
Cina
seminario aggiornato
A leggere articoli sulla stampa, negli ultimi anni, parrebbe che si sia aperta nella parte orientale del pianeta un'enorme voragine da un territorio rimasto desertico per tutti questi secoli e improvvisamente sia balzato sulla superficie terrestre un intero popolo di un miliardo di persone che attira scambi con il resto del pianeta come una calamita attira il ferro. Sembra che ogni giorno migliaia di uomini d'affari sbarchino a Pechino e Shanghai con le chiavi di un nuovo ufficio commerciale. Non è questa la realtà. Chi conosce questo 'continente' sa che la burocrazia delle leggi allunga qualsiasi nuova procedura, e - salvo che vendiate accendini o Cd contraffatti per strada - le procedure richieste sono talmente farraginose e complicate che passeranno molti anni prima di vedere il fatturato dell'azienda accrescersi. Per chi non ha quella pazienza, l'unica via possibile se si vuole incidere sull'economia non è quella della vendita di beni ma quella dell'intermediazione e dei contatti.
Alla Cina è stato attribuito un crescendo che dovrebbe fare paura, ma questo è un paese che solo nel 2004 ha inserito nella Costituzione il riconoscimento della proprietà privata. Noi confessiamo di invidiare molto quelli che con un tantino di fantasia costruiscono articoli dettagliati sulla Cina, come se con un unico colpo d'occhio fosse possibile riunire tutti i dati e avere conoscenza sufficiente di tutto. Due tendenze hanno divorato le ambizioni di coloro che ogni volta si accingevano a parlarne:
1) La voglia di proiettare i dati verso un traguardo non molto lontano nel tempo, in cui - si dice - la Cina supererà qualsiasi cosa e qualsiasi altro popolo della Terra. Fioriscono dunque le ipotesi (nel 2025 si stima che... nel 2040 perfino gli Stati Uniti non reggeranno più... ecc.ecc.);
2) La ricerca di dati personali e di racconti che confermassero il vasto repertorio di leggende su un paese in super-crescita, alimentato a partire dal 1992-93.
Alcuni sono riusciti in questo intento e hanno scritto un saggio, accostando l'immagine della Cina a un razzo che si catapulta verso il cielo a velocità supersonica. Purtroppo il benessere non viene dato dalle cifre. Proprio ieri, sul terzo canale della Rai un ascoltatore di Bolzano ha telefonato al giornalista di turno per dirgli: "Quando la smettete di raccontarci questa favola della crescita economica? Vi pare che io non sia più felice con le strade sgombre di auto e prive di inquinamento? Cosa ne facciamo di quelle cifre?". E certo l'intervento si adatta molto bene alla situazione economica di un paese di cui, da almeno dodici anni, si dice che la crescita annua del PIL viaggi al 9 e ultimamente anche intorno al 9,5% (quando andava male era al 7,5%). Al che ognuno dovrebbe immaginare chissà quale splendore della vita nazionale e chissà quale ammontare di conti in banca da parte di tutti. In questo campo delle cifre, la mente galoppa senza che il lettore si renda conto. Certo, lo capirebbe se avesse 80 anni di età e avesse visto la Cina rurale di Mao. Ma nel frattempo tutto il pianeta (non solo la Cina) è cambiato. Nel frattempo, anche nel più sperduto paesino del Sudamerica o dell'Africa hanno conosciuto la telefonia mobile. Nel frattempo, il computer con la sua rete è arrivato anche nei tuguri di Bombay e di Nairobi. Nel frattempo (poniamo da quel primo anno, 1957) la lingua inglese ha circolato come nessuno aveva mai fatto e ha vestito di internazionalità anche ex-mendicanti delle città o agricoltori che vogliono scambiare qualche parola con i turisti muniti di Polaroid. E' il mondo intero che, complessivamente, ha perso la dimensione della civiltà contadina di inizio secolo XX° e con l'afflusso di masse verso i grandi centri urbani ha detto che tutti vorrebbero un bel tenore di vita. Lo volevano anche 100 anni fa, ma allora mancavano i mezzi e perfino le motivazioni. Oggi, con telecomunicazioni e progressivo abbattimento di frontiere (anche commerciali) i mezzi ci sono e arrivarci è molto più semplice. In basso, dove non sanno nemmeno cosa sia il WTO, lo hanno capito da soli. Basta venire in città e - seppur cominciando dal nulla - impiantare un business. Se la cosa interesserà qualcuno, potrebbe scapparci nel giro di quattro o cinque anni il ruolo di businessman e allora pioveranno - quasi da soli - voli per contatti di lavoro, palestre di alto rango, abiti occidentali, e Rolex al polso. Dall'altra parte del globo, guardando a questa enorme massa di neo-percipienti non hanno capito però che queste cifre sono una semplice somma o un aggregato di individui. La 'smania del record' somiglia sempre più a quella di chi attribuiva a Wojtyla 400 record: ogni volta che egli faceva una cosa, si diceva che nessun altro papa l'aveva fatta. Certo, se nel 1700 non possedevano aerei, anche un bambino capisce che un pontefice del secolo XVIII non avrebbe potuto volare e che al massimo l'ultimo papa poteva competere con i due precedenti. Ma c'è competizione, in questo senso? Noi lo neghiamo. Mi dite come fate ad affermare che una semplice somma di uomini che fanno o hanno una certa cosa sia un record? Avere 260 milioni di cellulari sarà veramente una cosa notevole o è solo l'acquisto divenuto più facile negli ultimi 10 anni?
