
Cosa è la gente
Tra le pagine da trasferire su Grammatiche è anche questa (file 1362), che parlava un anno fa di una questione divenuta molto importante.
Quasi ogni giorno, io e voi ci siamo accorti che per scrivere queste pagine non si poteva fare a meno di utilizzare il concetto di 'gente' e di 'società', due distinte nozioni meritevoli ciascuna di una pagina separata. O mi rivolgevo direttamente ai lettori, usando la seconda persona plurale. O impiegavo questi due termini, omnicomprensivi. Non è passato giorno senza che ci fosse da dire o da commentare su fatti della gente. La parola non è così inequivocabile come sembrerebbe. Una domanda intelligente mi fece Roberto M., chiedendomi cosa intendessi. Roberto - che ha 17 anni meno di me - contestò anche il fatto che avessi inserito nel Trapasso un'indicazione sui brani più penetranti. Più penetranti in che senso?
Ecco la pagina in cui spieghiamo. Non senza fare un piccolo excursus, per capire cosa diciamo oggi con quella parola. 'Gens' era nelle prime comunità dell'antica Roma un agglomerato di più famiglie legate da un nome o da una discendenza. Con questa si stabilivano in un territorio, nel quale venivano chiamati in un certo modo. Poi il concetto si fuse con quello di 'popolo', in una società che ancora non conosceva nazioni. L'elemento etnico non era istituzionalizzato in quello che oggi chiameremmo 'territorio nazionale'. Si chiamava 'gens' una certa fascia di popolazione che aveva caratteri comuni.
Il concetto non si fece strada, storicamente. Quando i territori acquistarono caratteristiche uniche e distintive, essi furono insieme Stati e nazioni. Con ciò s'intendeva dire che l'etnia diventava un elemento costitutivo dello Stato stesso. Per cui avremmo detto 'il popolo francese' e non più 'la gente di Francia'. Il problema è che neppure 'popolo' si fece strada. Sia 'popolo' sia 'gens' restarono attributi generici dati a una collettività. La parola 'popolo' ebbe comunque una vasta applicazione, in tutte le discipline della vita e della scienza politica moderne. La parola 'gente' invece rimase in una terra di nessuno, poiché il termine perse una funzione distintiva e rimase appunto depositario di un dominio in cui solo esso ristagnava. Negli ultimi due secoli si usò 'gente' per dire 'persone in genere' e tutto il dominio ne fu occupato interamente. Oggi, se dobbiamo riferirci a persone in generale usiamo la parola 'gente' (preferibilmente con articolo, cosa che a rigore non dovremmo fare).
Sai che c'era molta gente al cinema?
Non mi far venire a quella festa. Sai che io non amo quella gente.
Perfino l'accezione residuale, quella che definiva le collettività stanziate da una certa parte, lentamente decadde. Oggi esiste ancora, ma le ultime generazioni non la usano. Non si sente più dire da parte di giovani:
Mi piace la gente di Calabria
Cosa che invece si diceva, seppur non molto, fino a mezzo secolo fa.
Al plurale non suonerebbe certo di più. A nessuno viene da ricollegare vaste collettività al concetto originario (e alla parola) 'gente'. In quel caso oggi diremmo direttamente 'le nazioni orientali' (e non 'le genti orientali'), proprio perché la parola 'nazione' allargandosi ha finito per inglobare in parte il dominio antico della 'gens'. Quanto alla sostanza, non vi è dubbio che dicendo 'nazione' diciamo anche 'la gente di quella nazione'. Il problema è che non vale l'inverso: dicendo in Italia 'la gente' non intendiamo dire 'gli Italiani'. E così negli Stati Uniti. Se loro dicono 'the American people' intendono proprio 'nazione americana'. Se invece dicono 'people like swimming' intendono dire che 'le persone in generale amano nuotare'. Quindi, il fenomeno è stato universale, planetario. Oggi tutti, in tutto il mondo, usiamo 'people' come usiamo 'gente' per indicare una collettività indistinta.
A questa collettività usiamo attribuire connotati per lo più negativi, deteriori. Chiunque, sentendosi depositario di una sua concezione alta (se ha studiato) o ritenendo di avere gusto, indicherà 'gente' in senso spregiativo. Non è una novità. Qui però l'autore deve distinguere tra due cose:
a) la sua opera
b) la sua persona.
