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Ma attenti, non tutto era in basso. Qui ci siamo abituati a 'deprezzare' il banale, il poco intelligente. Questa pagina ci informa del lato esattamente opposto. Mentre strade, radio e balere venivano popolate di motivetti facili e di chiacchiere sugli ultimi amorazzi c'era chi, in silenzio e senza tante gratificazioni, percorreva la sua strada. Una strada alta, che disdegnava quasi le mode e le manie, per tenere alta una serie di concetti o di gusti che i manuali avrebbero definito 'avanguardia'. Pur con le riserve già espresse per il settore, non possiamo dimenticare le iniziative coraggiose di molti compositori del secolo XX°. Tornando alla stampa, in passato ho fatto grandi elogi al Guerin Sportivo dei primi anni '70, una grande creatura della stampa italiana rimasta ineguagliata. Nel settore musicale, sarebbe ignominioso dimenticare una pagina al glorioso 'Musica Jazz', creatura di Arrigo Polillo che fu seguita per molto tempo da appassionati di élite (mentre oggi viene acquistato più che altro per curiosità e in modo irregolare). Questo mensile, glorioso per la sua parte, nacque a metà anni '40 per informare di un genere che quell'epoca considerava ancora 'proibito'. A fianco, vediamo la copertina del numero del dicembre 1961 (da cui ho ricavato gli estratti interessanti di questa pagina), che costava allora ben 200 lire (un'enormità). 'Musica Jazz' apparteneva a quelle cose tenute in piedi solo grazie all'impegno e alla passione di 'quattro gatti'. Direttore Testoni, era la mente fervida di Polillo che lo animò per tanti anni in compagnia di non più di quattro o cinque persone fidate in redazione. Carattere indefettibile di quella 'razza' di giornalisti era proprio la passione, la cura che essi mettevano nel seguire le tendenze più recenti di una musica che non finiva di stupire e di andare avanti (qui siamo al primo apparire del 'free jazz'). |
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Polillo fu senza dubbio il più grande critico che si sia conosciuto in Italia, nel settore 'musica seria'. Rigoroso, ostinato nei suoi gusti, implacabile nelle antipatie, tetragono a qualsiasi strizzata d'occhio, scorbutico per natura, egli ascoltò con le sue orecchie il più vasto repertorio di cui orecchio umano abbia mai avuto occasione in Italia. Sentiva i cantanti blues, il primo rock'n'roll, i primi cantautori... ma soprattutto fu l'uomo più apprezzato (e forse temuto, almeno per chi non lo conosceva personalmente) nella critica jazz. La rivista di cui parlo in questa pagina è interessante, perché reca contributi molto distanti dall'epoca (anno 1961) e molto all'avanguardia in tutti i sensi. Si davano pareri coraggiosi, basati sul più sprezzante anticonformismo, e - pensate - si usava una lingua per quell'epoca avveniristica. Leggere oggi i numeri degli anni '60 di 'Musica Jazz' è sorprendente per la quantità di apporti, con nuovi termini che allora nessuno usava. Sicuramente il 'top' (perdonate il termine) che si sia visto in Italia. Leggendo di questi articoli, con una distanza ormai più che quarantennale, si trovano anche sorprese non da poco. Noi tutti oggi consideriamo John Coltrane come un gigante del secondo Novecento, quasi una pietra miliare della musica moderna. Qui è quanto mai sfizioso andare a controllare cosa si dica di lui in un momento in cui le cose migliori devono ancora venire. Coltrane è ancora un sassofonista poco conosciuto, che si esibisce spesso dal vivo, ma la cui cifra stilistica è ancora da interpretare. Il mitico quartetto, comprendente anche Elvin Jones e McCoy Tyner, era stato appena formato. Molti si sorprenderanno oggi che Coltrane venisse proprio fischiato, in occasione di alcuni concerti. Il tempo soltanto riesce a solidificare cose difficili e a consacrarle dopo molti anni. In questo numero, un lettore di Bologna chiedeva a Polillo di esprimersi sul 'giovane' Coltrane. Vediamo cosa dice il critico. Ciò