
Fisiologia dell'errore
L'errore, nella lingua parlata. è fondamentale. E d'altra parte è logico che non esista, come in quella scritta, un correttore automatico nel cervello. Esso deriva in genere o da un'errata applicazione delle regole o da un'imperfetta acquisizione della struttura. Quando esso si verifica il parlante ci sta dando un'informazione molto utile, anche della propria persona in certi casi. Sono assolutamente contrario all'uso di correttori software, perché essi sostituiscono al parlante che scrive una persona 'inesistente' che lo corregge, col risultato di falsificare la lingua cioè di svincolarla dal soggetto che la usa. Se girate per qualche ora sui siti Web noterete che quelli con file di testo contengono degli errori. Se questi non sono dovuti a ignoranza del soggetto e non sono neppure errori di battitura, offrono informazioni molto interessanti e depongono comunque dell'autenticità del sito.
Perché questa esigenza di autenticità?
Per due motivi principali. Anzitutto per ripetere il procedimento 'vero' del parlato. Ricordiamoci che noi nasciamo per esprimerci con la parola orale, siamo nati con una bocca non con una penna in mano. E nel parlato, quando emettiamo in un batter d'occhio un'intera frase non abbiamo certamente un interveniente che corregga automaticamente la parola errata. Anche il cosiddetto lapsus esiste proprio per significare un'operazione compiuta 'in quel modo' dal cervello. Dunque è molto importante, come informazione data involontariamente... guai se dovessimo alterare l'emissione stessa del parlante. Esiste poi un altro motivo: se correggiamo più volte uno scritto rischiamo di non finirla più. Ricordo di averlo sentito da Alberto Moravia, che fece osservare il rischio di ogni romanziere di stare all'infinito sulla scrittura se non si pone un termine alle 'rivisitazioni' con l'occhio.
Ma se tutti si comportassero così non si saprebbe cos'è l'errore e se errore sia
L'errore esiste perché c'è una regola determinata. Commetterlo significa non osservare quella regola, soprattutto per ignoranza della medesima o per cattive relazioni con la lingua. Ma può anche succedere a prescindere dalla conoscenza, cioč può accadere che si accetti ugualmente di esprimersi in quella maniera, e fatto l'errore si può scoprire che la regola stessa era sbagliata. Una ragione di più per dare la massima importanza.
Non sarebbe meglio non fare errori?
Questa è una domanda interessante, che merita una risposta articolata. Anche qui non si può dire soltanto sì o soltanto no. Diremo dunque sì e no. Sarebbe meglio non farli se noi aspirassimo a una società di perfetti parlanti, cioè se avessimo l'obiettivo di costruire un mondo in cui le lingue aderissero perfettamente al nostro cervello. Questa aspirazione è legittima, e d'altra parte la scuola e i manuali di lingua esistono proprio per questo. Sarebbe meglio non farli se intendessimo così costruire col tempo un essere umano vicino al 100% di combinabilità assegnato al dizionario inteso come essere interagente (abbiamo detto che il potenziale medio di un essere madrelingua istruito è soltanto intorno a 80%, cioè riesce a costruire al meglio soltanto 8 frasi su 10). Sarebbe meglio non farli se aderissimo perfettamente allo spirito dei cosiddetti 'puristi', che immaginano una lingua ideale e stabile anche quando la fonologia e la morfologia non lo consentono.
Al di fuori di queste tre istanze, che del resto sono comprensibili, si stende un vasto campo di argomentazioni a favore dell'errore, cioè una serie di motivi per cui l'errore è fondamentale e va preservato. E' un po' lo stesso discorso di coloro che dicono talvolta: 'La vita è bella così, con le sue imperfezioni'. E' un discorso che riconferma anche il fatto che coloro che correggono tratti del loro viso o particolari come il naso o il seno in fondo rinnegano se stessi. Allora, vediamo questi motivi.
