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Una questione del 1800, ormai assodata. Noi siamo più avanti anche di questa
Ben 219 anni sono passati dalla conferenza a Calcutta di William Jones, che in un'India avviata verso una 'britannizzazione' presentò a suoi connazionali (e in seguito avrebbero detto all'Occidente) la bellezza del Sanscrito, osando per la prima volta affermare una sua origine comune con altre lingue (Germanico, Celtiche, Iraniche). Apriti cielo! Non era mai stata detta a chiare lettere, una cosa del genere. Essa era stata pensata e ipotizzata, in precedenza. Gesuiti e missionari avevano ventilato la possibilità di derivazioni comuni. Ma pare si possa dire che nessuno, probabilmente, l'aveva affermata pubblicamente con tale coraggio e facendo apposita e precisa menzione di lingue. Nei decenni successivi molte sarebbero state le esitazioni nel dare una definizione al grande territorio di progenie e alla famiglia di origine. Lingue indoarie? Indogermaniche? Solo l'indo-europeo valse a mettere d'accordo più osservatori, i quali adottarono quest'ultimo come termine standard.
In un'Europa sconvolta e distratta dalle avventure napoleoniche e dal successivo atto di restaurazione, ci fu chi cominciò a cogliere quel sassolino e a dargli un sèguito. Tra questi, un giovane studioso di Magonza a nome Franz Bopp. Egli si era innamorato dei poemi epici indiani, e parallelamente gettava gli occhi su quella scrittura (devanagari) che come è noto faceva da base a tutte le maggiori lingue dell'India. Strada facendo, si venne naturalmente a trovare davanti al grande patrimonio sanscrito, l'antica lingua dalla quale gran parte del dizionario moderno di alcune lingue si era formato. Si fece strada nella sua mente una idea altrettanto rivoluzionaria di quella di Jones, ma stavolta più organica ed elaborata: una comparazione vera e propria tra il sanscrito e le principali lingue occidentali (greca, latina e anche persiana). Ecco un'altra breccia che si apriva nel pensiero linguistico. Se davvero fosse stata possibile la comparazione, avrebbe dovuto porsi un problema di parentela per arrivare anche a una possibile derivazione. In tempi quasi contemporanei, altri studiosi da altre parti pervenivano a teorie simili che postulavano appunto una familiarità antica che avrebbe accomunato su vasto territorio lingue lontane (come potevano essere quelle dell'India e quelle dell'Europa del nord). Ormai la corsa, intorno al 1840-50, veniva fatta proprio per scoprire aggregazioni di famiglia a un ceppo comune che veniva definito senza mezzi termini 'indoeuropeo' e sul quale si applicavano con entusiasmo di ricerca da varie parti.
FAQ. Come s'inquadrava teoricamente il fenomeno?
Il fenomeno fu affrontato dapprima con tutte le incertezze del caso, che andavano dall'ipotesi di influenze reciproche fino all'individuazione di una derivazione da fonte comune. Ciascuno degli studiosi prendeva una singola parola (esempio, mother) e cercava di rendersi conto della sua genesi mettendola in comparazione con la genesi del medesimo concetto presso altre lingue. Procedimento certo volontaristico, simile a quello di chi tenti di vedere qualcosa in comune tra i caratteri somatici di una popolazione e quelli di un'altra. Ma la cosa aveva un grande significato, poiché innestava su una materia poco analizzata fino a quel momento un filone di studi speculativo e penetrante. Gran parte delle conclusioni era affidata a semplice intuizione. Un problema, tuttavia, si pose fin dall'inizio
Qual era la lingua da cui le altre sarebbero derivate?
Ecco il grande dilemma della lingua madre (di tutte), davanti al quale chiunque poteva ragionevolmente ritrarsi. Se noi pensassimo che si possa fissare un'origine più antica di un suono (per un concetto) sarebbe come credere di poter pensare che quel granello di sabbia di quella spiaggia abbia un percorso ricostruibile indietro nel tempo. E' evidente che nessuno potrebbe pensare che un sassolino o un granello di sabbia possano avere una primissima origine databile e localizzabile. Nelle lingue, nonostante le apparenze, il fenomeno non è diverso. E' ben vero che noi possediamo conoscenza precisa di quali furono i primi esemplari di scrittura, o i primi alfabeti. Ma è altrettanto vero che nessuno può essere matematicamente certo che una certa origine fu la prima in assoluto nella storia.
In questo caso, il problema si riproponeva di continuo. Ciascuno, per le lingue considerate, arrivava semplicemente ad attribuire parentela. Più di questo, non si sarebbe potuto fare. Come accadrebbe se voi, messi davanti a trecento residenti di Milano che improvvisamente risultano vaganti e senza memoria, li attribuiste a un certo cognome o a una casata in base ad elementi indiziari di un certo peso. E questo fu fatto. Fu fatto molto bene, con grande impegno e dedizione.