Oggi, il mondo - dopo essersi globalizzato - va anche verso una indistinguibilità delle sue componenti nazionali. Se io ho pochi soldi e risiedo a Cagliari, acquisterò un computer o un abito al Carrefour ma altrettanto farò in Cina (dove trovo il Carrefour, tale e quale). Se devo comprare un mobile per il mio appartamento di Milano, faccio appena venti chilometri all'uscita e acquisto all'IKEA a pochi soldi. Ma altrettanto farei se avessi da arredare a Pechino (dove trovo l'IKEA, tale e quale). La grande distribuzione è uno dei fattori che uniformano la vita di chi si aggiusta, in qualsiasi luogo della Terra. La vita di chi non ha bisogno di aggiustarsi è invece più comoda, perché chi ha molto denaro si procura capi di vestiario o automobili a prezzi molto più alti. Ma quanti sono? Vi hanno spiegato che le quattro città più popolate della Cina oggi contano una grande parte di immigrati a reddito basso che non hanno nemmeno assistenza sociale e garanzie per il futuro? Se dobbiamo sommare i numeri, dobbiamo contare anche questi. E in questi, quanti sono quelli che non hanno nemmeno un'attività remunerata? Questo il governo esiterà sempre a dirlo, poiché farebbe sballare le cifre trionfalistiche di quelli che al contrario hanno o creano reddito. Dove sono finiti tutti i lavoratori licenziati dalle imprese pubbliche o dalla Pubblica Amministrazione? Non potete pensare che essi siano diventati ricchi, nel frattempo, o che tutti abbiano colto al volo una delle tante occasioni sbandierate da quella stampa celebrativa.
I
E' facile vedere quello che separa dal 1960. Oggi la Cina ospita anche la Formula Uno, domani anche le Olimpiadi. Oggi la Cina ha aziende (in gran parte estere) che producono automobili (va bene, ci mancherebbe che non le avesse a 100 anni dalle prime automobili), posa fibre ottiche (ma chi è che non lo fa in Occidente?), produce componentistica informatica (ma quasi tutti ormai la produciamo). Il costo della vita, relativamente basso, permette una spesa per consumi adeguata a chi ha almeno un piccolo reddito, ma è stato calcolato che manca ancora una domanda che giustifichi l'offerta (e allora sarà inutile accrescere la produzione oltre un certo limite). Una gran parte della produzione industriale è stata resa possibile proprio dalla valuta e dalle aziende estere, ma si tratta di quelle grandi. Ragionando sui grandi flussi, certamente i numeri della Cina fanno impressione a tutti e levano qualcosa perfino agli Stati Uniti. Ma la maggior parte della popolazione ancora non vede queste cose e dubito che le vedrà nel giro di vent'anni. Basta guardare bene. Quanti vivono nelle aree urbane? Dicono, il 34%. Beh, non è mica tanto. Su 1 miliardo e 400.000 persone sarebbero appena 500 milioni. Insomma, 900 milioni di Cinesi vivono ancora nelle campagne. E come tutti sanno, solo dal 1979 vennero avviate riforme che liberarono i contadini da una tassazione eccessiva, concedendo loro anche il ricavato di prodotti che in precedenza non era possibile piazzare sul mercato. Negli anni seguenti molti ebbero un'immagine che penzolava pericolosamente verso un'economia semi-capitalistica senza che le leggi lo permettessero. E si chiedevano: "Ma la Cina ora è un paese a regime comunista con un permesso di scambio oppure un regime capitalistico con un permesso di comunismo?". Ancora oggi, la domanda è attuale perché in fondo il governo si considera emanazione di un partito unico (quello comunista) e tutte le decisioni vengono prese teoricamente pensando al bene del popolo. Manca però una legislazione al livello delle nostre in Occidente. Nemmeno gli avvocati - si dice - riescono ad avere padronanza di una serie di regole che devono la loro esistenza più alla prassi della burocrazia che alla norma scritta.