1) L'essere umano non è una macchina. I nostri stimoli e le nostre reazioni non sono prevedibili al 100% e mai lo saranno. Postulare un'assenza di errore significherebbe ridurre la lingua a un meccanismo 'volontario', cosa che la lingua non è e non può essere. Quando alle sei del mattino entro nel bar per un caffè e la frase 'vorrei un caffè' tarda a venire, è fondamentale che sia così, perché in quel momento manca la freschezza e la velocità di riflessi che può esserci a mezzogiorno.
2) La lingua, pur essendo un meccanismo limitato e controllabile entro certi limiti con la ragione, non possiede una 'combinabilità' a prescindere. Cioè, inseriti nella medesima situazione anche la più scontata, 100 esseri umani parlanti il medesimo idioma non diranno MAI la stessa identica frase. Anche nel caso di dominio più assoluto, come nelle parole 'tappeto' o 'caffè' ci sarà sempre almeno lo 0,01% di possibilità di frase (attenzione: frase, non parola) alternativa. In questa possibilità eterna di incertezza relativa sta non solo il dominio ma il segreto delle lingue, e in questo segreto risiede anche l'errore. Guai se non fosse così. Chi ha avuto delle illusioni sui traduttori automatici non ha capito che quegli aggeggi sono un'assurdità, perché applicano a una macchina un procedimento tipicamente umano e precario come il parlare. E' come se affidassimo a un sosia la nostra parte. Non saremmo più noi. Non vivremmo più. Vivere significa accettare gli eventi, compresa la possibilità di sbagliare.
3) La combinazione di parole scelta singolarmente dal parlante quando emette la frase costituisce un suo 'copyright', cioè lo identifica in quel momento. Anche un errore linguistico entra a far parte dei destini del mondo, così come il fallimento di lancio dello Shuttle o un errore di programmazione del computer. Un giorno su questo sito andò a finire l'espressione 'mediante un'altro vocabolo', espressione errata perché l'apostrofo deve andare soltanto davanti alle parole femminili. Chi l'ha notata, conoscendo il livello di conoscenza di chi ha fatto l'errore, ha pensato a una distrazione. In questo caso era tuttavia qualcosa di ancora diverso: al posto di 'vocabolo' era originariamente 'parola', che dunque avrebbe richiesto l'apostrofo. Cambiando, abbiamo 'involontariamente' omesso di eliminare quell'apostrofo. Se il leggente avesse avuto l'intuizione giusta avrebbe compreso la nostra operazione e dunque avrebbe assunto la seguente informazione: 'l'autore aveva scritto originariamente un'altra parola ma in seguito ha scelto di sostituire la frase con un'altra'. Ecco un esempio in cui l'utilità è evidente.
Va bene, ma prendiamola in un altro modo. L'errore nella lingua è un fenomeno controllabile o no?
Solo entro un certo limite. Questo è un discorso molto soggettivo e non si può quantificare. Ciò che conta è il momento finale, quando sto parlando. E' illusorio anche qui pensare che si possa programmare un'ora di conversazione perfetta. Ogni discorso va accettato nella maniera in cui si arriva e per come il singolo lo emette oralmente. Ogni emissione vocale rappresenta un risultato 'definitivo' che scaturisce dal singolo rapporto che la persona ha con la lingua in quel momento. Meno un errore è controllabile, più il suo significato è grande nel contesto (perché fornisce una informazione che non avrebbe potuto che esser data da esso). In certi casi, può perfino accadere che il parlante contesti in quei milionesimi di secondo la sua propria lingua e si rifiuti - legittimamente - di ottemperare a una sua regola. In quel momento è come se la persona dicesse alla lingua: 'Non mi importa di quella regola, io ti prendo in quest'altra maniera perché è più efficace e perché serve a esprimere meglio il concetto'. Questo fenomeno si ha ad esempio quando si dicono cose come 'a me mi pare così', rafforzando la direzione verso il soggetto. E' indicativo che questo succeda molto più spesso nella parlata romana e nelle parlate dialettali regionali, dove il soggetto esprime generalmente una maggiore forza discorsiva ('a me mepare... ecc.ecc.).
