Ai ragazzi, dopo una cerimonia o dopo la 'prima volta' di qualcosa gli adulti - erroneamente - chiedono: "Eri emozionato?". Oppure, prima ancora dell'occasione, affrontano l'argomento avvertendo 'di non emozionarsi troppo'. Erroneamente, perché in questo mettono in inutile allarme. La cosa più bella sarebbe registrarle quando ci sono, quando salgono dentro il corpo. Ma farlo a posteriori, basta. Altrimenti saremo bloccati, o avremo una preoccupazione che ci impedirà di essere liberi al momento di agire. Il termine è legato spesso al debutto di qualcuno, perché si suppone che funzioni in lui una specie di 'blocco psichico' della prima volta. Dicendolo, però, è come se volessimo provocarlo o (cinicamente) vederlo nell'altro. La cosa più giusta sarebbe che lo dicesse lui, spontaneamente, quando davvero l'ha sentita. Sì, perché ci sono quelle al plurale e sono le emozioni genericamente intese di cui parlo nella colonna a destra. E c'è poi quella rigorosamente al singolare, di chi appunto sottolinei un'occasione impegnativa in cui il singolo abbia provato 'emozione' a trovarcisi. In nazionale hanno convocato un giovane di 20 anni e dopo averlo visto giocare malino i cronisti diranno che ha provato l'emozione del debutto. Cosa vera solo in parte. E' comunque difficile dire dall'esterno, perché soltanto la persona stessa sa se qualcosa ha giocato in quel senso.

Sono casi in cui, al contrario delle emozioni forti di cui parliamo a destra, sarebbe conveniente che il singolo avesse una freddezza e un autocontrollo tali da restare perfettamente padrone di sé. Questa accezione, dunque, non considera le emozioni come un valore da 'uomini di vita', ma piuttosto come causa di un impedimento psichico. Anche nei confronti di un giovane che viene chiamato a presentare una grande manifestazione alla Tv - in caso di prestazione deludente - sottolineano sempre il fatto che nella prima serata fosse bloccato dall'emozione. In questi casi, però, non si usa mai il verbo. A un adulto non si domanda più 'se si è emozionato', ma semmai perché 'era così emozionato'. C'è una differenza sottile, che sta nel fatto che il verbo reca l'imbarazzo vero e proprio molto più dell'aggettivo o del semplice participio passato. Tuttavia, esso contiene pur sempre la doppia accezione che serve a preservarne la doppia natura. L'emozionarsi-1 è questo, cioé il fatto di aver provato imbarazzo e di non aver reso per quanto si poteva. L'emozionarsi-2 è invece quello più 'virile' delle cose forti, cioé il fatto di provare sensazioni nel fare una certa cosa. In questo caso, la persona stessa avrà un piacere speciale nel riferirlo e così dirà magari che il thriller al cinema dava brividi e che si è emozionato. Gli adulti, oggi, si avvicinano di più a quel terreno di scetticismo e di pruderie che è proprio dei linguisti di cui parlo a destra. L'attuale premier italiano, ad esempio, confesserebbe difficilmente vere e proprie emozioni all'infuori di quattro o cinque cerimonie internazionali da lui presiedute (Europa, Nato, incontri con presidenti). In genere, gli uomini in età adulta le ammettono per il giorno in cui vedono di avere un erede dopo il parto della moglie. Le donne adulte non ne hanno quasi più, se si fa eccezione per avventure/storie improvvise che le fanno innamorare di un uomo in un modo che non avrebbero mai immaginato.