I politici cinesi sono stufi di sentirsi dire che non rispettano i diritti umani e che la loro non è democrazia. Se permettete, sono stufo anch'io. Ho sempre pensato che più si è più aumenta la percentuale di stupidità. Se siamo 57 milioni, come in Italia, la parte di 'popolazione senza cervello' può ammontare a una decina di milioni. Se fossimo 1 miliardo e 400 milioni, quanti credete che possano essere quelli senza cervello o con neuroni 'fuori rotta'? Qualche centinaio di milioni certamente. E allora, secondo voi, come dovrebbe comportarsi il governo? Dovrebbe forse lasciare che i pazzi e gli ignoranti vadano in giro sparlando e facendo ad esso la guerra? Dovrebbe forse permettere che si usi Internet per creare un clima di ribellione? Io credo che con una popolazione simile un minimo di controllo sia non solo utile ma quasi indispensabile. Avere quel controllo non significa mancare di democrazia. Insomma, cominciamo a smontare tanti luoghi comuni.
II
Certo, se avessero avuto un episodio come quello di un nostro giornalista che alle 22.45 della sera va in Tv a denunciare liberamente malefatte del leader di un partito si sarebbero comportati in ben altro modo, ma qui il problema è il nostro. Quell'episodio, in cui il giornalista vinse la causa in tribunale promossa dall'attuale premier, non potrebbe mai nemmeno accadere in Cina, poiché il controllo sui programmi televisivi è molto più forte che in Occidente. Voi direte che non è democratico, e anche qui io la vedo in un altro modo. Secondo me, non sarebbe dovuto accadere... che un giornalista parlasse alla televisione in quel modo, e quindi preferirei un paese in cui si comportano come in Cina, almeno in quel senso. Un altro luogo comune vuole che i Cinesi siano troppi, e la cosa fa nascere barzellette. Ma questo dipende anche dal territorio e dalla densità di popolazione. La politica del figlio unico ha conosciuto un unico limite: quello della figlia femmina. Ogni volta che arriva una neonata, pare che si chiuda un occhio su quella politica e si consenta di farne arrivare un altro. In verità, la Cina sarebbe qui gradita alle autorità ecclesiastiche che sollecitano sempre a far nascere. Questa pagina viene scritta da un paese in cui non nasce più nessuno, e logica vorrebbe che io vedessi dunque anche le ragioni di un eventuale eccesso anche in questo senso. La scarsa prevenzione adottata durante i rapporti sessuali, come del resto è in India, ha sempre favorito le nascite. Ma ricordiamo sempre che il tasso di natalità è più alto nei paesi meno ricchi. Come vedete, ce n'è abbastanza per aver dubbi sul ruolo che la stampa assegna ultimamente alla Cina. Ruolo che naturalmente deve qualcosa alla promozione che lo stesso governo ha attuato nei confronti del rendimento. Ho visto negli ultimi anni tanti articoli-fotocopia: ai giornali arrivavano dati pre-confezionati e i giornalisti non facevano che trascriverli. Quanti erano i giornalisti che viaggiavano all'interno della Cina? In genere, i turisti di una settimana vengono 'scarrozzati' a vedere la Muraglia, Shanghai, Pechino e poco altro. Le delegazioni politiche? Ancora peggio: accompagnate da solerti funzionari, incontrano gruppi di imprenditori e fanno un discorsetto ripartendo senza aver fatto nemmeno un passo di propria iniziativa. Anche Ciampi ha fatto così. Questo non è aver visto la Cina. Nemmeno un po'. Perché nessuno magari nota che la Wolkswagen non ha stabilimenti nelle regioni più povere. E a nessuno vien detto che l'eccedenza di auto prodotte in Cina da quest'azienda viene dirottata in altre parti dell'Oriente. Di questo paese, soprattutto, nessuno inserisce più le forze che non partecipano al PIL in alcun modo. Qui, lo stesso Berlusconi impallidirebbe davanti a chi fornisce quei dati traboccanti di successi e di crescita. E alla fine, come abbiamo appena detto, la sostanza delle cose è diversa perché i cittadini respirano aria e non quei numeri.
