
Entrare dentro una lingua
Bene, ricapitoliamo. Come si sarebbe entrati in una lingua, con nozioni dell'autore inserite in un'analisi globale che ci porterà a parlare di tutto.
Dapprima, per tutti, vi fu la prima istruzione elementare o media. Quella manciata di paroline che tutti ricordano da un'era lontana dell'infanzia. Black, water, white, woman (maison, femme, ville, jouer) e così via fino alla centesima parola di una serie che sarebbe servita soltanto a sapere che quello era inglese o francese. Per anni, questo patrimonio rimase dentro di noi come le certezze sommarie. Voi sapevate che c'è. L'uso non poteva esserci, finché non si fosse entrati dentro la lingua. Ma come fare?
Il primo scoglio era il fatto che raramente c'era talento. Come si nasce portati per dipingere o per cantare, si nasce anche portati anche per parlare lingue. C'è differenza tra la propria e una straniera che non è quella della nostra culla? Sì, nel senso che tutti ci esprimiamo in modo sufficiente nella nostra e poi pochi varcano quella soglia che ne fa parlare un'altra. Vuol dire che non è facile. Poi, però, ci fu per alcuni un ulteriore avanzamento. Andarono a Londra o da qualche altra parte (Malta, Dublino, Los Angeles) per un soggiorno di studio. Tante soluzioni vennero offerte, a partire dall'era del boom. Famiglie che ti ospitano, quindici-giorni-tutto-compreso, due ore al giorno a scuola e poi in giro a vedere una città e via accompagnando. Questo fa parlare a 16 o 17 anni qualcosa in più e fa sbrigare le piccole, quotidiane evenienze. Il turista che conosci nel luogo di vacanza, il testo della canzone inglese che interessa, la conversazione spicciola.
Chi non ha capacità naturali arriva al massimo a questo livello, cioè non conoscerà mai i più normali trucchi di ciascuna. Per gli altri, per chi volesse approfondire si apre un nuovo scenario e inizierà il vero e proprio periodo di auto-iniziazione. Qui iniziano insomma tutti gli interrogativi e le scoperte che fa pian piano una persona che potrebbe assumere le lingue anche dal punto di vista professionale, interessata a penetrare in un nuovo universo a partire da un 'punto zero'.
|
|
0. A un ipotetico 'punto zero', si apprendono le norme di un codice che regola l'uso. Le si apprende ad orecchio, quando si è piccoli, e con impegno recettivo vero e proprio in età adulta. Il codice è di volta in volta l'automatismo che regola quel modo di dire. In altre parole, noi non abbiamo bisogno ogni volta di tornare sulla regola. |
Sappiamo già - avendolo ricevuto una volta per sempre - che si dice
Il était incapable de rien dire (1)
e non
Il
était incapable de dire rien (2) Questo
livello è sottostante, cioè sta sotto l'apprendimento
in qualsiasi fase. Si sente l'insegnante, si capta la radio, si
ascoltano delle persone e la ripetizione di alcune frasi comunica
alla persona che quella frase si dice: a) preferibilmente come nella
1 (regola di preferenza d'uso o tendenza) oppure b) inderogabilmente
come nella 1 (regola fissa, che non ammette alternative).
Allo stesso modo, si apprenderà che diversamente da come si direbbe in italiano non si dice 'behind the corner' ma
around the corner
Questo lo abbiamo sentito ad esempio il 17 maggio 2003 da una nota popstar inglese e la nostra mente, se ha ritenzione e memoria, lo ricorda ancora oggi a due anni di distanza. Poi abbiamo anche dedotto da questo che l'inglese ha una diversa concezione dello spazio. Il punto 0 è come una sentinella posta sempre dentro di noi, che capta di continuo passaggi che interessano e li memorizza. Nei principianti opera spontaneamente; negli esperti di proposito, secondo uno schema di 'antenna che si drizza per ciò che le interessa'.
|
|
D. A un ipotetico grado D, della difficoltà, siamo stati posti ogni qual volta ci arrivi un messaggio che non comprendiamo (parole in lingua straniera di cui non conosciamo il significato o di cui ci sfugge il costrutto in quella frase). In genere, ci passa accanto. Ma, se vogliamo, abbiamo la possibilità di fermarlo in due modi: a) domandando; b) cercando. |
Certamente, non lo faremo per qualsiasi cosa. Lo faremo solo per alcune. Queste saranno il nostro 'di più', quello che in tal giorno abbiamo aggiunto al nostro dizionario.
