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Orrori e splendori di un'epoca Ci furono poche vere super-visioni, dall'alto. Quando un brano veniva inciso (dopo una discussione generale tra autore/i e discografici) non incontrava altre resistenze sulla sua strada. Veniva spedito alla Siae, che è solo un organo burocratico e non aveva certo il compito di rilevare errori.
Fino a una cert'epoca si fece
distinzione tra 'canzonetta' e 'canzone d'autore'. Si intendeva anche
dire che con la prima non si avevano pretese, con la seconda
sì. Canzonetta era quella che trionfò nei festival e
nei juke-box fino al 1970-71. Poi, come spiegato, arrivò
l'onda dei cantautori. Questi cantavano per lo più ciò
che componevano. Così si ebbe buon gioco a definirla 'canzone
d'autore'. 'Canzoni d'autore' erano quelle di Fabrizio De
Andrè, Antonello Venditti, Francesco De Gregori. Queste
presentavano un maggior grado di complessità, e il testo
prevaleva quasi sempre sulla musica, nel senso che - contrariamente
al passato - l'ascoltatore sarebbe stato colpito più dal
significato che non dall'aria orecchiabile. Uno degli scogli più frequenti fu la versione italiana di una canzone inglese o americana. Si veniva improvvisamente a conoscere un pezzo molto bello dall'estero, e immediatamente si diceva agli autori italiani (parolieri) di mettere delle parole in lingua italiana su quella musica. Venivano fuori cose mediocri, anzitutto perché c'era fretta (di cogliere l'occasione) e poi perché non potevano essere cose autentiche. Se a me viene da scrivere un pezzo originariamente in lingua inglese non è detto poi che quel pezzo decolli anche in altre lingue. Chi ha pratica ed esperienza di queste cose si è reso conto che il più delle volte un pezzo scritto in lingua italiana non suonava in lingua inglese. Questo è vero, e capita proprio per un fatto di incompatibilità. Se un uomo comunica con un altro di differente nazionalità può farlo, basta che usino un medesimo codice. Ma le lingue non comunicano tra loro. Per cui, una cosa in lingua italiana cantata in giapponese avrebbe fatto ridere. C'era non solo un problema di adattamento metrico ma anche una incompatibilità di suoni. Questi pezzi avrebbero avuto comunque un certo valore nei mercatini dell'antiquariato, ma solo per la rarità. Per quanto riguarda il brano vero e proprio, nessuno lo aveva considerato dal punto di vista artistico, perché quel brano in giapponese non suonava. Interessante il discorso sulla coppia Mogol-Battisti, che dominò il mercato italiano tra il 1968 e il 1976. Mogol non era certamente uno scrittore né un poeta. Fu un discreto autore (per tanti cantanti) per tutti gli anni '60. Poi, incontrato Lucio Battisti, si trasformò e diventò l'autore 'molto creativo' di uno solo, nel senso che concentrò la sua vena per le cose di Battisti. Mogol faceva dei piccoli miracoli perché si ritrovava ogni volta a dover dare forma verbale a un canto che era soltanto musicale. Battisti gli presentava una serie notevole di temi, molti anche soltanto abbozzati ed espressi nella forma dei classici 'provini' che si portano alle case discografiche e poi si provano stando seduti ore davanti a un pianoforte o strimpellando una chitarra. Dare delle parole a questi temi non fu per niente facile. Mogol si mise in testa di dargliele comunque, e così vennero fuori testi con rendimento vario. Fino al 1971 potevano andare. Poi, migrato il cantante dalla Ricordi alla Numero Uno, quei testi divennero sempre più cervellotici e strampalati. Alla Numero Uno, lo staff discografico era un po' meno attento a queste cose. Un testo come quello de 'La collina dei ciliegi' oggi fa sorridere. Allora eravamo ragazzi, e siccome quelle cose piacevano non facemmo molto caso al testo. In questa pagina trovate solo la minima parte delle improprietà grammaticali presenti nelle canzoni di Battisti. Avrei dovuto scrivere un libro, perché sono centinaia. Torniamo al nostro discorso generale. Perché si commettevano questi errori? Soprattutto per distrazione. Se tu scrivi e non c'è nessuno che ti corregge o ti suggerisce rimangono su carta tante cose errate. Siccome qui non si parla di compositori di accademia o di scrittori di prima categoria, si accettavano anche questi errori. Questi brani erano diretti a un pubblico