Fin qui abbiamo detto degli errori all'interno della lingua con cui si è nati. C'è poi una seconda categoria molto importante, quella di chi sbaglia in una lingua straniera per non avere acquisito bene la struttura di questa lingua. In questo caso l'errore sta nel trasferire proposizioni create con la propria in un'altra, e naturalmente accadono dei piccoli disastri. Il fenomeno è ancora oggi più rilevante nel passaggio dall'italiano all'inglese che non viceversa, perché l'inglese è molto più logico e meno possibilista nella costruzione della frase. Amo sempre ricordare il caso di un conduttore italiano che, collegato via-satellite con un atleta americano, nel suo inglese molto sommario gli chiese: 'Were you born as a champion or as a singer?' L'interlocutore rimase interdetto per alcuni secondi. Poi si risvegliò e chiese ovviamente la ripetizione della frase. La frase, che avrebbe un senso in italiano, non lo ha in inglese e l'errore fu del parlante che passava dall'una all'altra lingua anziché pensare direttamente nella seconda. Avrebbe dovuto dire: "Were you born to be a...". Tuttavia, se quell'atleta avesse avuto maggiore cultura e velocità di comprensione avrebbe compreso e risposto ugualmente. In questo caso, due carenze personali hanno composto un caso molto divertente.
Quali sono le conseguenze sociali più immediate dell'errore?
Per gli stranieri sono relativamente scarse, appunto perché la persona non di madrelingua viene generalmente accettata con tutte le imperfezioni e con l'accento che si porta dietro. Quando esso fa sorridere può perfino diventare un suono proverbiale. Le questioni più delicate sono sempre all'interno delle lingue nazionali per gli errori dei madrelingua. Qui le conseguenze sociali sono molto rilevanti, e lo sono in tutti i paesi e in tutte le lingue del mondo. In inglese così come in italiano già l'accento serve a dare una provenienza e spesso perfino una classe sociale. Oggi più che mai. Una persona con un certo grado di istruzione e stabilmente inserita nel mondo del lavoro tende ormai sia a un'assenza di accento sia a una frequenza 'zero' di errore nella lingua madre, cioè tende a non farne più. Si hanno tuttavia casi in cui una persona frequentemente esposta ai mezzi di comunicazione ne commette in quantità quasi 'industriale', e la cosa finisce per emergere proprio per via di quella tendenza 'zero' che è data dall'istruzione ormai sempre più generalizzata. Il risultato è molto penalizzante, perché espone il soggetto a un giudizio ormai a disposizione di tutti (cosa che sarebbe stata impensabile appena quarant'anni fa, quando il numero di laureati era molto inferiore a quello odierno e la televisione non arrivava neppure in tutte le case).
Quali persone la utilizzano molto bene?
Nessuno tra i politici, perché in quel settore la strumentalità prevale sulla autenticità. Difficilmente si può ascoltare un discorso interamente chiaro da un deputato o da un senatore della Repubblica (abbondano le circonlocuzioni, le frasi a effetto, le metafore errate ecc.). Utilizzano male la lingua anche i conduttori televisivi perché la fretta e le esigenze di rappresentazione rapida non permettono una aderenza perfetta dominio-relazione, così che quando il conduttore è abile nella improvvisazione si ha un ottimo indice di combinazione interna in presenza di un dominio esterno ridotto all'osso (perché la persona padroneggia un suo vocabolario tipico e raramente fa escursioni altrove); viceversa quando il conduttore ha meno risorse di partenza dà ottime prove nella imprevedibilità dei termini ma combinando in maniera assolutamente indecente le singole parole usate. Fanno storia a parte, in questo settore, i conduttori radiofonici. Questi, dovendo vivere e far vivere il mezzo di sole parole, hanno generalmente una relazione eccellente con la lingua a prescindere dalla cultura. In generale, diciamo che la lingua migliore in senso globale è sempre quella utilizzata dagli attori nelle interviste e nei programmi di pura conversazione, perché è quella che più riesce a combinare il livello 'alto' con quello 'basso'.
Però, tornando all'errore, non si può neppure pensare a una società che ne commetta troppi.
