
La lingua come sistema di comunicazione
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Quando noi emettiamo dei suoni, lo facciamo al 99.9% per comunicare un concetto ad altre persone. Quindi il sistema-lingua si può definire come un campo sonoro che un intero popolo condivide, e che lo differenzia da altri. Il sistema-lingua è un apparato complesso e molto ricco, comprendente centinaia di migliaia di fonemi pronti per l'uso, ciascuno con un suo concetto. Questi fonemi sono fissi, rispetto al dominio. Se io voglio indicare l'oggetto che raccoglie la cenere delle sigarette sono costretto a dire 'porta-cenere', e non posso dire ad esempio 'raccoglicino'. Se lo facessi l'altro non mi capirebbe. Quindi, la fissità dei fonemi serve come garanzia per un intero popolo, nel senso che lo standard dà la sicurezza dell'uso. La cosa funziona come qualsiasi standard. Una volta imposto il sistema PAL per la Tv a colori, tutti i paesi che vi aderirono lo utilizzarono. Una volta impostosi il VHS, tutti i videoregistratori avrebbero letto un unico nastro che scorreva. La legge dello standard è una delle più grandi conquiste del genere umano, e fa sì che l'unificazione non permetta più ostacoli di varia natura tra i consumatori.
Quell'apparato si chiama 'dizionario'. La fissità di cui abbiamo detto, tuttavia, non è assoluta. Non si estende infatti al campo posseduto da ciascuna parola. Sono possibili variazioni, come l'acquisto di un nuovo derivato, la perdita di una parola con il disuso, il conio di nuove espressioni, lo slang. L'interesse di ciascuna lingua sta proprio nella vita interna, con fenomeni rilevanti come i neologismi. Tra le parti più significative della linguistica quella delle preposizioni. Se non ci fossero, noi saremmo ancora impantanati entro frasi come 'uso macchina andare scuola mattina'. Frasi senza ponti, senza collegamenti interni. Questi collegamenti sono garantiti dalle congiunzioni, quando si tratta di unire diversi periodi, e dalle preposizioni quando si tratta di collegare diversi sostantivi o aggettivi di uno stesso periodo. Così, avendole possiamo dire: "Uso la macchina per andare a scuola di mattina".
Quando le preposizioni nacquero, come tutte le altre parole furono esportate nelle altre lingue. Come sempre succede, non tutto corrispose. Così come succedeva che un 'attuale' non restasse la stessa cosa diventando 'actual', succedeva anche che un 'per' non corrispondesse esattamente a un 'for'. Della cosa vi accorgete ancora oggi, perché in inglese il 'for' si usa molto meno del 'per' italiano. Cosa vuol dire? Vuol dire che Monetti, quando va a vivere tre mesi negli Stati Uniti, non è proprio la stessa persona che è quando vive in Italia. Perché? Perché noi cambiamo, essendo animali soggetti a fenomeni di antropologia culturale (vedi ad esempio cosa accade quando una persona si sposta da regione a regione). Anche le parole, esportate nei primi secoli medioevali nei territori delle lingue romanze (da radici latine e greche) non restarono la stessa cosa. Ciascuna, pur portando con sé uno stesso concetto, assumeva diversi derivati e si combinava con le altre in un modo diverso, prendendo così diverse strade. Queste strade venivano assimilate dalla popolazione, che cristallizzava l'uso facendolo regola. Così, se la parola 'avviso' o 'consiglio' arrivava nella Gran Bretagna di allora come 'advice', non ci arrivava con la stessa valigia. Arrivando lì, per una serie di fenomeni culturali o di comunicazione parziale, stendeva attorno a sé bagagli diversi. In questo caso, sbarcando in territorio inglese, quelli capirono allora che non si potesse dire al plurale e così cominciarono a dirla soltanto al singolare. Dilla oggi dilla domani dopo 100 o 200 anni quella parola venne fissata nel suo uso al singolare, che si disse 'regola'. Questa regola, al tempo stesso, vietò l'uso al plurale. Così si mantenne, nel tempo. Quindi, se voi andate a Londra e dite 'advices' (consigli) ci sarà subito una persona del posto che vi correggerà e vi farà dire ''advice' (consiglio).
FAQ - Ma allora qui fu imposto qualcosa alla gente?
No, non si impose nulla. Per pensare questo dovremmo pensare che esca un editto valido per tutti e che venga punito chi non osserva quella regola. Non fu così da nessuna parte. Quel che successe è che la gente si trovò a dire in quel modo, per motivi che oggi non possiamo più verificare o comprendere al 100%. E' come se cercassimo di capire la ghigliottina. Anche gli uomini di due secoli fa erano molto diversi da noi. Oggi, ragionando, nessuno direbbe soltanto 'advice' al singolare, perché la parola 'consiglio' deve poter essere numerata come tutte le altre. Io dò cinque panini e se voglio anche cinque consigli.