La sua opera (Memoriale) necessariamente è rimasta dentro l'accezione spregiativa, in conformità con l'estetica dell'arte e con le più ovvie risultanze del gusto che attribuiscono alla massa tendenze volgari e grossolane. E' lo stesso discorso che separa nettamente una hit-parade dei libri o dei Cd da una selezione personale. I negozi sono visitati da una massa indistinta, cioé da gente. Le nostre preferenze vanno su cose più personali, meno facilmente accattivanti. Memoriale, anzi, ha dovuto proprio indicare alla massa di lettori la stupidità della gente. Non per condannarla o disprezzarla, ma per indicare la principale fonte di tanti guai ed errori storicamente rilevanti. Così, se dico 'How stupid you are' mi rivolgo proprio alla gente, cioé a persone in generale. In questo senso, 'gente' è sinonimo di agglomerato scemo e indistinto, cioé di insieme di esseri umani privi di connotati apprezzabili. L'ironia li identifica nelle pagine di Memoriale con tante cose: 100 milioni di elettori (la gente che vota Bush); persone che lavorano senza professionalità nel settore giornalistico (la gente iscritta nell'albo dei giornalisti); cantanti che incidono troppi remake (la gente che copia); e così via. Ognuna di queste deviazioni valeva a caratterizzare un settore della società con difetti molto visibili, e tali da meritare una decisa critica da parte mia. Nel parlare di quest'oggetto, non potevo che riferirmi alla 'gente'. Che altra parola avrei potuto usare? Questo è uno di quei domini monopolizzati al 100% da una parola sola. Se voi levaste la parola 'gente', nelle lingue contemporanee non ne avreste altra per definire lo stesso concetto. 'People' è solo quello. Diciamo, in altre parole: per esprimere il concetto di quel dominio noi possiamo usare solo questa parola.
La sua persona fa invece parte di un altro discorso, poiché deve anche starci assieme (alla gente). Se la persona fosse come l'opera, io dovrei stare in cima a una montagna e parlarvi al massimo una volta per tutte. Oggi viviamo un'epoca diversa, che non ha bisogno di parabole. Semmai analizzeranno proprio me, tra 60 o tra 200 anni. La sociologia ha ormai forgiato il nostro modello sociale, poiché ci ha indicato negli ultimi 100 anni che l'ambiente non è fiction, ma è società analizzabile secondo usanze, comportamenti e tendenze studiabili a partire dal nostro cervello. Vivendo, la gente diventa per me un'altra cosa rispetto a quello che è nei dizionari. Non più collettività indistinta, ma insieme di individui distinti e analizzabili secondo determinati criteri (per me soprattutto astrologici, per altri politici, per altri artistici ecc.).
Ecco quindi che il discorso presenta vari aspetti. Se io mi arrabbio senza un destinatario, lo faccio nei confronti di tutti (il voi serve ad occupare questo dominio). In questo caso, la mia partecipazione alla vita sociale - a differenza della mia opera - è emotiva. Non ci sono cose da disprezzare, ma semmai da chiarire. Da chiarire con tutti, sia gli uni sia gli altri. Io non faccio come quello che ha la cattedra universitaria e ha soltanto relazioni di interesse. Se trovo attorno a me dei cretini lo dico. Mentre la mia opera è un oggetto, anche se vive nel tempo, io sono animato e vi osservo tutti i giorni. Nel rivolgermi agli altri, non ho un filtro selettivo. In certi giorni, ho abbassato il livello rivolgendomi a una fascia non specializzata. Significa che non esiste 'gente', ma io devo pur sempre rifarmi al concetto se mi rivolgo a una massa di persone. Non userò più quella parola, ma mi rivolgerò direttamente a un pubblico. 'Qualcuno' significherà 'coloro che mi leggono sul Web'.
I
brani più penetranti. Cosa significa? Appunto quelli che
penetrano di più. Non c'è una qualità (buona o
cattiva) in questo. Certo, chi ha 30 anni è più
idealista di me ed è giusto che sia così. Un trentenne
di oggi riterrà che non valga neppure la pena citare qualcuno
di quei single pompati da video. Noi però dobbiamo dimenticare
le storie dell'alto e del basso, della buona e della cattiva musica.