Tutte queste annotazioni ci dicono che il concetto conserva qualcosa di giovanile. E' naturale che sia così, perché il corpo dei giovani ha ancora cellule molto vive e molto disposte ad emozionarsi. Perfino quando lo si dichiara, l'emissione ha un che di gergo, di lingua giovanile. Se poi è molto frequente, disturba anche. Quello che dovrebbe funzionare è il contesto. Se se ne parla 'pour cause', quando se ne deve parlare, l'interlocutore ha un minimo di attenzione. Se si esagerasse nella frequenza, si cadrebbe nel solito vizio dell'inflazione perché allora non si capirebbe più quando è vero e quando no. Piuttosto, c'è da dire che il riflessivo suona meglio del verbo attivo. In tutti quei casi, infatti, chi ne dichiara qualcuna necessariamente lo usa al riflessivo perché lo dice per sé. L'uso all'attivo sembra invece abbastanza presuntuoso, da parte di chi lo dice. Se uno dichiara di avere emozionato un altro, siamo portati a ritenere che sia un pochino vanaglorioso. Difatti si dice poco. Un brutto verso fu appunto quello della canzone di Giorgia, 'Come saprei'

Come saprei richiamare gli occhi tuoi incollarli ai miei emozionando sempre più

Quando lo sentii per la prima volta pensai proprio che era molto brutto, sia perché sembrava eccessivo sia perché anche metricamente non cadeva perfettamente in quel passaggio. Poi c'era anche un fatto di adeguatezza. Il transitivo, usato come in questo caso, diventa davvero qualcosa di molto indefinito. Se già lo stesso soggetto che sente non sempre può essere certo di quel che accade dentro di lui, tanto meno può esserlo da fuori un'altra persona. Anche linguisticamente, impossibile ad esempio pensare che qualcuno possa chiedere al partner 'se lo ha emozionato' 2 ore prima, durante il rapporto sessuale. Suona poco.

Una canzone successiva di Battisti, degli anni '80, era ugualmente molto brutta nel passaggio in cui l'autore del testo aveva posto un 'emozionarsi' in prima persona. In generale, le emozioni si sentono per settori specifici in cui il singolo si sente attirato. Si emoziona per il sesso colui che ha una predisposizione per il sesso. Si emoziona per un francobollo raro chi ha una passione per la filatelia. Diciamo quindi che l'emozione più vera dovrebbe essere quella del 'campo riservato' per chi è cultore di quel campo, fermi restando sul concetto che la lega a un minimo di passione. Bisogna avere passione per emozionarsi. Soprattutto, occorre essere ancora 'uomini', non essere 'morti' come molte persone di cui ho parlato in questo sito.

Le emozioni estreme (ecco un aggettivo molto in voga negli ultimi anni) derivano proprio da situazioni estreme, in cui il singolo viene messo pubblicamente in imbarazzo oppure apprende una notizia che gli dà una gioia molto grande e la esprime in qualche modo. La conseguenza più comune nel primo caso è il brivido. Un esempio potrebbe essere uno scherzo molto pesante. Il programma-Tv che ne ha organizzato per anni ai personaggi noti, tra gli altri, ne combinò di molto duri. Ricordiamo un attore che, all'uscita dal suo garage, si trovò davanti a una tigre. Rimase immobile, per almeno sei-sette minuti, in preda a un blocco che gli impedì perfino di adottare una strategia davanti all'animale. Si usa accoppiare queste circostanze all'adrenalina. La conseguenza più comune nel secondo caso è l'esultanza, che si esprime trasferendola negli altri in baci e abbracci.
L'autore, nella sua vita, non ha mai trasferito sugli altri una sua improvvisa gioia. Per me, avere una gioia significava alcune cose molto precise. Un modo di esprimerla fu sempre quello di andare in edicola e acquistare qualcosa come 90.000 lire di giornali oppure in libreria 300.000 lire di libri recenti. Un altro modo - ancora più adrenalinico - fu il partire improvviso per una località all'estero, senza alcuna prenotazione e senza mete predestinate. Più difficile, per tutti, esprimerla nel sesso perché comunque occorre un partner che la provi in compartecipazione (e sia disposto a farlo, in quel momento). Molti - stando a quello che dichiarano - la esprimono sul cibo, mangiando (soprattutto alcune cose in particolare). In generale, diciamo che non siamo molto esperti in questo 'saper dare al corpo'. Se l'essere umano di 2000 anni fa non aveva emozioni, è anche vero che quello di oggi non è molto addestrato per sentirle e amministrarle nel modo dovuto.