FAQ - Ma allora perché fecero sempre così?
Questa è tradizione, un campo in parte umano (usi e costumi) in parte di natura (fonia). Essa si forma da un accordo che i parlanti accettano, per quell'insieme di suoni di una nazione. Questo significa che le parole stesse attraversano una sorte dettata in parte da loro (natura) in parte da noi (comunicazione umana). Negli Stati Uniti vinse l'elevator al posto del lift, e l'underground non riuscì mai a vincere sul subway. Chiedersi il perché è come chiedersi perché sia stato più popolare un cantante anziché un altro. Non si può scavare oltre un certo livello del terreno, perché i problemi diventano metafisici e poco spiegabili.
FAQ - Ma in Cina o in Turchia a un certo punto fu imposto un diverso alfabeto...
Ecco, questo è un altro discorso. Un alfabeto intero può essere imposto, essere adottato ex novo da una nazione. E' come ricominciare, come cambiare casa, spostandosi in altro luogo. Le azioni vengono spontanee anche dopo il trasferimento. In sostanza, si decide ugualmente quel che si fa durante la giornata. Quindi, anche se un'intera nazione in certi (limitati) casi ebbe un altro sistema, non si poteva certo imporre il parlare in un certo modo.
FAQ - Allora qual è la differenza tra sistemi in cui sono possibili imposizioni e quelli in cui non sono possibili?
Imporre è possibile solo quando il soggetto attivo controlla il campo del soggetto passivo. Alla società fu imposto a un certo punto il VHS, ma questo non significava che si potessero imporre alla gente i film da vedere a casa. Quindi, l'uso della lingua non può mai essere imposto perché dipende dal cervello di ciascuno, che lo trasmette agli organi di fonazione (bocca, laringe, lingua ecc.). Durante la giornata io - entro quell'apparato fisso di parole - uso le parole che voglio, in piena libertà. A un certo punto entra in una nazione una parola straniera? Se quella parola ha successo la userò, quasi senza accorgermene. Se anche tutti mi dicessero che nella mia lingua esiste già l'autorimessa, a me verrà da dire 'garage' e non c'è niente da fare. Questo spiega perché un tentativo come quello dell'esperanto è inutile. In un campo soggetto alla nostra volontà non si può intervenire dall'esterno con un'opera imposta. Già è un grande miracolo della natura che 60 o 300 milioni di persone parlino un'unica lingua. Pretendere che usino una certa parola in luogo di un'altra sarebbe quasi inimmaginabile. Quindi, io parlo un sistema che mi è stato dato, ma all'interno di questo sistema seleziono gli elementi che dico io o comunque quelli che mi viene naturale di dire. Se anche mi si ponessero questioni morali, mi trovo davanti a due fattori:
1) potere di una singola parola
2) uso dei miei connazionali.
Qui dobbiamo restare, poiché i problemi principali ruotano attorno a questi due fenomeni.
FAQ - In che modo le parole esplicano un loro potere su di noi?
Nel farsi prendere o meno. Tutto qui. Il loro potere è l'uso. Difatti, se state alla pagina più recente, l'aggettivo 'terroristico' avrebbe chiesto a noi: "Ma allora che ci sto a fare se non mi prendete mai?". Se i media, in Italia, dicono nel 90% dei casi 'gruppo terrorista', noi dobbiamo ragionare nel modo seguente: "Terrorista sta vincendo sul terroristico". Vuol dire che più della metà della popolazione (qui abbiamo detto circa il 70%) accetta di far vincere quella parola. Ma la cosa è provvisoria. Infatti, appena i media ne prendono atto, basta che un giornalista cominci a correggersi... poi lo fa l'altro... e pian piano si torna al termine più giusto con una inversione di tendenza. In questo caso, succedeva che uno prevaleva ingiustamente sull'altro. La prevalenza ingiusta causa l'errore. Se questo si fissa e prende la maggior parte della popolazione, viene accettato anche dai dizionari. Difatti 'evacuare' figura nei dizionari anche nel significato distorto. Tuttavia, basta che la voce si diffonda, e perlomeno si produce una speranza di ravvedimento.
FAQ - Quindi in una certa misura possiamo frenarle, o viceversa stimolarne l'uso?
Sì, ma questo è possibile oggi, perché abbiamo uno strumento potentissimo come Internet e mezzi di comunicazione diffusi in tutto il territorio. Ma 18 secoli fa come avrebbero potuto? Ecco il problema più grosso. Noi siamo all'inizio del XXI° secolo in una condizione di grande potenza della comunicazione, mai raggiunta in precedenza sul pianeta. Ma abbiamo dizionari e grammatiche in gran parte ereditati dal Medioevo. Il grosso è concentrato in questo contrasto: avere una grande potenza, ma con mezzi creati molti secoli fa. Nessun giovane americano che ragiona, oggi, farebbe una regola dell'information solo al singolare. Anche qui, chissà cosa capirono allora...
