettevano, impararono che in quel luogo si parlava in quell'altro modo. Trasferito ai tempi moderni, il concetto si ripete ogni qual volta una persona di giovane età si rechi in un luogo che non conosceva e apprenda con le proprie orecchie i suoni che vengono emessi dai cittadini di quel luogo. Si tratta, per essere precisi, di emissione prima ancora che di lingua. Un avvocato che ascoltiamo spesso intervenire a un programma-Tv di reclami, nonostante viva al Nord, tradisce con la propria emissione un'origine meridionale. Coloro che vivono nel Sud dell'Italia si distinguono, ad esempio, perché hanno una diversa partenza rispetto a quelli del Nord. Questa poi si sviluppa anche nel prosieguo con un'articolazione caratteristica di un luogo (e come tale sempre molto imperfetta).

Colui che non si spostasse mai e non avesse nemmeno mezzi di teletrasmissione (ipotesi comune a tutti fino a 90 anni fa) non verrebbe mai a conoscere altri modi, anche all'interno di una medesima nazione. Spostandoci, tutti li abbiamo conosciuti.
Oggi non ci sono misteri. Chi senta, anche senza spostarsi, il modo di articolare parole e frasi di un'altra persona indovina già all'orecchio da quale zona provenga quella persona. Se ascolta una lingua pura non può ovviamente intuire la zona, ma se ha orecchio e capacità comprenderà ugualmente - da alcuni elementi fonici - in quale parte della nazione quella persona vive.

Un'idea concreta della lingua cominciò ad aversi soltanto quando gli uomini ne ebbero una in comune nei vari territori (Medioevo). In precedenza, non si possedeva nemmeno la consapevolezza della propria emissione poiché il cervello non vi arrivava. Diciamo quindi che fu oggettivamente la formazione di lingue nazionali a portare i cittadini a una loro conoscenza, comprendente anche le differenze. Il volume degli scambi è aumentato talmente, con i mass media, che oggi viviamo in un mondo completamente diverso e siamo noi stessi uomini diversi.

I mezzi della radio e della televisione, permettendo anche di telefonare da casa, fanno partecipare la gente meno istruita al fiume (molto profano) di notizie del giorno. Naturalmente, questa non si accorge dei propri limiti e così va sull'etere radiofonico con la propria emissione senza percepire l'effetto - spesso comico - che quella lingua determina nell'ascoltatore. Un programma che fa intervenire, uno dopo l'altro, ascoltatori di tutta la nazione diventa una specie di 'musical linguistico' poiché è come un archivio sonoro dell'umanità.

In mezzo, può capitare anche l'ottima emissione. Nelle città, anche senza uno status o un riconoscimento, possono esistere uomini o donne che parlano - senza utilizzarla professionalmente - un'ottima lingua. Sono, in percentuale, pochissimi. In una città come Cagliari parla una lingua pura solo l'1% della popolazione adulta. A Genova soltanto il 3% della popolazione adulta. A Roma il 4%. A questo proposito, le cifre sono comunque cambiate in meglio negli ultimi anni. A una lingua pura che ovviamente appartiene alle classi professionali (teatro, cinema, emittenti radiofoniche) si aggiunge una bella lingua parlata da singoli cittadini che sono riusciti a sfuggire al condizionamento locale.

L'emissione non si può riprodurre, una lingua sì. La prima segue la persona, in modo inconfondibile. La seconda, essendo comune a tante persone, non ha molto di personale e diventa come un emblema territoriale. L'idea dell'emissione altrui - quando questa è molto buona - risiede in un individuo come un territorio che egli non potrà mai conquistare e avere per sé. Abbiamo infatti un determinato soffio, e chi ammira quello di un altro non può imitarlo o riprodurlo quando parla. Si può invece riprodurre una lingua, poiché se ne imita la successione. Questo però non significa che imitare una lingua locale, per chi viene da fuori, sia facile. Le parlate regionali, ormai notissime, si possono solo avvicinare riproducendone la cadenza. Ancora oggi, nessuno riesce a ripetere l'italiano della Sicilia o della Puglia se non vive con il corpo in quei luoghi e non se ne fa condizionare. E così se si fanno imitazioni, i primi ad accorgersi che sono tali sono proprio gli emittenti del luogo stesso ("Ma figuriamoci, noi mica parliamo così"). Essi noteranno che la cosa fa sorridere, al contrario della loro lingua (che è normale). E questo è proprio il segno che fa loro riconoscere la estraneità di quella lingua rispetto al luogo stesso. Un'eccezione molto felice è il talento degli imitatori di professione, ma anche lì è difficile che essi riescano a spacciarsi con la popolazione come 'gente del luogo'. Insomma, soltanto vivere in un luogo fa parlare come si parla in quel luogo. Questa è una legge fondamentale, che vale per tutto il mondo.