Le emozioni esistono, ma potrebbero non aver procreato

Noi viviamo tempi in cui si discute di 'fecondazione eterologa', e questo sembra appunto il caso. Se infatti usassimo la parola 'emozionale' in italiano avremmo come una filiazione da un diverso utero, perché la parola fu covata nell'idioma anglosassone (in cui suona) ma non in quello italiano. Se è lecito nutrire desideri di figli che non abbiamo in un campo familiare altrettanto può esserlo in un campo linguistico, poiché quel suono ci manca e avendolo visto altrove lo importiamo. Il processo non ha una licenza, cioé chi operi questo tipo di trapianto - non dovendo passare per un'accademia o un'autorizzazione da parte di alcuno - agisce in libertà, con tutte le conseguenze del caso. Le conseguenze sono il fatto che altri - gradendo la cosa - possano replicare e diffondere nella lingua quel suono trapiantato.

Molti secoli fa, il travaso operava in maniera automatica e generava di tutto un po'. Si vedevano equivoci, malintesi sul concetto, false repliche, false amicizie e (con Dio abbiamo visto) disastri universali. Arrivava 'attuale' come 'actual' (l'attual avrebbe avuto meno altezza ed eleganza in inglese) ma quelli anziché pensare a 'ciò che è di attualità', cioé di questo momento, ritennero di assegnargli il dominio 'effettivo, pratico' perché la base per loro era l'act, cioé quello che da semplice intenzione si trasforma in atto pratico. E così 'actual' sarebbe stato quello che si traduceva in atto, cioé la cosa effettiva. Siccome i fenomeni si estendevano, tutti (i parlanti lingua inglese) si convinsero dall'inizio che 'actual' fosse quello e anche i dizionari ne presero atto fissando definitivamente la regola nell'uso. Quello che per noi è 'attuale' in lingua inglese divenne 'current' (anche noi lo avevamo, ma in versione più limitata e in tempi moderni sempre meno usata). Poi, succedeva anche che ciascuna parola generasse derivati nel suo campo, che abbiamo definito come 'dominio'. Ma se li generava in una lingua, non automaticamente lo faceva nell'altra. Se in quest'altra uno cominciava ugualmente a dirlo magari la parola circolava, nel senso che alcuni la ripetevano (e altri no). Il ripeterla di una certa parte dandole un uso valse comunque a fissare una esistenza di quel termine, per un certo concetto. Qualcuno, secoli fa, avrebbe sorriso ad esempio a sentire in inglese 'momentous', utilizzato in senso di aggettivo per 'importante'. Avrebbe detto: ma se è 'momento'? Magari non sapeva che il 'momentum' latino è il 'movimento', e a quella derivazione la lingua inglese restò poiché creò un aggettivo che significava 'di grande movimento, di grande peso' e così venne il 'momentous'. A momentous decision sarebbe stata una decisione di importanza fondamentale, una cosa campale. Vedete anche qui come non abbia senso ragionare passando dall'una all'altra, ma sia fondamentale calarsi nella mentalità di un idioma locale senza prendere pensieri dall'estero. In teoria, anche in italiano esiste tuttora un'accezione corrispondente in una cosa 'di grande momento', ma nessuno usa più l'espressione e quel che va in disuso - come sappiamo - prima o poi sparisce dai repertori.