Le grammatiche comparate europee vennero inaugurate con l'elemento più ovvio. Il verbo. Di esso, o per meglio dire di alcuni verbi, si cominciò a notare interessanti somiglianze e analogie foniche.
Già qui risultano inconsistenti le tesi di coloro che ancora oggi manifestano scetticismo o addirittura affermano che quella dell'indoeuropeo è nient'altro che una fantasia di fine 1700. Secondo la loro visione, greco e latino avrebbero preso soltanto da lingue dell'odierno Medio Oriente (ceppo semitico, lo sappiamo tutti). Tra questi, appunto, abbiamo visto Giovanni Semerano in occasione della sua recente scomparsa (vedi pagina 'giornaledautore'). Costoro sono palesemente fuori strada, non tanto nelle loro intuizioni (potrebbero anche esistere i legami tra le lingue classiche e l'area sumerica) ma proprio nel metodo. Capiremo più avanti perché.
Quei legami di parentela tra lingue dell'India e dell'Europa esistono. Nessuno ha destabilizzato l'edificio dell'indoeuropeo. Non prestate dunque attenzione a quegli autori - presenti anche sul Web - che affermano la fine di questo mito. Non si tratta di un mito. La famiglia indoeuropea, piaccia o meno, è una realtà. Il problema è semmai la difficile collegabilità interna tra i vari membri. E' ovvio che legami non sono sempre possibili tra tutte e nemmeno tra una piccola parte di esse. Nella pagina di Grammatiche che ospita quello schema, le notiamo nella loro globalità ma non possiamo naturalmente stabilire gli apporti reciproci e il quantum di essi. Noi sappiamo che antico persiano e lingua sanscrita avevano varie analogie, che varie analogie aveva l'inglese dei primordi con la lingua proto-germanica dei barbari e così via. Il ragionamento andrà a collegare a due a due, a quattro a quattro, ma non potrà naturalmente fissare una legge valida per tutti. Il motivo è che questa legge non esiste. Appartenere a una medesima famiglia vuol dire in fin dei conti far parte di un ceppo che ebbe in origine derivazioni in comune oppure simili. Non significa altre cose, e soprattutto non significa che ciascuna famiglia sia una catena chiusa e separata dalle altre. Quindi, diciamo, la schematizzazione di gruppi e sotto-gruppi non va intesa in senso letterale o consanguineo. Se un suono (verbo, sostantivo) si scindeva in tante filiazioni, queste andavano ad abitare ciascuna una lingua diversa con leggere modificazioni. A noi spetta pur sempre non perdere di vista quelle filiazioni, proprio come faremmo in un albero genealogico. Io non ho praticamente nulla in comune con un antenato di mio padre di due secoli fa, però in una linea genealogica vengo comunque dopo di loro. Ecco quello che gli studiosi della parte ostile non capirono mai. Essi ragionarono come colui che veda in me caratteristiche di un'altra famiglia. Se ragionate così, siete fuori strada. E' quindi errato il criterio di chi ha preso deduzioni dalla scoperta archeologica di Ebla e le ha fatte proprie per rafforzare le tesi di Semerano e di altri. Con quel criterio non andate da nessuna parte. Sarebbe come dire che siccome io somiglio a un tizio di Brescia allora la mia origine è da vedere nella famiglia di quel tizio. Sostenere, come fanno quegli studiosi, che l'indoeuropeo avrebbe esiliato dalla realtà linguistica comune l'area del ceppo semitico è infondato. Le lingue di derivazione semitica, come sappiamo, ebbero una grande influenza sulle lingue fiorenti al tempo della redazione della Bibbia e poi anche sull'Ebraico posteriore. Qualcosa, naturalmente, restò sedimentato perfino in altre. Ma non possiamo pensare che quell'area del Vicino (o Medio) Oriente fosse stata la culla della prima civiltà linguistica mediterranea (Fenici, poi Greci e Latini) o di quella del primo Medioevo.
Dove invece precaria si rivela la costruzione del ceppo comune (indoeuropeo e altri) è nell'antropologia. Questo però è un dato ovvio: le popolazioni che per prime ebbero suoni e parole di quel ceppo non avevano caratteri somatici o morfologici in comune. Questo equivale anche a dire che sarebbe inutile oggi sforzarsi di individuare regioni di formazione. Compito proibitivo, per il solito motivo: andare indietro nel tempo, fino a un punto finale di tutto il processo che sia anteriore a tutti gli altri, è impossibile.
Premessi in questo modo i termini della materia, occorre ora spiegare perché essa è oggi meno interessante che in passato. Il motivo ci ricollegherà ancora una volta alla nostra trattazione.