Aggiornato alle 21.32 dell'8 novembre 2003
FAQ - Il potere delle parole trova complicità?
Certamente. Basta pensare a come vengono spinte le parole della rete (chat, download, cookies...) da coloro che ci lavorano o che ci guadagnano. Fuori dal misticismo e dalle pratiche spirituali, le parole sono merce come tutto il resto. Il mantra è una cosa bellissima, ma se mi serve per catturare pubblico e iscritti al mio ciclo di conferenze è chiaro che la parola verrà da me lavorata e spinta (senza che io mi accorga completamente). Le complicità qui si creano con la vita stessa, non sono tanto accordi segreti quanto improvvise alchimie che ciascuno di noi opera con la cultura. Nell'antichità, esse servirono perfino a rafforzare l'autorità di chi sapeva nei confronti di chi non sapeva. Il 'latinorum' di molti studiosi e di molti sacerdoti è anch'esso uno strumento di supremazia sociale. Quando il latino perse la sua prerogativa di lingua veicolare per la cultura, il potere passò in maniera incontrastata a singoli idiomi nazionali, imponendosi dapprima il francese e lo spagnolo, e infine nel secolo XX° l'inglese. Ma anche qui soccorre un ragionamento per contrasto. Nessun uomo del 1400 o del 1700 sarebbe stato in grado di tenere una conversazione tri o quadrilingue. Oggi il nostro cervello permette la padronanza di una buona parte di tanti dizionari, anche stranieri. Non lo fa per acquisizione separata, ma per 'capienza orizzontale'. Uno dice 'giardino' e immediatamente si pensa a jardin, garden ecc.ecc. In questo contesto, è chiaro che le complicità derivano anche da fenomeni di suggestione. Se in Italia cominciano a scrivere 'sequel' per 'seguito' fa ridere e dura poco, ma intanto il fenomeno ha colpito qualche decina di migliaia di persone.
FAQ - Se quel sistema fu creato tanto tempo fa e non si può cambiare, cosa si può fare dal punto di vista delle regole?
Un momento... non ho detto che le grammatiche siano un sistema da correggere. Anzi, penso il contrario. Sono cose assolutamente favolose, senza eguali in natura. Se io penso all'intera grammatica di una lingua mi viene da immaginare un regno, qualcosa di equivalente a un territorio immenso e difficile da esplorare nella sua interezza. Avere nella propria mente una intera grammatica è come possedere a memoria tutto il Corano. Estrai a piacere i punti che vuoi, citi quello che ti occorre, lo analizzi, ne vieni arricchito. Le regole (=apparati grammaticali, che governano l'uso) sono qualcosa di mirabolante, che fu la natura stessa a creare all'inizio. Ed era giusto che fosse così. Se mi arrivano dieci persone a casa, devo fare ordine nelle stanze e trovare la giusta disposizione per farle star bene e sistemarle nel modo più giusto. L'unico problema è che il 5% di esse oggi non va più bene, nel senso che noi oggi le faremmo in un altro modo. Il 5% è pochissimo, in proporzione. In tutto, le regole esistenti per ciascuna lingua occidentale non sono più di 5.000 o 6.000. Se diciamo che 250 non vanno bene, siamo su una cifra ragionevole. Quindi, il problema - nel caso - si pone su 200 casi che in origine non furono capiti oppure che sono sfuggiti all'uso migliore. In teoria non ci si può far nulla, perché qui siamo nel famoso campo in cui la gente nasce con una regola e con quella morirà. Soprattutto fenomeni psicologici determinano una riluttanza a cambiare il costume. Nel regno del famoso 'si-è-sempre-fatto-così', chi si avventura trova un terreno minato dal conservatorismo dei parlanti. Un conto è l'uso, che è un fatto di natura in una certa misura modificabile nel tempo. Un conto è la coazione a usarlo in un certo modo. Ridotta ai minimi termini, la parola 'grammatica' si potrebbe definire in questo modo: fare le cose in un certo modo. Cioè, dirle, in questo caso. Se tu non le dici in quel modo c'è subito chi ti corregge e ti dice che 'no, bisogna dirlo nel modo dovuto', cioè quello corretto.
FAQ - Da cosa nasce la difficoltà di chi vuole fare obiezioni?