Tornando al problema centrale, esistendo comunque libertà, ancora oggi una persona che ha acquisito un termine di un'altra lingua potrebbe teoricamente impiantarlo nella propria in casi in cui non trova immediatamente una parola interamente adeguata. L'aggettivo 'emotional' risponde per l'appunto all'occasione. Torniamo indietro, per capire come nacque una parola così bella (che ha attualmente un grande successo, poiché a tutti più o meno piace dire di avere avuto emozioni da un film o da una situazione di vita). Siamo ancora e sempre al latino, verbo 'movere'. Da questo si ebbe la 'mozione', che se non divenne sempre quella estrema degli affetti fu comunque 'ciò che muove dentro', 'ciò che smuove anche una persona arida'. Si sentì mosso da... Paola sentì un moto di simpatia per... Sempre moto, insomma. Da quello venne l'emozione, che fu però una cosa tarda e dell'era moderna. Nessun uomo del Medioevo conosceva l'emozione, perché erano appunto rinchiusi e imprigionati in quelle illusioni cristiane del raccoglimento e della preghiera, cose che non avrebbero mai generato emozione. Quest'ultima viene semmai dai brividi, da uno stato di agitazione, da una frenesia del corpo, da un mettersi in campo, da un farsi attraversare che i mistici passivi del Medioevo e i Cristiani non avrebbero mai concepito. Dunque, l'emozione si fece strada in epoca moderna e non senza difficoltà. Da essa apparve infine anche l'emozionare/rsi. Attenzione, perché qui viene il bello.

Ricostruire il cammino fatto da questa parola, con tutti i suoi derivati, è veramente emozionante. La parola esisteva soltanto in potenza, rimase nell'aria per tanti secoli senza entrare nell'uso. Perché? Perché era troppo forte, non era adatta a rappresentare moti dell'anima (che sarebbero stati angelici) e neppure sentimenti (poiché questi erano cose belle e nutrite, non propriamente moti in una fisiologia che per secoli non ebbe idea precisa del moto in fisica). Proviamo a metterci direttamente in un'epoca, 1892. Circa 112 anni fa, esattamente quella da cui parte la mia pagina 'note' dove descrivo la vita delle famiglie tra il 1800 e il 1900. Nel dizionario della lingua italiana, questo termine è recentissimo, è appena entrato. Come viene definito? Vediamo.

EMOZIONE. Commozione, specialmente di leggera entità.

Insomma, era qualcosa più al confine con il leggero malore o malessere. Diremmo ancora meglio 'turbamento passeggero'. Da dove veniva? I dizionari e i linguisti dissero all'unanimità che veniva dalla Francia. "Comment c'est-il que c'est à nous, avrebbero detto i Francesi, si nous avons l'émouvoir?'. E in effetti era così. Il verbo ordinario era 'émouvoir', che già esisteva da secoli per dire 'mettere in agitazione, turbare'. Ma allora cosa era successo? Era successo appunto una specie di gioco miracoloso della lingua. Pur avendo quello, la lingua francese dalla metà del secolo XIX° cominciò a dire '(s')emotionner', da cui anche derivati come 'emotionnant' e per i deboli 'emotionnable'. Si faceva, timidamente. All'inizio, le parole nuove non sono altro che tentativi. E fu dalla lingua francese che il verbo migrò anche nella lingua italiana. Cose astronomiche, per l'epoca. I linguisti di quell'epoca rimasero perplessi, poiché sembrava nient'altro che un calco dettato da esterofilia e per di più senza grandi motivazioni dato che da noi si aveva già il turbamento, l'agitazione, la commozione. L'uomo medio, nel 1890, avrebbe detto: "Cosa ne facciamo di questa parola? Cosa intendete dire?". La vita era abbastanza misera, si viveva in famiglia, non si andava né all'ottovolante né sui Boeing, non esistevano apparecchi di trasmissione e neppure la radio. La parola, comunque, entrava lentamente e si impossessava di una certa parte di dominio. Di quale parte? Questo era il problema. Chi scrisse i dizionari di quell'epoca fu certamente in difficoltà, in presenza di scarso uso. E così aggiunse cose personali, che miravano a un understatement (qui abbiamo visto la 'leggera entità'). Ora facciamo un salto e andiamo a vedere come nel 1935 un dizionario classico come il Tommaseo la definisce.

EMOZIONE. Si dice, ma non bene, per moto, movimento, commozione e più specialmente in senso morale. Impressione viva, Affezione, Tenerezza, Turbamento.