medio-basso, che non si sarebbe accorto di improprietà e strafalcioni. Quando per l'arrangiamento ci si rivolgeva a un professionista (esempio, Morricone) c'era un'ottima supervisione musicale. Il brano veniva ascoltato e riascoltato decine di volte, tutte le tracce e le basi venivano fatte e poi rifatte anche con modifiche. Ma il testo non andava incontro a una grande discussione. Nei casi rari in cui questo succedeva era l'autore stesso a combattere con se stesso. Uno dei più ricordati è quello di Calabrese, per 'E se domani' di Mina. Suscitò grande clamore il verso 'e sottolineo se'. Fu un'intuizione estemporanea dell'autore. Ma non tutti si chiamavano Calabrese. E così venivano brutti scivolamenti come quello nel testo italiano di 'Downtown', di cui leggete qui a destra. A parte, i cantanti che negli anni '60 scrivevano anche qualcosa per proprio conto. Tra questi, i primi furono Gaber e Paoli tra il 1960 e il 1962. Ancora non si dicevano 'cantautori'. Questo era un livello superiore, perché componevano in un altro modo. Il brano nasceva spesso come un pezzo unico, non separato. L'autore si svegliava una mattina e gli veniva musica e insieme testo, cioé il verso partiva già 'verso musicato' almeno in una delle strofe principali. Era una situazione migliore, perché non richiedeva un lavoro in più per 'incollare' parole sulle note. Il metodo più in uso, per il resto, era quello di presentare un brano già pronto al cantante, che doveva dire 'se si sentiva di lanciare quel pezzo'. In molti casi il brano restava a spasso per anni, perché nessuno 'si sentiva' di cantarlo. Fu il caso di 'Grande grande, grande'. Per motivi poco comprensibili quel motivo non convinse nessuno, all'inizio. Non lo volevano. Forse la frase del refrain sembrava banale, forse il motivo non entrava (prima di vedere un romanzo pubblicato anche l'autore di narrativa non ha l'idea precisa). Alla fine si decise Mina, all'inizio del 1972. Il perché lo trovate analizzato proprio in quell'anno. Il testo di 'Grande, grande, grande' era molto bello. Ci sono invece canzoni che non vogliono dire nulla, ma piacciono lo stesso. Se anche ci fossero errori in quantità industriale, piacciono ugualmente. Se voi recitate da soli il testo di 'Lisa dagli occhi blu' non potete andare oltre i quaranta secondi. Non è neppure una filastrocca, perché in mezzo ci sono parole grosse come 'amore', 'rimpianto', 'vita'. Ebbene, quando uscì - estate 1969 - piacque immensamente. Ricordo che il lunedì successivo (si era alla finale di Saint Vincent, di sabato) mi precipitai a comperare il disco. Piacque per un brevissimo spazio. Diciamo qualche settimana. Già nell'autunno seguente non 'suonava' più. Un verso che mi colpì molto è quello de 'L'istrione' di Charles Aznavour, a cui nella versione italiana si fa dire: Perdonatemi se con nessuno di voi non ho niente in comune Questa è una 'vagonata' di negazioni, che suona malissimo. Anche se quella regola non è ferrea come in inglese, 'Non ho visto nessuno' è tollerato, ma un treno simile di negazioni non sta né in cielo né in terra. Quella frase si poteva dire e cantare tranquillamente così: Perdonatemi se con nessuno di voi ho qualcosa in comune Ancora una volta una distrazione ha reso brutta la lingua e l'errore è rimasto sul vinile NOTA - Questa pagina, che risale all'estate 2000, è stata modificata per l'ultima volta il 1 dicembre 2003 |
ALUNNI
DEL SOLE - Jenny Svista, dovuta a un verbo ingannatore.
Di
certo anche lei non sapeva dove Il verbo 'credere' è transitivo con la stima e la probabilità, ma non con la fiducia e la fede riferita a persone. Si crede a una persona, non si crede una persona. Più corretto, secondo i canoni della lingua, sarebbe stato però io le ho creduto
LUCIO BATTISTI - Anche per te Per te che un errore ti è costato tanto E meno male che non è costato nulla questo errore che scambia ancora un intransitivo con un transitivo.
LUCIO BATTISTI - Ancora tu Grandioso trappolone linguistico per colpa di un avverbio Ma non dovevamo vederci più? Può darsi anche che fossero distratti, oppure che il verso non gli si schiodasse dalla testa, però la frase corretta avrebbe dovuto essere Ma non dovevamo non vederci più? Come è scritta, finisce per significare esattamente il contrario, 'Ma non dovevamo vederci di più?"