CONTINUA - Erano le 14.50 GMT del 24 luglio 2005
Quando noi ragioniamo su un suono abbiamo davanti a noi un universo immenso, non localizzabile più - come si riteneva in passato - entro aree precise di territorio. Una lingua orale, nell'antichità, aveva sì un'incubazione di origine ma poi i suoi elementi venivano esportati altrove. Un po' i mercanti, un po' i naviganti, un po' i viaggiatori dell'antichità, prendevano qualcosa e la conservavano spostandosi. In questo modo contribuivano a far conoscere uno o più vocaboli (e perfino radici) in aree dove quei vocaboli non erano nati. La verosimiglianza di questi ceppi, come costruzione di famiglia, deriva proprio dalla vicinanza e dal contatto di quegli individui che si spostavano. Altrimenti è chiaro che nessuno potrebbe mai vedere un collegamento tra la Germania e l'India. C'è poi un secondo elemento, questo - possiamo ben dire - magico. Nella trattazione di queste pagine, in una ('su grammatiche') ho spiegato che 'arrivare a concepire la lingua è arrivare a comprenderla nel suo sorgere, nel suo manifestarsi primigenio. Così, se dico la parola 'voce' so che deriva da un analogo suono della lingua latina. Il problema però è che non ho la matematica certezza da chi il latino stesso abbia eventualmente attinto. Nessuno può averla. E così ecco che si rivelò molto utile la costruzione dell'indoeuropeo, per gli studiosi che volessero comprendere quel suono entro un ambito più vasto. Dicendo che esso era un parto indoeuropeo, intendevano in pratica classificarlo nella 'grande famiglia' di cui abbiamo appena parlato. Fare questo significava, detto in sintesi, pensare alla parola 'voce' come prodotta originariamente entro il vasto universo antico che si faceva andare dall'India al centro Europa. Questo sì che era sicuro. Elementi di vicinanza fonica davano questo dato per certo. Qui la domanda sarebbe: e questi elementi di vicinanza fonica? Ecco il lato magico della faccenda. E qui devo citare me stesso, citando un passo di quella pagina. I fonemi, quando andarono ad accoppiarsi a dei concetti formando in origine le parole delle nostre lingue, erano comunque qualcosa di sacro. E' come se io facessi nascere per la prima volta una scintilla da uno sfregamento di due pietre. Quella prima volta è 'ierofania', tutte le altre sono ripetizione. Se un suono andò a collegarsi a un concetto (esempio: V-O-C-E per designare il concetto di emissione della nostra cavità orale) questo fu un fatto magico, che aveva il più grande dei significati esistenti in natura. Il fatto che ci interessa è dunque la formazione di un suono in quell'universo (parola più adatta di 'area') che culturalmente abbiamo chiamato 'indoeuropeo', con una sintesi che abbiamo tutti accettato. Per altri suoni, lo stesso fatto magico si riproporrà all'interno di altri universi, appartenenti ad altri gruppi. Dunque, l'esistenza di questi fu storicamente una grande conquista della linguistica. Se io attesto che una parola si formò in una famiglia di lingue ne ho anche un dato culturale, perché il concetto espresso da quella parola avrà implicazioni culturali nel mondo di quella famiglia. Se voi accedete a questo ragionamento, capite anche perché è assurda la tesi di chi voglia scompaginare quelle meravigliose costruzioni del 1800. Esse, pur senza caratteri comuni nelle popolazioni, ci illuminano su concetti che nacquero all'interno di un medesimo ceppo. Proprio ieri Beccaria concedeva a un lettore nazionalista l'apporto delle lingue del ceppo turco nella civiltà occidentale. Questo apporto si dovette ad esigenze pratiche, alle quali sopperirono appunto termini di civiltà ottomana. Lo stesso diremmo ad esempio per 'algebra' o 'almanacco' parlando di lingua araba. Però... attenti, siccome nessuno può essere in grado di dire quale fu la primissima origine nel tempo, daremo ugualmente questi termini con etimologia incerta. Cosa significa? Significa appunto che non possiamo sapere chi li mise in giro (e nemmeno quando, per il 90% di essi). Non è come parlare della invenzione del parafulmine o della pila. Noi tuttavia sappiamo che quelle parole provengono, almeno come radice, da una civiltà. Quanto dire che provengono, come catena, da una di quelle famiglie.