Insomma, ancora in epoca fascista la parola è quasi tabù. Gli stessi dizionari ne parlano in termini pudichi, affermando che sia una derivazione non proprio corretta e la sconsigliano. Attenzione, non esiste il verbo. Nel 1935, il verbo 'emozionare' con il suo riflessivo non sono nemmeno schedati in dizionario. L'uso? Beh, non lo dice quasi nessuno. Esce qualche rara volta sui giornali, in articoli un tantino pretenziosi del solito giornalista in vena di arditezze. Ma chi legge non ne ha ancora un'idea precisa e pronta per l'uso. In quest'epoca, servirebbe al massimo per descrivere una commozione leggera e passeggera. Ancora un piccolo salto, per andare al 1956. Prendiamo il Mestica.

EMOZIONE. Voce presa di peso dai Francesi. Chi vuol parlare e scrivere italianamente non usi 'emozione' e tanto meno 'emozionante' per commovente.

Visto? C'era poi l'emotività, ma era una piccola variante al limite del patologico esistente per definire soggetti deboli e facili al pianto o al commuoversi. Ma anche questa doveva ancora farsi strada. Perché erano così critici? La risposta parte da una semplice constatazione. La vita, fino a quell'epoca, non riservava quel concetto che poi si sarebbe utilizzato per intendere 'emozioni' come lo intendiamo oggi. Non presentandosi in realtà, quel moto non poteva trovare uso e applicazione presso gente che non era abituata ad allargarsi troppo dalla routine. Questo serve ancora una volta a dire quanto diversi fossero gli uomini appena 50 o 60 anni fa. Coloro che sconsigliavano l'uso di questo termine erano comunque 'ammirevoli', poiché cercavano di mantenere intatta e pura una lingua che a loro pareva corrompersi. Il ragionamento era più o meno il seguente. Il moto diede già il commuoversi e la commozione. Abbiamo poi tutti quei sinonimi. Visto che è venuto dalla Francia, anche se potrebbe suonare pure da noi, non siate esterofili, non fate gli originali. Del resto, basta l'avverbio 'italianamente' (oggi non lo usa più nessuno) per dirvi quanto diverse fossero le teste di allora. Allora, arriviamo comunque al problema fondamentale. Quando è che si stabilizzano le 'emozioni' e l'emozionarsi' in italiano? Nascono nei cicli in cui per le prime volte si hanno davvero emozioni. Si cominciava a suonare rock, si facevano entrare quei suoni nelle case con il grammofono, si acquistavano auto sempre più veloci ecc.ecc. Il nostro corpo entrò davvero in un'era che rendeva legittima la creazione - sia interiore sia esteriore - di 'emozioni'. Diciamo dunque che l'emozione, con il significato col quale la intendiamo noi oggi, prese altezza e poi diffusione a metà anni '60, durante l'Empireo. A quel punto si accaparrò un dominio talmente alto da ricoprire in parte anche territori altrui. Colui che si emozionava a leggere un libro o a vedere un film non era più un debole o uno psicolabile, bensì uno che aveva attrazione per le cose forti e provando interesse per un'opera d'arte sentiva 'emozioni'. La diffusione vera e propria cominciò ancora e sempre dalla vita quotidiana, e così il termine cominciò ad apparire nei rotocalchi, nelle interviste. Un grosso lancio lo ebbe dalla canzone di Lucio Battisti. E siamo nel 1970. Il 1970, più di tutti, rese presente verbo e sostantivo perché era appunto un anno portato per le cose spinte, per penetrare, per dare brividi con sesso e droga (vedi descrizione nelle Annate). Il brano di Battisti portava la parola proprio nel titolo e aveva un testo tanto cervellotico quanto ardito, per l'epoca.

E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire, e stringere le mani per fermare qualcosa che è dentro me, ma nella mente tua non c'è... capire tu non puoi... tu chiamale se vuoi emozioni...