Abbiamo sentito ad esempio alla radio la parola 'luud' in mezzo a un discorso ma non abbiamo trovato nell'archivio nostro di parole conosciute. Spinti da curiosità, abbiamo cercato e abbiamo alla fine scoperto che si trattava di 'lewd', osceno. Ecco una parola che non conoscevamo perché mai l'avevamo sentita prima d'ora.
Il grado D è un potente stimolatore e con esso impararemo molta morfologia. Per esempio i nomi, di cui apprenderemo man mano i sensi plurimi inseriti in frasi tipiche. Laddove esista un genere e/o un numero, ci applicheremo anche a questo. Uniti ad essi, gli aggettivi. Noi poi eravamo convinti di conoscere i pronomi ma ultimamente ci hanno fatto capire alcune cose (il lui dovrebbe essere ridotto a favore dell'egli; il pronome lui in francese non è così facile nei complementi di termine; l'inversione nella domanda con il pronome 'il' in fine preceduto da 't').
|
|
V. Eccoci in un universo complicato, riservato - a voler essere perfetti - solo a pochi. Per le azioni doveva esistere un campo di fonemi da coniugare a seconda della persona che le compie e del tempo in cui le fa. Questo è il campo V, verbi. Tu cosa hai fatto ieri? Te lo dico se mi dici il verbo al tempo corretto. Tu cosa facesti ieri? Ieri pensai a cosa mi avresti domandato oggi e così ho fatto attenzione alle tue parole. |
Ecco una delle intuizioni più affascinanti della lingua inglese. Yesterday I thought of what you would ask me today and so I paid attention to your words.
Il campo V è tra quelli che va studiato con cura e nella stretta osservanza di regole quasi tutte inderogabili. Molti a un certo punto si distendono e se ne infischiano, parlando comodo. Eppure questo è il campo più raffinato, ricolmo com'è di preziosismi. Qui tutte le lingue sono molto più intelligenti che in altri settori e così noi saremo sempre inadeguati rispetto a loro.
Questo campo non si può apprendere a orecchio, perché un giorno vi chiederanno: "Com'è il passato remoto di cuocere?". Per rispondere non dovete aver cotto qualcosa, ma dovete per forza aver appreso un giorno che si dice "Io cossi". Importa che lo abbiate detto qualche volta? No, perché non lo dice mai nessuno. Basta che lo sappiate. Quasi tutto si sa a orecchio ma qualcosa occorre avere anche letto. Tante cose non vi verranno mai. Nessuno dice: "Acquisii quella lingua", ma se un giorno ce lo chiedono dobbiamo esser pronti. Poi siccome fanno anche gli spiritosi vi domanderanno: "Allora cosa diresti al posto di questa frase?". Voi dovrete stare a spremervi le meningi, se non avete elasticità. Già... cosa avreste detto. Forse un semplice "Imparai quella lingua" (giammai Appresi, perché non vi verrebbe). Ecco che lì si accende una lampadina. Ehi, ma il venire è proprio questo... è il dominio, ma allora aveva ragione Monni. Difatti... e lui allora vi chiederà di fare un esempio di riflessione recente. Voi gli direte la più visibile: tra fecondazione eterologa e assistita un tempo avrebbe vinto la prima mentre negli ultimi due mesi ha vinto la seconda. Monni vi domanderà: perché, secondo te? A fianco troverete un vostro amico, che dirà la cosa apparentemente più semplice: 'assistita' è più di moda in tempi recenti e sembra meno spaventevole, meno meccanico.
A questo punto interverrà Monni, che con gessetto farà una figura alla lavagna per spiegare che la differenza si situa a un livello di domanda e offerta. La fecondazione eterologa non si offre più molto facilmente, perché si immaginano organi in affitto e interventi esterni mentre quella assistita appare come più interna alla coppia, nei casi in cui questa soffra per non poter avere un figlio. Dal fondo, uno pignolo dirà: "Alt, hai usato il si". Io dirò: "Hai ragione, ma non per il primo caso... si situa è un semplice riflessivo, per il secondo prometto che non lo dirò più e così rettifico... immaginano organi in affitto.