che ho scritto di positivo sul tenorsassofonista non vuole rinnegare quanto scrissi di molto negativo in occasione della sua esibizione nel concerto di Davis: Coltrane infatti sa essere nefando e in quella occasione lo fu, a mio parere. La verità è che il nostro non è un artista nel senso pieno del termine: è un musicista ingegnoso che dopo infiniti sforzi (ci son voluti quindici anni!) ha inventato uno stile originale, che però è così poco naturale da scivolare spesso nell'assurdo e quindi nel brutto. Quella sera al Lirico ci scivolò troppo spesso. Quanto alle "bordate di fischi", sembra che il nostro ne scateni ancora, a giudicare dai resoconti dei concerti da lui tenuti nelle scorse settimane a Londra e a Parigi. Questa è lingua forte, per il 1961. I contenuti, coraggiosi, ci dicono che il musicista Coltrane - ancora in formazione - non veniva accettato volentieri dalla maggior parte degli ascoltatori e dei critici. Ma dove le sorprese aumentano (per chi non sapeva alcune cose) è nella considerazione di Ray Charles. Come vi dissi in occasione della morte, fu esagerata l'atmosfera di esaltazione che circondò il cantante americano. Era un grande artista, ma non certamente quell'uomo diverso che molti dicevano. Qui lo notiamo immediatamente dalle parole di Polillo, che si dichiara infastidito proprio da questo. Ray Charles, nel 1961, ha già al suo attivo Georgia on My Mind e una discreta popolarità discografica. In quell'anno era stato anche arrestato per detenzione e uso di stupefacenti. Sentiamo Polillo. Sono arcistufo di leggere soffietti a Ray Charles e di vedere la parola 'genius' sulle buste dei suoi dischi. Ma che, scherziamo? Pianista, organista e altosassofonista di piccolo calibro, Charles è, tutto sommato, solo un abilissimo e gradevole cantante di blues (magari un poco 'gospelizzati', come vuole la moda) che ha preso un poco da tutti e che può anche cambiar stile a seconda che muta il vento. Certo val molto di più dei normali cantanti di 'rock' americani, perché ha buon gusto ed una bella voce, ma il pubblico che ha decretato la sua fortuna è quello stesso che ha fatto di Elvis Presley un miliardario: le ragioni per le quali è piaciuto a tanti sono le stesse, e l'apparato pubblicitario che lo ha catapultato verso le stelle non è certo quello di cui possono disporre i veri musicisti di jazz. Il suo successo popolare si spiega quindi, ed è certamente più meritato di quello di cui hanno beneficiato negli ultimi anni indisponenti ragazzetti dalla voce fessa come Paul Anka, Bobby Darin, Neil Sedaka e Conway Twitty; non si spiega invece l'entusiasmo dimostrato per Charles da tanti critici e cultori del jazz, che, evidentemente hanno preso per oro colato ciò che i pubblicitari hanno scritto negli ultimi mesi per pompare a dovere la 'merce' Ray Charles. Il guaio è che, a quanto sembra, non soltanto è decaduta la musica jazz, ma è decaduta pure la critica. Quella americana perché i suoi esponenti sono diventati (non c'è purtroppo una sola eccezione) funzionari o dirigenti di case discografiche, e quella europea perché è passata nelle mani dei ragazzi. Qui passiamo dalla polvere all'altare. Pensate, questo pezzo (=questa lingua) è del dicembre 1961! |
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Notiamo alcune cose, di un certo interesse:
a) I musicisti
che suonano il sax vengono definiti con l'anticipazione
dell'aggettivo (alto/tenorsassofonista), particolare molto bello In questo numero abbiamo trovato:
- Il
sostantivo 'fans', al plurale (vivamente sconsigliato dai linguisti,
e ignoto al pubblico medio) Gli occhi si sgranano dallo stupore. Impossibile dire delle sorprese che trovereste andando a rovistare in questi numeri del mensile di Polillo. E questo dice appunto che durante l'accadere di alcune cose, c'era chi - visto magari da pochissimi - ne faceva altre di cui si ignorava. Quel che si dice proprio 'essere avanti rispetto a tutti gli altri'. Pagina del 26 luglio 2005 |