Un altro luogo comune vuole che la Cina sia un luogo con manodopera a costo molto basso. Questo è vero, anche se ormai non è più basso come quindici anni fa. Ma attenti, bisogna calcolare il fatto che sia basso anche il costo della vita rispetto al nostro. Se in proporzione con 1 dollaro acquistate a Pechino quello che si acquista a Parigi con 4 è evidente che non potranno chiedere la stessa cifra della manovalanza parigina. Tutto è relativo: ecco perché molte analisi non hanno conosciuto la parola 'proporzione' e il calcolo assoluto - si sa - conduce sempre a una visione distorta. I paesi che hanno in generale un costo della vita più basso non possono avere indici di crescita paragonabili agli altri, perché basta una contrazione nella domanda dei beni di consumo e le merci si deprezzano ancora di più. Merci che, tra l'altro, vengono vendute molto più che altrove a un 'mercato nero' in cui anche gli oggetti firmati vengono contraffatti e poi rivenduti a persone che 'sicuramente' li acquisteranno. Questa convivenza con un 'sommerso' genera reddito invisibile. Qualcuno potrebbe pensare che esso accresca la reale produzione, mentre l'unico effetto è quello di rendere improduttivo parte del neo-mercantilismo di stampo occidentale. Occhi superficiali possono rallegrarsi del fatto di vedere boutiques con firme occidentali in sei città, ma agli stessi occhi dovrebbe essere spiegato che quei beni non trasformano in profondità un paese. Per fare solo un esempio, quando in Italia abbiamo ricevuto tutti ma proprio tutti i prodotti delle grandi aziende americane di computer se ne sono avvalsi soltanto i giovani con quella passione e le persone di mezza età con tempo da dedicare a questo. Una nazione viene trasformata, entro un periodo più lungo, quando una porzione più vasta e un tessuto sociale più diversificato assumono nuovi mezzi per produrre oppure quando la proprietà passa in mani diverse. E' lo stesso che osservare un cambio nella famiglia Bianchi quando, morto il padre, il figlio eredita in toto l'azienda e la trasforma in qualcosa di diverso. Questo non è mai accaduto, in Cina. I motivi risalgono sempre a una ferrea gestione del potere, che ha sempre guardato alle innovazioni con la vista di un microscopio. Le centellinava, nella consapevolezza di non poter farsi sfuggire di mano un territorio così grande e un corpo sociale così poco autonomo.
Detto questo, allo scopo di annacquare un pochino quei resoconti, certo che anch'io avrei impiantato un business in Cina nel 1993. Ma questo non significava 'avere o generare più ricchezza'. Semmai avrebbe dovuto portare conoscenza. Invece vedo che la gente - soprattutto i giornali - si innamorano di numeri e vedono 'sorpassi' tra nazioni, concetto che a me risulta oscuro.
III
Ci sono, naturalmente, anche cose belle. Le centinaia di migliaia di laureati delle università cinesi sono una realtà da prendere in considerazione, ma è dubbio che tutti trovino una sede adeguata alle loro capacità. Perché la Cina trovasse davvero un ruolo-leader nel mondo, dovrebbero aversi due cose e una terza dovrebbe avere almeno una partenza.
a) Il sistema bancario dovrebbe trovare uno sviluppo in termini di investimento privato, cosa che non accade. Le banche si muovono quando c'è una folla corrispondente di privati che investe, mentre le cifre trionfalistiche che vengono date tengono conto di una realtà piccolo-borghese fatta di tanti piccoli imprenditori che vendono oggettistica o merci di basso costo. Cose da poco. Io stesso ho conosciuto imprenditori italiani che viaggiano in Cina per vendere o scambiare porcellane, oreficeria e prodotti artigianali. Queste cose non generano movimenti di denaro di una certa entità. Per vedere questi, dovremmo vedere piuttosto grandi finanziamenti concessi a privati per nuove costruzioni residenziali, grandi partecipazioni bancarie a progetti privati. Tutte cose che in Cina restano semi-sconosciute proprio perché per la nazione l'economia del capitale è stata una cosa nuova e non si può convertire in un attimo tanti percettori di redditi bassi al grande investimento. Molti complessi edilizi che si vedono iniziati poi restano a lungo incompleti, cioé i lavori ristagnano e il turista che attraversi molti quartieri di periferia vede palazzi ancora in costruzione semi-abbandonati. Segno che alcune delle iniziative non vanno nemmeno in porto. Anche il governo non ha mai affrontato il problema del capitale in mano privata, ma forse è giusto osservare che non avrebbe saputo come fare. Anche qui, manca una legislazione adeguata, mancano incentivi. I Cinesi hanno sempre vissuto del risparmio: non conoscono le grandi imprese, anche in senso metaforico.