Difatti lo Zingarelli (una vera autorità nel campo) lo registrava già col suo significato odierno nella edizione 1970:

EMOZIONE. Sentimento accompagnato da attività motorie e ghiandolari. Impressione o turbamento vivo e intenso (es. andare in cerca di emozioni)

Visto che salto in appena 14 anni, dal 1956 al 1970? Ecco l'uomo contemporaneo. Come si vede, non ha più nulla a che vedere con le religioni e il 1970 comincia a dirlo a chiare lettere. Un suo 'sentire' viene infatti definito con una spiegazione finalmente fisiologica, non su base generica come la commozione o il semplice turbamento. Ghiandolari... ecco addirittura il sistema endocrino. Altro che santi! Altro che ascese al cielo! Sentite come è chiaro quel testo, nell'elencare attività all'infinito:

Sdraiarsi sopra l'erba... ascoltare... domandarsi... uscire nella brughiera... ritrovare se stesso... parlare con un pescatore... ricoprire di terra... prendere a pugni un uomo... sapendo che... chiudere gli occhi...

Gli infiniti pongono l'azione in uno stato sospeso, potenziale. E' un uomo alla ricerca, che prova sensazioni da attività fatte tutte col suo corpo. Ecco la novità. Si risvegliano finalmente gli organi, l'attività cellulare. Il corpo si sposta sul territorio per 'sperimentare' varie cose nell'intento di scoprire cosa si prova a farle. E' l'uomo contemporaneo, l'ingresso - anche nei testi - in un universo terreno e terrestre. I testi cominciavano ad accogliere la descrizione di sensazioni che fino a metà anni '60 erano state generiche 'dichiarazioni d'amore' o 'ritornelli innocenti'. Dal 1965-66 si cominciò a comporre cose più 'forti' animate da parole che dilatavano il discorso entro un tempo continuato e lungo percorsi articolati. Fu solo in quest'ambito che presero altezza le emozioni. Lo Zingarelli registrava, per la verità, anche 'emozionale' ma solo nella sua unione con 'stato'. Ma l'aggettivo non si usava, comunque. Si può dire, dunque, che l'aggettivo 'emozionale' non è mai esistito in lingua italiana, oltre lo stato potenziale di ciò che in natura è esistente ma non ancora in atto nel senso pieno del termine.

Il successo dell'emotional

In inglese? La storia dell'emozione, in inglese, è abbastanza simile nel procedere. Anche lì esisteva ma ebbe poco uso fino ai primi anni '60. L'inglese, tuttavia, non accolse lo stesso esorbitante dominio che avrebbe avuto da noi. Le ragioni sono sia linguistiche sia di contenuto. Dal punto di vista linguistico, ha sempre avuto più gergo. Lo 'slang' serviva già a dare una barca di sinonimi del verbo. Come contenuto, poi, la lingua inglese fu quasi ironica nel creare un 'emotionalism' (conio sconosciuto nelle lingue romanze), col quale pareva deridere chi fa troppo affidamento proprio sul sentire emozioni ('emotionalist'). Questo vuol dire che fu più prudente e scettico. Le emozioni erano presenti, ma ebbero meno estensione e restavano termine più neutrale e scientifico. Del resto, l'emozionare era il 'to stir', cioé il suscitare qualcosa nelle persone. L'inglese conservò molto più delle romanze il 'move', cioé l'originario latino. Il verbo 'emozionare' non trovò così terreno nella lingua inglese, anche perché un ipotetico 'to emotion' non suonava. In caso contrario, la lingua lo avrebbe assunto senza difficoltà perché nessuna lingua come questa ha creato verbi (pensate soltanto al 'to freelance'). Prese altezza, però, l'emotional, che ebbe un enorme successo nelle ultime generazioni circolando dai primi anni '70 molto più che in precedenza. Diventarono 'cartoline frequenti' della vita quotidiana un emotional impact, una emotional crisis, un emotional appeal to the audience. In questi casi, l'aggettivo prendeva in fondo un dominio accresciuto dal fatto di assorbire in parte quello che non si era creato per via della mancanza di 'emozionare'. Ma in questo uso molto esteso dell'emotional l'inglese non fu comunque imitato dalle altre. Ecco dunque un caso in cui il suono risultava più felice in una lingua che nelle altre. E questo ebbe conseguenze nell'uso.