Se viene inciso qualcosa di brutto diremo semplicemente che è
brutto, non penseremo dentro di noi: "Beh, questa è
robaccia, nemmeno la pena parlarne". Come il discorso di prima.
Dovremo essere più costruttivi dicendo alla persona stessa:
"Hai inciso un brutto prodotto". Non c'è niente di male.
Allora,
quella menzione di dieci video penetranti non serve a fare una
hit-parade e neppure a parlare di zuccherini che sollecitano il
nostro cervello. La musica deve
penetrare. Se questo non facesse, non avrebbe alcuna funzione. Le
nostre graduatorie servono anche a dire di ciò che è
penetrato più di altro, in un lasso di tempo più o meno
lungo. Un Cd di un artista esiste in quanto raggiunge un suo
pubblico. Nel farlo, penetra. Non come un organo maschile del sesso.
Ma avendone in parte gli attributi, poiché si tratta di
fecondare i nostri canali uditivi attirandoli in un certo modo.
Nessuno è stato penetrante come Kylie Minogue e i suoi brani,
dal 2000 a oggi. Il suo 'Come
into My World'
è uno dei pezzi più penetranti degli ultimi dieci
anni. Lo è, in quanto sapiente mixaggio che attira a sé,
con un che di satanico, di morbosamente piacevole. Registrarne la
presenza, su un sito Web, è utile. La musica non è una
cosa didattica. Si tratta solo di funzioni estetiche, che
trasferiscono nell'ascolto di un pubblico la capacità di
mettere insieme dei suoni. Più gente attirano, più
vengono richiesti (e
trasmessi per radio).
In questo caso, la gente assume certamente una funzione passiva (perfino
più di quella del lettore di un libro).
Però, dobbiamo prenderne atto: la
società del nostro tempo ha avuto questo prodotto.
E' qualcosa che abita il nostro universo.
Io
ho condannato l'eccesso di remake, ma non ho detto - con questo -
che non c'è più musica decente. Ho detto che questo
è uno scenario da 'fine del mondo'. Solo nella giornata in cui
si dice che tutto è finito, la gente
si metterà a suonare o cantare i 12 brani preferiti. Come gli
ultimi desideri che si concedono a chi sta per essere spedito alla
sedia elettrica. In musica, si dirà: "Fateci cantare e
lasciare in eredità la musica che più ci è
piaciuta". E così canteranno 'A
Foggy Day', 'My
Funny Valentine',
'New York New York',
'Summertime',
ecc.ecc. Chi non lo farebbe? Allora, nel 1974 uscivano ogni mese 500
artisti con 430 prodotti nuovi. Nel 2004 escono ogni mese 800 artisti
con 250 prodotti nuovi. Il resto sono Cd con brani di sempre,
classici, evergreen, riadattamenti. Certo, si potrebbe dire:
"Facciamo una pausa, tutti". Per sei mesi, visto che non
c'è più nuovo carburante fermiamo le nuove uscite. Ma
nessuno oserebbe. Ci sono interessi, flusso di denaro, contratti,
tour ecc.ecc. La gente del settore sa che quello della musica è
un carrozzone che non si fermerà mai. Al massimo si fermano
singoli individui. Vedete la differenza tra individui e gente?
Singoli individui sono un mondo a parte. La gente è l'insieme
di tanti mondi indistinti. Ecco la migliore definizione.
La
gente non esiste come entità unitaria finché non si ha
'pubblico'. E dunque la gente esiste per artisti di massa, scrittori
molto acquistati in libreria, autori con numero di accessi
esorbitante. In questo caso, le due entità (singolo -
pubblico) entrano in relazione reciproca, ma con sacrificio da parte
dell'autore in ordine a cose che non si troverà più il
tempo di fare. Gli individui invece esistono per chi molto più
umilmente vorrebbe migliorare le cose parlando e avendo relazioni
sue. In questo caso, è giusto educare a recuperarli, a
ritrovare un sano rapporto con piccoli gruppi, dimenticando l'effetto
perverso delle masse.
Pagina pubblicata originariamente su Memoriale il 9 dicembre 2004 e ripubblicata con lievi modifiche su Grammatiche il 28 ottobre 2005