Ma l'errore è compreso in tutte le nostre attività quotidiane. Vorremmo scrivere '100,000' nel modulo bancario e invece ci scappa '10.000'. Vorremmo mettere la chiave nella tasca del cappotto e invece la mettiamo in quella dei pantaloni (col risultato poi di non trovarla immediatamente), Vorremmo mandare un messaggio di auguri e invece nel messaggio scappa una parola che viene interpretata in un'altra maniera dall'interlocutore. Questi sono gli errori che capitano a tutti e che influiscono in maniera più tangibile nella nostra vita. Allora noi diciamo che tutte queste evenienze sono anch'esse un 'segreto' del mondo in cui viviamo, cioé esplicano comunque una loro funzione. C'è perfino chi attribuisce un significato 'magico'.
Perché un segreto?
Perché accadono in base a motivi che non conosciamo (mai preventivamente, e in parte neppure dopo).
Un segreto rispetto a chi?
Un segreto rispetto alla conoscenza dell'uomo. Significa che non sappiamo né perché né come si verifichino questi errori. Non a caso per tanto tempo si è utilizzato il termine 'parte inconscia' della nostra personalità. Però, che significa parte inconscia? Il termine 'inconscio' dovrebbe definire un atto o un pensiero della non-coscienza. La coscienza umana dovrebbe allora avere per oggetto qualcosa che è minus quam rispetto ad essa. Come si fa allora a 'conoscere' cioè a costruire il concetto (=cum+capio, abbracciare con la nostra mente) di qualcosa di cui non si è coscienti? O non esiste oppure se esiste è semplicemente 'mistero', cioè un concetto impossibile a conoscersi (e che tra l'altro si opporrebbe al pensiero umano, in quanto mancherebbe una connessione con l'attività psichica).
Perché mancherebbe questa connessione?
Perché basterebbe esercitare un'attività cosciente e vigile, cosa più che possibile, su tutte le nostre azioni. Basterebbe ridurre le giornate ai fenomeni esclusivamente biologici e alla sopravvivenza e non si avrebbe alcuna attività inconscia. Stabilire un campo separato è dunque un fenomeno esclusivamente 'culturale', cioè una finzione. E da questa finzione culturale purtroppo è derivata una deviazione dai normali presupposti della ordinaria coscienza, che non può concepire dentro di lei una ordinaria incoscienza.
Ma allora come si fa a mantenere una teoria conservando comunque l'esistenza di atti involontari?
E' molto semplice. Si concepiscono gli atti 'involontari' come facenti parte anch'essi della coscienza (non promananti dunque da un'incoscienza come fonte originaria). Si pensi al fatto che è soltanto dopo che noi diciamo 'mi è scappato' oppure 'non so perché, ma mi è venuto'. Però lo abbiamo fatto, e questo è ciò che conta. Quando si parla, ad esempio, non esiste una separazione tra un livello conscio e uno inconscio: il soggetto parla e basta.
Ma allora i lapsus... e le distrazioni, gli impulsi automatici?
Sono tutte cose che ci danno una informazione, abbiamo detto. Allora come fa a dare una informazione un campo della attività psichica non conoscibile dalla attivita psichica medesima? Sarebbe come dire: 'Signori cari, questa azione non derivava da me, io non posso assumerne le conseguenze'. Sarebbe molto bello e comodo (e letale per l'etica, perché ciascuno potrebbe dire 'non me ne sono accorto'). E da chi derivava allora? Chi ha detto la frase?
Ma su quell'80% cosa possiamo dire?
Questa percentuale riguarda soltanto la possibilità combinatoria. Si tratta di una media in un contesto urbano e molto acculturato: una persona molto istruita o un fanatico del dizionario può arrivare anche leggermente al di sopra, ma ci sono anche analfabeti che non riescono a combinare al meglio più di 4 frasi su 10.