CONTINUA - Erano le 15.30 GMT del 24 luglio 2005
Avutane cognizione, come potete verificare da tutti i dizionari, l'interesse per queste derivazioni comincia a scemare. Noi oggi abbiamo un intero dizionario (esempio, lingua italiana o inglese) schedato, per quanto riguarda l'etimologia delle parole. Diciamo dunque che della derivazione di queste abbiamo più o meno un'idea verosimile e credibile. Questo ci fa dire che quel campo d'indagine è stato esaurito. Ecco che come al solito torniamo a una delle chiavi di Memoriale e di Grammatiche, forse una delle più ricorrenti. La nostra indagine si è spostata dalla origine storica alla contemporaneità. Non ho fatto che ripeterlo, per quattro anni: oggi c'interessa l'hic et nunc. Insomma, il momento che viviamo. Quello che succede nel mondo contemporaneo. Ecco dove Giovanni Monni ha fondato un nuovo punto di partenza. L'etimo - vi ha detto - è più o meno ricostruibile. I ceppi - vi ha detto - li conosciamo. Allora non ha più molto senso fare ipotesi o elucubrazioni soltanto sulla storia, come fin qui avevano fatto i linguisti. Oggi dobbiamo portare la nostra attenzione sul presente, perché in questo modo - forti, come siamo, di una nuova concezione dello spaziotempo - possiamo abitare quest'ultimo con maggiore coscienza. Basta prendere una pagina come quella di oggi ('sulmomento'). In essa, abbiamo osservato proprio una potenza del momento. L'attributo che definisce come 'da brivido' qualcosa. Perché ha più interesse questo tipo di indagine? Perché finalmente ferma l'atto stesso dell'emettere. Alt!, dico io a chi ha detto quella cosa. Ti rendi conto di quello che hai detto? In questo modo, non avranno da spremersi il cervello tra 200 anni. Da una pagina di Grammatiche sapranno che nel 2005 ebbe incubazione popolare per un certo tempo definire qualcosa da brivido. Tra 200 anni non diranno ad esempio: "Non sappiamo come si formò quell'uso che abbiamo trovato in alcune iscrizioni del 2005". Lo sapranno, finalmente. Perché un contemporaneo (Monni) l'ha rilevato nella lingua di molti dei suoi contemporanei.
Trasferendo questo discorso alle famiglie, vedete bene che ormai ne siamo fuori. Ci interessa poco ragionare in questo modo, perché dai primi del secolo XX° sappiamo di vivere con un'altra concezione dello spazio-tempo. E in questa non è che le lingue vivano in lotti familiari. Quelle costruzioni andavano bene due secoli fa, perché ci illuminarono sui rapporti già detti chiarendo la vicinanza fonica o le radici comuni di tante parole. Ma oggi non viviamo entro una famiglia. Nessuno può pensare, oggi, che la lingua inglese viva nella medesima casa di quella italiana (eppure entrambe appartengono alla stessa famiglia). Semmai, dobbiamo ammettere una volta per tutte il nesso potenziale di tutte le lingue del mondo. Ecco quello che ci distingue dal primo Ottocento. Se dunque entrate in quest'ottica - che ci distingue nettamente come uomini diversi, anche qui - vi accorgerete di come non esistano frontiere (questo concetto è contenuto perfino nella pagina che dimostra l'inesistenza di Dio). Basta poco e una lingua s'impossessa - perfino in modo occulto e invisibile - di un elemento dell'altra. Ma non lo si fa solo all'interno di un medesimo ceppo. Guardate quante contaminazioni sono possibili, oggi. Guardate come si è formata la parola del Pokemon. Può succedere qualsiasi cosa, in un universo ormai davvero globalizzato e senza separazioni interne. Quindi, per concludere, questa materia delle classificazioni in gruppi linguistici è storica. Essa è ormai assodata e non soffre di contestazioni. Le suddivisioni in ceppi e sotto-gruppi contengono elementi di verità, che nessuno può contestare. Però, siccome viviamo oggi dobbiamo tener conto delle condizioni attuali. I linguisti di una certa età siano avvertiti. Le condizioni attuali ci dicono che il seme ormai feconda lingue spostandosi in libertà, potenzialmente dappertutto. E nessun cittadino di una nazione domanderà a uno che usi un termine di altra una carta di identità o di appartenenza della famiglia.
Erano le 16.05 GMT del 24 luglio 2005
P.S.: Molto interessante il passo conclusivo di una intervista a Semerano, dall'Unità del 6 maggio 2004. La trovate anche sul Web. Lo studioso afferma con ironia e disprezzo: "Le lingue di oggi sono un mare di sabbia sollecitato dagli apporti di tutte le lingue possibili. Appunto. Vedete come un uomo di 90 anni, completamente fuori dai tempi, non capisse proprio la cosa più ovvia e la scambiasse per una prostituzione (ma quando mai! vi pare che esista una prostituzione della natura!). Se le lingue vengono contaminate tra loro, vuol dire appunto che esse vivono in un universo di inter-scambio. Altrimenti, saremmo ancora alle 'case chiuse'!