LUCIO BATTISTI - Con il nastro rosa Abbiamo avuto qualche esitazione a inserire questo brano, che è probabilmente l'ultimo della famosa coppia, ed è un divertimento molto carino basato su un'alternanza di continue rime e assonanze. Non ci piace però che a un certo punto, per far alternanza con 'mosse', si costringa il cantante a pronunciare 'impasse' così come è scritto. A parte che è fuorviante per chi ascolta, a parte che anche i non giocatori sanno che si pronuncia 'empass', che diremmo se per far rima con marmotte si cantasse 'rulotte'? Certe cose vanno bene nei dischi di piazza, nel folklore regionale, nelle cose goliardiche dei gruppi. Trasferite in un brano nella lingua nazionale sono fuori luogo.
LOREDANA BERTE' - Non sono una signora
Dentro il peggiore motel Rompicapo che ossessionò non poco, e d'altra parte non siamo tenuti a sapere che 'carretera' è una parola spagnola che significa 'strada'. Citazione a capocchia, inspiegabile. Non è infatti una parola di quelle entrate in circolazione dappertutto. E' come se Joe Cocker cantasse 'You can leave your hat sopra...'. Se era un problema di metrica, c'erano altre soluzioni. L'autore voleva probabilmente fare una rima con 'balera'. Se è così, non era facile. Ma avrebbe potuto scrivere 'Dentro il peggiore motel che sempre ci dispera in questa vita a balera' oppure anticipando al verso precedente la 'vita a balera' e cambiando il seguente. Ma qui diremmo che l'intero testo è molto improbabile e scritto forse in un momento di difficoltà o di disperazione personale. Il brano comunque ebbe successo, piacque. Questo è quello che conta.
ADRIANO CELENTANO - Azzurro Celentano è forse quello che più di tutti ha lasciato tracce della sua presenza nel vinile. Sono tracce recondite, che si notano solo da orecchie finissime e smaliziate. Questa marcetta esistenziale ha fatto storia ed è un capolavoro senza tempo. Qui la frase iniziale 'lei è partita per le spiagge' viene pronunciata dal cantante senza la elle iniziale. Frase fuggita (e rimasta) così sul vinile. Ironia della sorte, 'ei' è ugualmente un pronome. La cosa rimane molto curiosa.
ADRIANO CELENTANO - Una carezza in un pugno Questa è colossale e molto famosa, ma non disturba più di tanto perché fu volutamente scherzosa.
Ma
non vorrei che tu Può darsi che nei paesini qualcuno parli così. Oppure nelle periferie delle grandi città. Del resto, sembra proprio di sentire parlare il cantante stesso, nei suoi famosi monologhi traballanti.
PETULA CLARK - Ciao ciao Una delle canzoni più belle di tutti i 46 anni ('Downtown', 1964). Pallavicini nella versione italiana (1965, siamo già su altro universo) ne fa una specie di 'patetico addio' con cui spreca un pochino l'idea del testo originale di una incursione per divertirsi nel centro città. Alla fine, soprattutto. Ma poi verrà... è un verso molto bello e musicalmente sospeso. Si poteva continuare con 'la voglia di tornare' o 'quel-treno-che' e altri. Peccato che l'autore non riesca a congiungergli nulla di adatto e ci incolli maldestramente 'il giorno che partìro', con l'accento sulla 'i'. Cose che oggi nessun autore neppure di bassa qualità farebbe mai. Allora, con il pallino in mano a pochi e con controlli rari succedeva. Riveliamo anche un altro particolare, la ricerca dell'assonanza. Qui l'autore ragionò teoricamente sul 'downtown' che in italiano fa daun-taun e da questo venne la metrica corrispondente del ciao-ciao. Ragionamento un po' barbino. Il testo originale parlava di tutt'altra cosa. Lo stesso scherzo costò a Dossena una canzone molto brutta come 'La nostra favola', dove dal 'Delilah' (di-laila) si passò a un 'Ti-lascio' che non aveva nulla a che vedere. Cose dell'epoca.
DIK DIK - Il primo giorno di primavera Il 'giorno' dei Dik Dik è settentrionale, con una g abitante tra il Veneto e l'Emilia e dunque confinante con la z. Qui fu molto curioso il salgo sopra un autobus derivato sicuramente da ragioni metriche, che però significa salire sul tetto dell'autobus.
GRUPPO ITALIANO - Tropicana Il brano è delizioso, però che vuol dire 'la lava incandescente gremava gli hula hoop'?
JOHNNY HALLIDAY - Quanto t'amo Difetto di 'consecutio temporum', dovuto a Bruno Lauzi, che è l'autore della versione italiana.