Esempio numero 1. Mi viene servito un caffè già zuccherato e me lo si dice appositamente. E' una cosa inusuale per il cliente di un bar, che riceve lo zucchero da un recipiente esterno oppure lo versa dalle bustine sul banco. Ebbene, qui neppure i madrelingua utilizzano mai le enormi risorse possedute dal dizionario. La singolarità della situazione imporrebbe almeno l'ironia o il paradosso linguistico. Tuttavia quasi nessuno ha in quel momento tale prontezza di spirito e ci si limita a dire: 'Ma vuole scherzare?', oppure si fissa il cameriere del bar e si dice: 'Ma non può darmene uno senza zucchero che poi me lo metto io?'. In questi casi avviene un fenomeno ancora sconosciuto ai manuali di lingua. Il dominio viene ovviamente monopolizzato dall'espressione più probabile (che in questo caso è la seconda) senza che l'indice di relazione vi partecipi, cioè senza una fusione interna apprezzabile.
Perché avviene questo?
Questo avviene perché il fattore 'sorpresa' inibisce parzialmente il dizionario posseduto dal singolo soggetto, con la conseguenza che la frase emessa - istintivamente - deve essere quella più perfettamente comprensibile alla controparte che ha causato quella sorpresa, e questo ovviamente riduce la complessità sintattica. Se il cliente dicesse immediatamente al cameriere una frase molto fine come: 'Lei sta uccidendo il caffè e il suo bevitore' non si avrebbe alcuna garanzia di esprimere la sorpresa o un eventuale rimprovero, e per di più non si avrebbe la sicurezza che l'altro possa comprendere.
Esempio numero 2. Ho chiesto allo sportello della stazione di avere un biglietto di andata per il treno Milano-Genova. L'impiegato mi dice: 'Ecco qua, sono 150 euro'. Questa è una frase che naturalmente implica un ampio ventaglio di soluzioni da parte mia. Esistono almeno dieci ordini di reazione possibili. Eppure anche qui notiamo come la frase più probabile è: 'Vorrà dire 15... euro'. La lingua va dove la situazione vuole, insomma. E questo non è molto confortante per i parlanti.
Perché?
Perché questo significa sia una scarsa evoluzione del genere umano nei rapporti sociali (la situazione potrebbe accrescere l'umorismo dei due soggetti, potrebbe suggerire delle libere variazioni ecc.ecc.) sia una padronanza e una utilizzazione dello strumento linguistico ancora carente. Le informazioni più utili sono sempre quelle caratterizzate da imprevedibilità. Un universo linguistico con probabilità unidirezionali, cioè senza reale concorrenza tra le diverse parole, sarebbe un campo che nella sua totale prevedibilità darebbe origine a una lingua nazionale amorfa e poco evolutiva. Un conto è la sintesi, che è un dono posseduto da una parola rispetto al suo concetto, un conto è l'uso esclusivo rispetto a un singolo concetto. Dunque, più il dominio è imprevedibile più l'universo dei parlanti è interessante, anche a prescindere dal singolo che lo utilizza.
Perché ci si vergogna poi dell'errore che facciamo?
Perché in quel momento operiamo una proiezione col nostro cervello. L'errore linguistico dovrebbe rimanere in teoria una anomalia nel nostro rapporto 'interno' con la lingua, perché nel momento in cui parliamo stiamo vivendo un'azione con questa e basta. Il problema interviene nel momento in cui una persona suppone che esso penetri negli altri, ma chi parla non è davanti a una corte o a un tribunale, per cui il supporre che l'altro ci stia giudicando - con effetti puramente immaginari - è un pensiero aggiunto e non sempre veritiero.
Ma allora che rapporto c'è tra l'errore e la volontà?