Una idea di lingua (3)


Noi veniamo da un passato frammentato e reso 'locale' da una grande quantità di modi, che fiorirono solo perché nella popolazione serpeggiava l'ignoranza in merito alle regole e per di più non vi era comunicazione. Diciamo quindi che finché non si ha cognizione precisa delle regole la lingua è proprio un'idea, al massimo. E ciascun parlante la emette al suo modo, facendosi influenzare dai modi locali.

Ma chi non è istruito che idea ne ha?
Non ne ha idea, perché parla istintivamente come il luogo lo ha portato a fare. Dopo una certa età, poi, è sempre più difficile modificare la propria emissione.

Ma come agisce l'idea di una emissione di se stessi che non piace?
Questo è un argomento interessante. Basta ricordare il caso del giornalista Mario Giordano, che ha ammesso di sapere che la sua uscita non piace. Non sappiamo però se il non-gradimento era in origine anche suo. Quando una persona non gradisce la sua emissione, in genere, se ne fa un problema perché qualcuno prima o poi glielo ha detto sicuramente. Dall'esterno, una frase come: "Ma perché parli così?" sfugge non tanto agli adulti quanto proprio ai giovani che si permettono più confidenze. In realtà, non ci si può fare nulla. Quello che esce fuori dalle nostre cavità è leggermente modificabile come lingua ma non come uscita. Salvo che l'essere abbia doti teatrali (caso di Carlo Delle Piane, che parlava in modo molto diverso 40 anni fa) i normali cittadini hanno un'emissione che resta sempre quella. Se non è bella, perché magari hanno un forte accento, gli altri lo sanno e cercano di non farsene troppo attraversare. Insomma, diciamo che non succede mai che una persona non frequenti un'altra per via della emissione. Sono viceversa frequentissimi i casi opposti, quelli in cui ci s'innamora proprio di quello. Lo stesso Benedetto Croce s'invaghì della voce squillante e graziosa di una donna delle pulizie.

Perché non si è sensibili?
Più che non essere sensibili non si ha il controllo necessario per migliorarla. Chi parla male senza avere cognizione non dà spunti interessanti e vale poco la pena di parlarne. Chi invece parla male sapendolo è soltanto uno che non viene più via da un modo acquisito. In Italia, basta accendere la radio e sentire uno qualsiasi dei programmi in diretta con telefonate degli ascoltatori. Nel giro di quaranta minuti si ascoltano le parlate più diverse tra loro (da Trieste a Trapani) e in più se ne sentono anche di assurde che non si conosceva.

Facciamo un esempio. In un nostro programma del mattino della Rai come 'Prima Pagina' cosa si ascolta?
Di tutto. Anzi, diremmo... anche di più, perché oltre a quel che si conosceva spuntano parlate strane che non si conoscevano. Sono strani incroci, metà strada, commistioni, e naturalmente lingue antiche che non si parlano più. Quella che non si parla più è in genere la lingua della signora di 70 anni di Belluno o di Viterbo che magari vuole fare una certa figura e articola in un modo che ormai le ultime generazioni non conoscono più. Molte persone restano fuori dai tempi perché magari continuano a recarsi a Messa e ad agosto vanno a Rimini ma nel settore 'contatti sociali' sono fuori dal mondo per 11 mesi l'anno. Basta anche viaggiare in treno e si ascoltano le voci della 'maggioranza silenziosa'.

Però in media esiste un certo miglioramento anche qui.
Questo miglioramento è dato proprio dalla presenza dei media, che prima hanno uniformato con gli anni lo standard facendo parlare una lingua media alla portata di tutti (prima anche qui si ragionava come con la grafia) e poi hanno anche segnalato - nel peggio - come non si dovrebbe parlare.