Attenzione, qui parliamo di tutto... ma proprio tutto. Rivediamo, come in un volo sulla città, tutto il nostro passato più recente... tutte le nostre lezioni.
Uno mi domanda que espero lograr a proposito del objeto español. Dice che ieri El Pais ha titolato come sempre, non potendo fare a meno: Zapatero escucha con respeto a los que piden non negociar con ETA. Io ripeto a tutti quello che dissi poche ore fa: escuchar a uno è aulico, oggi è fuori dal tempo. A rigore di termini, sembra quasi che tu ascolti una parte di quello anziché ascoltare quello. Non so se lo faranno, né in che tempi si potrà. L'universo è oceanico, con quasi mezzo miliardo di madrelingua che hanno sempre detto così. Certo, non casca il mondo... però io ho ragionato in termini futuribili e assumendo che se il passato era sbagliato occorre procedere senza indugio a una riforma per il presente. Uno di origine americana mi ha domandato come renderei nella loro lingua occorre procedere senza indugio e a me è venuto We should reform as soon as possible ma lui mi ha detto che è formale e ridondante, molto più efficace We'd better deal with it or face it... soon. Ecco, ne ho profittato per ricordare a tutti che una frase proprio per via del dominio si può rendere in altra lingua in almeno sei o sette modi diversi. E le traduzioni che si trovano in giro mostrano proprio carenze nel senso di non aver trovato il migliore dominio, nel quale talvolta ricade proprio l'incidenza di un avverbio o di una preposizione.
Qui ho fatto una sosta preannunciando un nuovo campo molto importante. Ricordate che in inglese è permesso loro terminare la frase con preposizione. Sì, possiamo dire tranquillamente - che sia bello o no - a person easy to work with. Mi domandano perché sia necessario parlare in senso 'diretto' delle preposizioni. Abbiamo visto tutti che in inglese senza conoscere le preposizioni non si va da nessuna parte. Magari vi capiranno ugualmente, ma non potete dire good in tennis, dovete dire good at tennis. Perché? Lo spiego ripetendovi che
Non esiste traduzione con passaggio dalla vostra lingua all'altra
Dovete essere già nell'altra lingua quando la parlate. A quel punto, anche se ascoltate una fonte italiana, voi non potete più avere nella vostra mente pensieri in italiano ma solo pensieri che partono già in inglese. Torniamo alle preposizioni, che sono i raccordi principali dei vagoni dei vari treni. Le preposizioni servono a mettere in collegamento. Quando io dico "La borsa di Maria" il di mi serve a collegare la borsa a Maria. Se non l'avessi sarei come un disabile perché dovrei dire "La borsa Maria" e questo significherebbe tutt'altra cosa (=una borsa di nome Maria). Qui, come sapete, la lingua inglese ha il genitivo (inderogabile per proprietà delle persone) e così fa dire sempre Mary's bag. Per noi è cosa da ammirare, ma non possiamo più farlo. I casi delle declinazioni sono distanti dalla lingua italiana come potrebbe essere Vladivostok da Parigi. Noi, avendo tutte queste parti, rinunciammo da subito alle declinazioni della lingua latina. La lingua russa, ad esempio, le conservò. A voi parrà strano ma a Mosca dicono ancora oggi rosa-rosae ecc. con i soliti casi. Ad esempio, se dovessi dire 'a Mosca' sono costretto a dire 'V Maskvié', nonostante la parola sia da pronunciarsi al nominativo Maskvà.
Uno mi ha chiesto come fanno i Russi a imparare questo. Lo studiano? Ho risposto: no, vanno a orecchio fin da piccoli (ecco il punto zero!) e così se devono dire 'a uno' dicono 'adnamù' anche se al nominativo sarebbe 'adin'. E quel suono per loro è uguale a centinaia o migliaia di altri dativi. L'automatismo risolve in pratica tanti casi senza che debbano nemmeno andare ai libri. Una volta studiate le cose in prima e seconda elementare poi procedono in modo automatico. Del resto, noi mica ci mettiamo ogni volta a consultare la tabellina quando dobbiamo fare tre volte quattro. Ho saltato le congiunzioni, che nascondono poche cose interessanti. Uno mi ha chiesto perché non si usano più interiezioni, oggi. Ho risposto che in parte non è vero, perché le usiamo. Solo che non ce ne accorgiamo. Nei nostri discorsi sono contenuti molti ah e oh, ma sono intermedi e così nemmeno avvertiamo di aver utilizzato una interiezione. Certo, per il resto si sentono sempre meno suvvia e ovvia, mentre uffa lo dicono al massimo i ragazzini. Non diciamo più ahimè e neppure perdinci o caspita, perché siamo disincantati e non ci facciamo trascinare da nulla. Vedete che non fa più piacere nemmeno una lettera che arriva al domicilio delle persone. In realtà, ne abbiamo poco bisogno... quelle sono cose che sentiamo dentro (quando le sentiamo) e le parole ormai stentano ad esprimere nel modo dovuto.