Attenzione, l'errore non si vorrebbe mai. Nessuna persona direbbe 'lasciatemi sbagliare', proprio perché il cervello adempie in quei momenti a una funzione sociale, e in questa funzione sono compresi il 'fare bella figura', il 'mostrare una certa padronanza della lingua', il 'tenere una conversazione'. Però, capita. E' da qui che parte la nostra analisi, cioè da un fatto oggettivo che accade a prescindere dalle reali intenzioni della persona. Noi incontriamo la lingua, prima ancora di incontrare l'altra persona. Ogni singola emissione è una miniera di atteggiamenti, di aggressioni, di contrazioni, di miracoli, di cadute che dovrebbe essere attentamente studiata. Errare è normalissimo ad esempio quando veniamo colpiti da una persona o siamo davanti a uno scenario stupefacente, perché siamo quasi bloccati e non abbiamo una padronanza di ciò che esce dalla nostra bocca (tanto è vero che diciamo 'rimanere a bocca aperta').
Molto diverso è il fenomeno di chi parla facendo un'analisi ed è molto convinto della sua tesi in contrapposizione a un'altra persona. In questo caso il suo atteggiamento non è separato dall'emissione, per cui tenderà a 'difendere' gli errori, anziché a riconoscerli. 'Probabilmente devo essermi spiegato molto male', ripete molto spesso questo tipo di interlocutore, ma poi ripete il medesimo concetto seppure con parole diverse oppure dà la colpa all'incomprensione altrui ('Non potete farmi dire quello che non ho detto', e poi ripete il medesimo concetto arricchendolo di una variazione finale che lo modifica), o al precedente equivocare ('Mi scusi lei ha detto... e c'è la registrazione a testimoniare...'). Ho esemplificato come il nostro cervello reagisce a una difficoltà creata dall'esterno oppure dalla lingua alla stessa persona. E non è un reagire sano.
Perché?
Perché si reagisce in realtà soltanto a una propria proiezione mentale. Il pensiero degli altri non può quasi mai essere il nostro. Dunque ci rendiamo schiavi di quella proiezione. In questi casi si tende a pensare di avere un dovere anche nei confronti degli ascoltatori. L'ascoltatore medio, ad esempio, non è in grado di cogliere da un programma radiofonico tutte le sfumature messe in rilievo da questo sito. Per lui conta più che altro il gradimento, il fatto che il conduttore gli comunichi qualcosa.
Torniamo al discorso... perché in quei momenti il nostro 'io' prende una certa piega?
Questa piega dipende soltanto da un fenomeno sociale, cioè dal fatto che inserendoci in un contesto noi crediamo di dover corrispondere a determinati requisiti. Se fossimo liberi (come si può essere quando si è soli e non si parla con altri) saremmo molto più sciolti e incuranti.
E la lingua come interviene?
Interviene nella maniera più potente e più determinante. Manifesta noi stessi. E non c'è nulla che possiamo fare per ammaestrarla: se siamo in difficoltà esprimeremo frasi spezzate, contorte, vaghe, interminabili; se abbiamo un bel rapporto saremo chiari, concisi, diretti, esaurienti, bene articolati. Se addirittura siamo in stato di grazia comporremo poesie o costruiremo delle teorie scientifiche in base a studi fatti precedentemente. Nel nuovo richiamo che abbiamo ogni volta con la lingua (è un po' come se ogni volta componessimo nuovamente il suo numero di telefono per cercarla) potranno succedere cose mirabili o viceversa disastri, che saranno imputabili a entrambi, cioè all'essere parlante e a ciò che viene parlato. E' come se il mezzo appartenesse a una persona, come se lo attraversasse, come se lo invitasse. Sono relazioni reciproche a doversi stabilire. Non abbiamo scampo, nulla è più veritiero della nostra espressione verbale. Dovessimo essere attenti o vigili al 100% le parole o l'intonazione o una semplice sfumatura daranno un'informazione di noi all'esterno.
Ma allora come si può rimediare al pentirsi delle proprie parole?
Si può rimediare non facendo nulla per ritirarle. Diciamo dunque l'opposto di tutte quelle persone che difendono l'indifendibile solo per orgoglio. Ciò che viene detto ha già fondato il nostro essere e come tale va accettato, anche nell'errore. Siate sinceri!!!
Questa pagina, i cui contenuti risalgono a scritti dell'autore del dicembre 1999, fu aggiornata per l'ultima volta il 2 luglio 2003 - Ripubblicata con leggere modifiche il 26 febbraio 2005