Le banche negli ultimi anni hanno dovuto per lo più sovvenzionare le imprese di proprietà statale che andavano male. Ma non è ancora conosciuto in Cina un sistema di capitalizzazione bancaria simile a quello che sta avvenendo attualmente nella Unione Europea, dove si comincia a non guardare più alla fonte (purchè arrivi capitale). Le banche cinesi hanno ovviamente i depositi di chi accumula risparmi, ma nemmeno le più grandi hanno un sistema azionario in cui vengono collocati in Borsa dei titoli appetibili per i sottoscrittori privati. Questo frena tutto il sistema. Un privato che volesse espandere molto il suo capitale potrebbe soltanto accelerare e incrementare la produzione della sua stessa azienda. Molti altri sbocchi non ha.
b) Gli investitori esteri dovrebbero trovare più facile installarsi anche personalmente in Cina. Questo dato è ancora poco conosciuto, poiché è difficile che un investitore trovi da sistemarsi in Cina con tutta la famiglia. Tradizioni molto diverse, una lingua ideografica e distanze troppo grandi tra una zona e l'altra mantengono la Cina in una condizione di scarsa accessibilità dall'esterno. Negli ultimi 15 anni, si è quasi connaturata nel corpo di molti (che pure vi hanno contatti) la settimana classica (dal lunedì al sabato) in cui si fa tutto. Arrivi, fai qualcosa, e riparti. Ecco, se continuiamo a vedere la Cina in questo modo essa conserverà un'immagine di 'porto di mare commerciale' piuttosto che una di nazione per viverci.
Per favorire il punto b), le famiglie cinesi dovrebbero aprirsi maggiormente al resto del mondo, soprattutto in termini di cultura. Ma il dislivello resta notevole, in realtà, anche fuori dalla madrepatria. Guardate ai Cinesi che gestiscono ristoranti a Milano o a Parigi. Non sono veramente integrati nella nostra società. Come dire: secoli di diversità e di lontananza di quell'enorme continente non si recuperano mettendo su dei piccoli business e poi sommando i loro fatturati.
IV
Fatale poi che l'ultimo che arriva scopra cose che i vecchi occupanti stanno già lasciando. Molti guardano al fatto che presto la Cina potrebbe essere il più grande importatore di petrolio dal Golfo. Ma cosa dovrebbe generare? Se il risultato fosse solo un inquinamento ancora maggiore di quello attuale, non è un dato piacevole da constatare. La natura non è stata certo generosa con questo paese: molti fiumi e laghi risultano ancora inquinati; le città hanno problemi nell'avere acqua tutto il giorno (in molte case arriva proprio acqua non potabile). Questi dati dovrebbero far riflettere il turista frettoloso che fa poche cose e la notte dorme in un 'quattro stelle' del centro. Non è tutto oro quel che ri-luccica. La Cina deve ancora fare scuola-guida nella gestione del capitale, se vuole gestire il capitale, e soprattutto addestrare i cittadini, se vuole una maggiore re-distribuzione dei mezzi e delle risorse. Questo forse è troppo breve per essere un vero seminario, ma come promemoria di 'ritorno a realtà' speriamo che funzioni. Quando nel 2002 dissero che la Cina aveva superato l'Italia al sesto posto nella graduatoria dei paesi più industrializzati, chi non ha occhio superficiale disse ancora una volta: "Soltanto?". Quel dato infatti diceva che questa nazione è ancora molto indietro, nel complesso. Anche considerando soltanto i 500 milioni dei centri urbani, se quei 500 milioni hanno soltanto superato di stretta misura i 57 milioni nostri (che tra l'altro, scontano il ritardo secolare del Meridione) significa che in termini relativi (che sono la realtà) la Cina anche nei numeri è ancora indietro.
Pagina del 22 novembre 2005