Uno mi ha poi domandato perché si verificano discrepanze nei parlanti una medesima lingua, tipo quella or ora ricordata della reggenza dell'help. E così ho spiegato il fattore diversità che ho chiamato Var.
|
|
Var. Il Var si può definire nel seguente modo: un giorno, molto lontano dal presente, uno cominciò a diffondere una variazione sua. Il giorno dopo lo imitarono tre, poi venti, poi trecento e infine tremila. A quel punto la variazione fu accettata. Metti che uno dicesse che 'Aveva cresciuto i suoi tre figli con amore e pazienza'. Dapprima qualcuno inorridì. Ma a qualcun altro piacque e così due fecero la stessa cosa. |
Poi arrivarono a ripeterla in tanti, finché la regola nacque per semplice imitazione. E così qualche anno dopo scrissero su carta che 'crescere' si poteva usare anche transitivamente. Anche se, naturalmente, non lo avrebbero usato proprio tutti perché una parte della società avrebbe sempre detto che gradiva solo il 'crescere' intransitivo. Ma risposero loro: "Visto che siete cresciuti di numero, nel dirlo, noi non potevamo non tenerne conto". Fattore Var, prendete nota. Le lingue si trasformano in continuazione, proprio perché vivendo insieme con noi in un universo parallelo si evolvono e ci fanno parlare diverso. Oggi, 6 giugno 2005, non c'è nessuno che pronuncerebbe 100 parole di seguito del suo discorso come le avrebbe pronunciate suo bisnonno 100 anni fa (se avesse parlato la medesima lingua). Quasi tutto è cambiato.
Niente,
anche stasera il sonno non è stato così pronto come
credevo. E sono tornato al Pc, per alcune interessanti esperienze.
Qualcuno mi chiede se ora possiamo già fare qualche commistione. Certo, proviamo a unire il punto 0 con il campo V. Io sento una frase come
The film was held over for one week
Anche se non sapessi in partenza il significato di tutte le parole, mi verrà in mente anzitutto che questa frase esiste perché un hold over l'ho già sentito da qualche parte e poi il verbo hold con il for mi dà l'idea di qualcosa che viene trattenuto nel tempo, perché si parla di 'una settimana'. Quindi, anche ammesso che l'over mi sfugga (e questo spesso capita fuori dai territori lingua madre, perché questa preposizione è dilagante e omnicomprensiva, non avendo allo stesso tempo un corrispondente da noi) capirò il senso corretto pensando che
Il film fu tenuto ancora in programma per una settimana (ciò che equivale a dire: fu prolungata la programmazione di quel film)
Ora facciamo un esercizio di alta acrobazia, immaginando di essere cittadini americani a metà anni '50. Un giorno sentiamo dire da uno che
John Andrews will be covering the match tonight
Nel 1956, non abbiamo mai sentito questo verbo in quel contesto e di primo acchito restiamo perplessi. Intanto pensiamo che si può coprire una zona del campo, ma non la partita medesima (cosa vorrebbe dire?). Poi ci viene in mente al massimo un 'cover-up' ma non riusciamo a interpretare come si possa 'insabbiare' una partita che tra l'altro deve ancora essere giocata. A quel punto, fattore Var! Una improvvisa illuminazione (our insight) ci suggerisce (suggests us) che se John Andrews è un giornalista, come dicono... (that if John Andrews works as a newsman, as they say) la partita potrebbe essere raccontata da lui questa sera (he may be there to report the details of the match tonight)
cover, here, should mean tell us about that match on Tv
cover, qui, dovrebbe essere 'raccontarci' di quella partita in Tv
Ecco il fattore Var appena entrato in azione. Eravamo infatti nel 1956, quando quel termine (credo) non era molto diffuso in quel senso e lo dicevano ancora in pochi. Un pochino di automatismo (punto zero) ha concorso nell'aiutare a capire un uso ancora poco diffuso di una parola già esistente (per altri significati).