Ma perché 'emotional' rende bene in inglese? Perché è sintetico. E' una felice sintesi di quello che è dovuto a sbalzi o cambiamenti interiori che rendono il nostro 'emotivo' o anche il semplice 'interiore' con una maggiore altezza. Quando noi diciamo 'emotivo' oggi disprezziamo un pochino, poiché diciamo che la persona è troppo soggetta a quegli sbalzi e si fa attraversare troppo da attacchi esterni. Diciamo dunque che non abbiamo in italiano un corrispondente dell'emotional. Qui inizia la discussione vera e propria, originata da questo caso. Un giornalista, dovendo definire un robot che ha anche sentimenti e reazioni umane, ha usato l'aggettivo in italiano. Possiamo tentare un emozionale anche da noi intendendo più o meno quello che intendono in lingua inglese, cioé 'atto a costituire/venire da/suscitare emozioni'?

Qui ci sediamo e ragioniamo un pochino. I derivati da 'emozione' non piacquero ai linguisti, fino a tutti gli anni '50. Perché? Perché erano pretenziosi. Quando noi diciamo 'avere una crisi' è abbastanza ridondante ed eccessivo definirla come 'interiore' (conoscete una persona con crisi esteriori?). Quando diciamo 'essere colpiti da un film' è un pochino 'parlarsi addosso' dire di averne avuto un'emozione profonda. Quando noi diciamo 'avere sobbalzi in ottovolante' è al contrario un poco riduttivo farne una serie di emozioni. Questi esempi dimostrano che comunque i derivati di 'emozione' restano in un territorio vago, poco preciso e abbastanza millantato. In fondo, noi diciamo di averne avuto quando ci piace dirlo e utilizziamo la parola quando vogliamo squalificare qualcosa o qualcuno (Un attore che non mi dà alcuna emozione). In frasi come quest'ultima, sembra abbia più peso il fatto di registrare un mancato impatto sul sé da parte dell'esterno, cosa che però non costituisce giudizio tecnico (un altro potrebbe replicare che la recitazione di quell'attore era sublime, e l'attore stesso potrebbe dire: "Che m'importa se tu non hai avuto emozioni?"). Insomma, ridotto il termine alla sostanza diremmo quasi che è una cosa di moda, indubbiamente efficace, ma con contenuto poco verificabile. Questo vale per tutto il dominio delle emozioni. La catalogazione 'soggettiva' spinge la parola in un dominio un pochino pretenzioso, che parve 'indefinito' ai puristi della lingua. Si temeva probabilmente che la parola stessa debordasse in un facile uso, cosa che infatti oggi si verifica quando i giovani vogliono dare importanza a un loro discorso e dicono che un'esperienza o una lettura ha dato o non ha dato emozioni. Tuttavia, noi parliamo in un universo che già ha accolto questo dominio, con una sintesi che nessun'altra parola possiede per quel concetto. Qui dobbiamo comunque discutere. Una canzone può piacere. Ma se dà emozioni all'ascolto, pare abbia qualcosa di più. Si pensa infatti che i suoni penetrino di più nelle membra e attraversino le nostre cavità dando sensazioni di piacere simili all'orgasmo.
L'emozionale ha lo stesso effetto? No, perché non suona e non c'è niente da fare. Se anche mi mandaste dei messaggi che contestano questa mia idea, io mi sento certo del fatto che l'aggettivo non decolla nella nostra lingua. Il suono va bene, al limite, nel caso di 'traumatologia'. Se noi diciamo che il paziente ha avuto un buon decorso della malattia e ha superato lo stato/l'impatto emozionale derivato dall'incidente stradale la parola ha un senso preciso. Se noi diciamo che il livello emozionale del nostro ascolto di quel disco era flebile (anche se è un brutto uso) può ancora significare qualcosa. Negli aspetti della vita pratica e come concetto di estetica invece non sale. Se poi accoppiamo l'aggettivo con un robot intenderemo dire che esso gode dell'universo sensoriale umano, ma allora c'erano altre parole possibili. Si poteva dire 'robot umanizzati', oppure 'robot sensibili'. In sintesi, l'espressione 'robot emozionali' vuol dire poco o nulla proprio perché l'aggettivo non è sinonimo di 'manlike'. Se è robot, si presume già che compia operazioni che facciamo noi (altrimenti sarebbe un manichino e basta). Che poi abbia 'feelings' non è possibile, perché non sarebbe più 'robot'. Ahimè, io sto per terminare la pagina con l'impressione di dovervi dire che anche quello era un errore. Vorrei però dire qualcosa in più.