Vedo
negli occhi tuoi Errore strano e poco perdonabile, conoscendo l'autore. Qui risulta impossibile cambiare tempo al congiuntivo perché la strofa sballerebbe. Però, bastava poco. Sembra strano che qualcuno non abbia suggerito all'autore la cosa più ovvia: un bel gerundio. Bastava scrivere 'se non vedendo te'.
MILVA - Flamenco rock 1961, una delle primissime scimmiottature (tra l'altro rinnegata dalla stessa cantante). Milva non smette di dire, per tre minuti: 'Questo flamenco ruok'. Succedeva molto nei primi tempi. I single dei primi anni '60, quando riportano parole inglesi, testimoniano del modo in cui i cantanti le apprendevano. D'altra parte, se si guarda a come i cantanti americani o inglesi pronunciavano parole italiane, si trova anche di peggio.
MASSIMO RANIERI - Sogno d'amore Bigazzi qui non ce la fa. Brutto testo. Il momento più 'basso', dal punto di vista linguistico, viene raggiunto a metà del pezzo, quando l'autore non riesce a dare un'immagine a un sogno che svanisce (la donna amata che sta prendendo un aereo e si allontana) e scrive Ormai, sogno d'amore... la tua assenza è già sbocciata accanto a me Che un'assenza possa sbocciare è già difficile immaginare (al limite sboccia una presenza), ma che addirittura possa sbocciare 'accanto' ad una persona (e non dentro), cioé entro il presumibile raggio di un metro o due, questo impressiona ancora di più.
RENATO DEI PROFETI - Lady Barbara Prima si sapeva che esistono acque che non dissetano. Con questa canzone del 1970 apprendemmo che esiste perfino l'acqua che quando si beve dà ancora più sete di quella che si aveva.
L'acqua
chiara che
ORNELLA VANONI - Una ragione di più Canzone di successo. Ma in casi come questi ciò che piace e cattura è l'arrangiamento, cioé il trattamento complessivo di suoni e la miscelatura sonora ottenuta in studio con accorgimenti vari. E la cantante, che qui conta in maniera determinante. Di canzone c'è veramente poco, diremmo più fumo che arrosto. Nell'arrosto è compreso il testo, naturalmente. Fate molta attenzione alle parole e al senso globale della situazione. Sai/ c'è una ragione di più/ per dirti/ che vado via (fin qui va bene, lei vuole andare via da lui) Vado/ e porto anche con me/ la tua malinconia -Certo/le mie mani/ ti vorranno ancora/ ma ci sarà/ chi me le tiene (ecco l'uomo nuovo) oggi e domani/ e poi domani ancora/ finché il mio cuore ce la fa (starà con il nuovo uomo finché resiste) PAUSA Sei tu/ quella ragione di più (ma prima aveva detto il contrario, una ragione di più per andar via!) mi hai chiesto/ talmente tanto Io/ non ho più niente per te/ ti amo/ tu non sai quanto (ma non aveva detto di avere l'altro? ora torna?) Amo da morire/ anche il tuo silenzio/ che non mi lascia/ andare via Vado (insomma, si decide o no?) ma se mi dici 'Non lasciarmi solo' (assurdo, aveva detto che non va più via perché ama il suo silenzio, ora è una frase che decide...) non so se il cuore/ ce la fa (questa donna opera una sorta di ricatto, se il suo lui le dice quella frase può essere che alla fine rimanga per debolezza) Testo strampalato e sconclusionato per una canzone ritoccata e 'pasticciata', perché finita in mano a troppe persone (due Reitano, Califano, Beretta, Vanoni). Anche ammettendo che le due citazioni del titolo non siano in contraddizione, perché la seconda spiegherebbe la prima (=quella ragione di più sei tu, mi hai chiesto talmente tanto che io non ho più niente per te) le due parti del brano restano scoordinate, e si oscilla continuamente tra concetti opposti. Tutto lo svolgimento, dal punto di vista della composizione, vale poco. Quale il destino di tutte queste cose? Per dare una risposta sicura bisognerebbe sapere come verranno considerate dai posteri tra 70 o tra 150 anni. Probabile che vi annetteranno scarso significato. Per l'oggi, la questione è più interessante. E' chiaro che chiunque, cantandosela per proprio conto o in una sagra locale, può cantarla 'corretta'. Ma il disco, la versione originale, ormai resteranno questi. Casi in cui si può tranquillamente dire che la vita ci diede l'imperfezione e quella accettammo. Se dovessero fare un trucco tipo quello che fanno nel cinema col restauro delle pellicole non ci staremmo, non ci piacerebbe. |