Uno della mia nazione mi domanda perché non ho usato il 'journalist'. Gli confermo che le parole hanno da essere immaginate nel contesto ambientale. Se siamo negli Stati Uniti è più probabile che esca il 'newsman', per lo stesso concetto. Abbiamo imparato che o si parla l'una o si parla l'altra (anche se quelli del luogo giustificheranno l'inglese di uno straniero, in qualsiasi caso). Una volta scelta l'una, dovreste comunque usare il dizionario di quella. Poi, saranno possibili tanti fenomeni che in questo sito abbiamo esaminato in dettaglio. Incroci, acquisti, perdite ecc.ecc. E' possibile perfino che sia il madrelingua stesso, se trasferitosi all'estero, a perdere un suono originario.
Più volte, abbiamo esaminato il modo di parlare inglese nel continente americano con suono nasale e rapido che in Gran Bretagna non trova particolare apprezzamento. Ma gran parte della cinematografia e dello star-system del secolo XX° è stato americano, anche in questi suoni. Per contro, il parlare inglese della Gran Bretagna appare agli Americani avvitato e inutilmente affilato, soprattutto con vocali che vanno su oppure vengono arrotate in un modo che loro non conoscono. In Europa, per ovvi motivi di vicinanza si preferisce istintivamente parlare una lingua meno distante da quella britannica (anche se nessuno fuori dall'Inghilterra potrebbe imitare bene il loro accento), ma ci sono giovani che avendo avuto più contatti in ambiente americano emettono suoni di quest'ultimo.
Da notare che il suono americano ha una particolare fortuna, oggi, perché riesce a distendersi meglio nello spazio guadagnando anche in retorica ed efficacia discorsiva. Questa emissione, ad esempio, sembra particolarmente moralistica e conservatrice. Eppure arriva a dare un effetto che nella lingua della Gran Bretagna (più attenta, più circoscritta, più delimitata e costretta) sarebbe molto più arduo ottenere. E' anche questo il motivo per cui a un certo punto adottai la lingua americana.
Parlando delle lingue straniere, abbiamo anche detto che occorre osare un tantino se le si vuole parlare. Le parla meglio chi arriva a scendere con più disinvoltura nel terreno calandosi nel loro modo di essere. E per farlo bisogna anche uscire da se stessi, in molte occasioni. Parlare una lingua straniera è sempre un'uscita da se stessi simile a una breve recita, perché voi dovete immaginare di essere 'altri', emettendo cose che per natura (cioè per vostra nascita) non avreste mai detto. Talvolta nemmeno le approvereste, perché ritenete che non dovrebbero essere costruite in quel modo. Però sapete che dovete farlo, se volete essere 'quelli'. Non è raro neppure trovare persone che parlando un'altra lingua si vergognano poi un tantino davanti ai propri connazionali. Anche qui, la psicologia crea varie possibilità e situazioni che ciascuno si trova a gestire come può. Nel territorio di lingua madre entrare significa anche restarvi, mentre nel vostro entrare si potrà fare per una durata più ridotta sapendo che nulla e nessuno vi costringono a restarci. Le lingue, riguardate come territorio, non possiedono una extraterritorialità molto forte perché appena il nativo emigra non riesce ad affermarle nella stessa misura come nella sua terra. E' naturale l'atteggiamento istintivo di chi, all'estero, faccia sentire meno anche il suo accento ed emetta così una lingua meno nazionale di quella che emetterebbe in patria in mezzo a connazionali. Diremmo dunque che le lingue si legano abbastanza strettamente ai loro territori, dai quali emigrano definitivamente solo se impiantate da intere comunità di gente che emigra per risiedere all'estero. Ma perfino in questo caso la lingua originaria subirà influssi e contaminazioni da suoni locali, e alla fine divergerà sempre dalla originaria (guardate alla strana lingua italiana che si parla in Australia).