Nel completare la pagina, non posso esimermi dal ridomandarmi ancora una volta cosa sia una emozione. Alla fin fine, un pochino di ragione quei linguisti ce l'hanno. Noi andiamo a cercare l'etimologia e scopriamo i soliti difetti (addirittura un 'exmovere' latino, ma quando mai?). Per fare un discorso serio avrebbero dovuto sintetizzare in quattro righe quello che abbiamo detto in questa pagina. In casi come questo il latino non c'entra nulla, perché a quell'epoca non si avevano emozioni nel senso di oggi. Le citazioni che si possono fare (i soliti Seneca, Cicerone ecc.) diedero al massimo immagini letterarie. Quando un termine nasce nell'uso soltanto in epoca moderna è inutile farlo risalire all'epoca della letteratura e della storiografia latina. Quando poi i linguisti sono incerti dicono sempre che è un latino tardo. Qui è difficile anche nel 700 o nel 900 d.C. immaginare, in epoche con Ostrogoti e Longobardi in Italia, che si utilizzasse un e-movere per significati interiori all'uomo. Ma poi da cosa sarebbe stato mosso l'essere umano se non da se medesimo? Allora non esisteva una teoria delle interrelazioni. Gli uomini aggredivano gli altri con armi o con locuzioni, ma non subivano emozioni al di fuori di dolori, svenimenti, collassi, ecc.ecc. Per arrivare all'amor cortese della letteratura, si passa ai secoli XII° e XIII° quando ormai il latino parlato era in netta minoranza rispetto al volgare. Sembra strano, eppure un'emozione vera e propria comincia ad aversi quando la medicina scopre veramente il cervello e il sistema nervoso.

C'era però la religione e si scriveva di cose filosofiche, proprio perché quel che non si conosceva era frutto di una speculazione intellettuale. Elucubrazioni. Il 'motus' latino fu soltanto la radice primaria di tutte queste cose, poiché si pensò di parlare anche di moti interiori e di mozioni degli affetti o dei dispiaceri, ma non è certo una discendenza etimologica vera. Oggi le emozioni esistono perché attorno a noi abbiamo un mondo diverso: proiezioni di immagini con contenuto patetico o comico, persone che ci procurano reazioni chimiche, premi Oscar o Nobel, locali in cui vendono migliaia di pubblicazioni a stampa che ci danno un certo impatto, articoli che ci fanno arrabbiare, ecc.ecc. Gran parte di noi tende però a conservarle dentro di sé, senza dichiararle esplicitamente. Proprio per questo ci si stupisce quando si vede una rabbia violenta di un individuo, che urla o getta oggetti contro un muro, oppure una grande euforia (oggi soltanto negli sport, dopo una segnatura o una vittoria). Ai 17 anni si comunicano al proprio compagno con SMS, ma ai 43 si è bell'e cotti e si fanno più che altro 'giochi interessati'.

Pagina originariamente pubblicata dall'autore su Memoriale il 1 e 2 novembre 2004 - Ripubblicata su Grammatiche il 2 marzo 2005