Arriviamo a una visione. Oggi che ruolo ha la nostra emissione, nella vita di tutti i giorni?
Ha un ruolo molto più importante e centrale di quello che si pensava. Chi parla rivela se stesso, e comunicando parla agli altri di se stesso anche senza accorgersene. Chi ascolta, ovviamente, non si accorge nemmeno lui che entra in sintonia o meno anche in dipendenza di questo. Quante volte un cliente ci ha infastidito proprio con la sua lingua eccessiva e invadente? Se siamo dietro a un bancone di negozio non riusciamo ad essere cortesi allo stesso modo proprio con tutti. Lo stesso quando ci telefonano. Perfino una troupe di cameramen che ci ferma per strada otterrà da noi risposte più cortesi a seconda dell'approccio, che si realizza mediante l'emissione vocale. In casa, invece, opera un altro fattore. Coi nostri parenti non ci sono misteri: conosciamo perfettamente la loro voce e comunque abbiamo delle relazioni a prescindere. Con loro conta la 'emissione del giorno'. Nostra sorella ci prende bene o male a seconda di come la trattiamo noi, e come la trattiamo dipende al 50% anche dall'approccio vocale secondo l'umore del giorno. E' una cosa che non avvertiamo, se non siamo dotati di sensibilità profonda.

Ma chi legge questo sito cosa ne ricava?
Se non aveva idee molto precise, con la pagina sull'emissione comincia a farsele (anche in assenza di uno studio specifico). Quanto alla parte lessicale, apprende come si può analizzare il dizionario ponendosi in un altro ordine. Un approccio di tipo orale favorisce la consapevolezza e la immersione nel tempo attuale. Grammatiche non ha supporti audio, ma tra breve pubblicherò in rete alcuni file .wav con la mia voce (magari insieme con altre). Poi anche il sito personale avrà alcuni inserti audio. La pagina dell'emissione sarà corredata di alcuni esempi proprio con le voci di cui parlo, in maniera che si capisca meglio quello che ho scritto.

Una idea di lingua è superiore a una idea di se stessi? La contiene o ne è contenuta?
Una idea della propria lingua è solo una parte della conoscenza di se stessi. Se però si ha ben chiaro il modo in cui si emette e si hanno anche altri cognizioni se ne può trarre giovamento e in età giovane o di mezzo ottenere un buon miglioramento della propria emissione. Purtroppo, molti faticano a riascoltarsi, non lo gradiscono. In questo caso - diremmo - è come se non volessero guardarsi allo specchio. Il loro atteggiamento va rispettato, e questo ci porta a concludere che la lingua è sempre qualcosa in più. Però, in sede di analisi, si guadagna poco. Se io ascolto la voce di Claudio Bisio è solo per me, per dare una valutazione. Molto più utile sarebbe se la ascoltasse lui cercando di capire perché è una emissione che pone sull'etere una lingua falsa.

E se a lui piacesse così?
Va bene. Infatti, ho detto: parlino come si sentono e come ritengono. Noi diamo una valutazione che in un certo senso rimane qui. Ruggeri o Vasco Rossi continuano a piacere a molta gente. Anzi, ci saranno molti che li gradiranno proprio così e non vorrebbero che parlassero in modo differente.

Quella pagina si potrebbe fare anche con le altre lingue?
Certo. Potrei farla con le altre quattro lingue che conosco, valutando gli emittenti. Però, in russo è poco utile perché sarebbe per pochissimi... in francese si disperde e diventa immensa perché esistono molte più lingue francesi delle nostre 3.000 italiane (basta pensare a tutti gli emittenti naturalizzati dell'Africa o a quelli emigrati in Francia da altri paesi)... in spagnolo ancora peggio, esistono non meno di 25-30.000 lingue spagnole (qui c'è il Sudamerica, ad aumentare la dispersione)... e così l'unica veramente interessante sarebbe la lingua inglese. Valutare l'inglese degli Stati Uniti, in effetti, è molto interessante perché viene fuori una complessa analisi sociologica che fa capire ancora di più quell'immenso melting pot razziale.

Cosa si nota ascoltando 300 diversi emittenti americani?
Molte più cose che in italiano, ma naturalmente questa è una materia che può essere trattata molto meglio da un cittadino americano madrelingua. La lingua degli Stati Uniti, rispetto alla nostra, possiede una maggiore dinamica fonica già all'interno. Esiste una palatalizzazione, una gutturalizzazione, una nasalizzazione, ecc.ecc. Gli Americani possiedono una maggiore flessibilità fonica perché elaborano i loro suoni in modo più complesso. E' un dizionario più ricco, proprio nella emissione. In una città come New York si ascolta non meno di 1.000 lingue di cittadini profondamente radicati nella città, anche se quelle standard sono anche qui una ventina.

Questo riquadro è del 21 aprile 2005 - Ultimo aggiornamento alle 11.00 GMT del 22 aprile 2005