Mi domandano: perché la lingua viene quasi sempre accompagnata da un atteggiamento psichico? Rispondo: perché la parliamo noi, emettendola da una centralina chiamata 'cervello'. Quello che ci distingue dal resto del creato è proprio la psiche. Gli animali non hanno accento, ma parlano semmai con un diverso ritmo (che è un'altra cosa). Qualcuno mi domanda perché spesso prendiamo in metafora da loro (uccellare, ringhiare, patto leonino, merlo ecc.). Perché la lingua accoglie le variazioni che trova sul suo cammino, da farsi nella nostra vita. Un verbo sublime come 'beccare' per dire 'prendere in castagna qualcuno' rientra in questo originario appropriarsi. Ma ci sono anche trasferimenti all'interno del nostro mondo, come il pizzicare (pincer in francese), l'agganciare una ragazza, il rimorchiarla (draguer in francese). Queste parole caricate, torno a dire, sono molto più efficaci di quelle canoniche e ordinarie. Più che ingannato si dirà che uno è stato fregato, infinocchiato. Diremo che quello si è sputtanato (=screditato), qu'on l'a fait passer pour un con. Ma si tratta di lingua bassa e molto volgare, che non a caso viene mutuata da operazioni di sesso. Insomma, siamo davanti alla peggiore attività umana connessa alla lingua, poiché per esprimere in modo più efficace le cose si è preso dal sesso inteso come procedimento 'coatto'. Se ragionate, a colui che ha fatto una cosa molto male non è bello che stiate ad attribuire una puttanata perché anzi una puttana funziona perfettamente nel suo ruolo. Per paradosso, che non c'è in natura ruolo più efficace e in sé completo di quello di una donna che riceve denaro per prestazioni sessuali. Sarebbe bene insomma che limitassimo i prestiti dal sesso, ricordando che queste procedure vanno bene solo quando il termine è ricavato per semplice rappresentazione da un'immagine della natura che corrisponde (uno stronzo, da sterco; uno strozzino, da strozzare; uno scroccone, da crocco).
Mi domandano come funzionò il vocabolario delle oscenità, all'inizio. Beh, funzionò dappertutto allo stesso modo e anche qui un linguista dovrebbe approvare o viceversa respingere quando non vi è neppure un nesso. S'emmerder viene anch'esso - come tante cose nostre - dai nostri rifiuti, ma anche qui si potrebbe contestare che esso sia stato preso dalla lingua francese per dire annoiarsi. E' inutile, allo stesso modo, dire in spagnolo che es un don Mierda, se avete il fulano. Va bene invece il marica per omosessuale e ovviamente il ponerse dura per una erezione.
Una cosa che io consiglio spesso è mettersi alla prova, anche improvvisamente. Voi siete in un certo luogo e vi trovate a fare una certa operazione. Come la rendete in quell'altra lingua? Provate a sfidare ogni volta voi stessi oppure la persona con cui state e vedrete che dopo qualche anno questo metodo darà i suoi frutti.
|
|
Sudden. Il Sudden è questo. Puntate un dito sull'amico con cui siete in compagnia e ditegli: "Sudden! Ora continua in inglese". Quello magari stava facendo benzina, e allora come dirà mi fermo qui al ragazzo che stava ancora pompando intorno ai 20 euro? Mica può dire "I stop here". Forza, provatevi... voi siete a una stazione di rifornimento e al ragazzo dovete dire: "Basta! Stiamo con 20 euro, cifra tonda". Cosa dite? |
Il Sudden, diremmo, è un metodo molto bello e produttivo though English is rarely taught like that (ecco una mia esercitazione simulata, con il sudden). Basta puntare il dito pronunciando questa parola e il vostro amico sa che deve renderla in quell'altra lingua. Non avrete bisogno di dirgli quale. In settembre e per tutto l'autunno deciderete di comune accordo che sia lo spagnolo, da gennaio francese per quattro mesi e così via. In pratica farete pratica senza nemmeno accorgervi e vivendo semplicemente le situazioni. Così feci io con me stesso per tanti anni. Qui, davanti a un ragazzo che sta pompando a 19.90, mi uscirebbe un Stop! Just that, twenty euros oppure un Don't go over, that's enough at twenty o ancora meglio un Leave it like that.. just twenty
Ultimo aggiornamento alle 9.20 GMT del 7 giugno 2005