Chi volesse fare obiezioni si scontra col fatto che la gente è libera anche qui di fare quelle cose nel modo che crede. Anche ammesso che l'obiezione sia fondata, chi parla ha sempre la possibilità di conservare la regola originaria. Qui le statistiche dicono che il genere umano è profondamente conservatore. Io potrei fare una conferenza di cinque ore e convincere una intera famiglia americana a dire 'information' anche al plurale, ma non servirebbe. La psicologia qui crea uomini 'ligi', che in un caso del genere sono portati a pensare: "Va bene, vediamo se lo fanno gli altri... se vedo altri che iniziano a farlo lo faccio anch'io'. Il problema è che 'altri' non è una persona. La gente, la società siamo tutti noi. Il fatto che uno non inizi non significa che il via non possa essere dato ugualmente. E' ovvio che obiettare in un campo tanto smisurato sia una piccola avventura destinata a un esito quantomeno lento e graduale. Cose che si vedono nell'arco di decenni. Però bisogna farle. Non occorre che ci sia una legge o un'Accademia. Qui si torna al fatto dell'intervento dall'alto. Io non mi sarei mai sognato di andare da un giudice per imporre questa nuova visione ai sacerdoti della religione cattolica. Ho scritto, e ho offerto in visione. Chi ha capito seguirà. Chi non ha capito o non vuole non seguirà. L'importante è capire. Anche nella lingua.
FAQ - Quindi il 95% va ancora bene?
Va bene, nel senso che si può mantenere e nel senso che sono fenomeni spontaneamente nati secondo un fatto di suoni. Uno potrebbe sorridere del fatto che in Francia si sia sempre detto 'innocentare', e invece è un guadagno per loro dal momento che evitano di spezzare in due parti. Da loro è stato possibile, mentre con altre lingue no. Ed è anche questo un fatto di grammatica creatasi secondo una aderenza di suoni. Difatti, quando non ci sembra giusto, tutti - in qualsiasi lingua - diciamo: "Non suona", anzi lo diciamo spesso con la particella, "Non mi suona molto", quasi ad attribuire a noi stessi un diritto di dire la nostra per un patrimonio comune. Il 'non suonare' è proprio la dimostrazione più evidente che noi non accettiamo quel che fu la natura a non creare mai. Ricordo il giorno che udii per la prima volta la parola 'dormizione'. Mi arrabbiai di brutto e pensai che l'altro fosse ignorante. Poi scoprii che è un termine esistente, ma in ambito religioso. Le regole grammaticali sono una cosa meravigliosa, perché l'universo ci fa stare dentro un altro universo e con queste comunichiamo senza difficoltà. Solo che oggi ci accorgiamo di alcune cose a cui nessuno aveva pensato in precedenza. Io stesso, quando scrivo in lingua inglese, devo esercitare un'attenzione a più livelli. Facendolo, mi accorgo che qualcosa non quadra anche nella lingua inglese. L'uso del much ad esempio è talmente vario e irrazionale che mi rende confuso il quadro. Secondo me, non quadra. Ma non posso farci nulla. Ho spiegato poi la cosa più strana di tutta la loro grammatica, quell'headache con l'articolo indeterminato davanti. Anche qui, che si può fare? Dal 2000 al 2002 ho domandato a circa 150 persone di madrelingua inglese perché si debba dire obbligatoriamente 'I've got a headache', ma non ho mai ottenuto risposte convincenti neppure da loro. Segno che la natura a un certo punto volle così, e allora se è soltanto il 5% a dare dubbi mi sta ancora bene. Del resto mi rendo conto che tante persone sono nella mia stessa situazione quando hanno un approccio dal di fuori con la grammatica italiana.
Aggiornato alle 22.47 dell'8 novembre 2003
FAQ - Veniamo al secondo argomento. L'uso dei connazionali. In che modo influisce sul singolo?
Questo è un fattore di estrema importanza ed è tuttora sottovalutato. Parlando noi ci realizziamo 'socialmente', esprimiamo un bisogno e una potenzialità allo stesso tempo. Se non lo facessimo, potremmo vivere ugualmente ma alla maniera degli asceti. Parlare crea enzimi, fa circolare più neuroni. Se sulla Terra avessimo un'unica lingua, avremmo una possibilità superiore in quantità ma con risultati identici in qualità (uguali fenomeni nella comunicazione). Avere un certo numero di connazionali che usano le mie stesse parole è ciò che permette radici e fusto. Posso infatti espandermi, avere relazioni veloci e pronte con gli altri. Ma qui sono sempre stato confrontato con una contraddizione, il fatto che mi allettasse di più avere relazioni affettive con donne di altre nazionalità. Un giorno mi spiegarono la cosa, motivando una mia prevalenza intellettuale sulla sfera affettiva, ed è probabile che sia proprio così. Esaurito un campo, non provo più tanto piacere nel restarvi e dunque sono stimolato a passare a un altro. La lingua nazionale questo non lo consente, salvo che tu faccia una specie di investigatore segreto senza dirlo in giro. Quindi l'uso dei connazionali ha due facce di una medaglia che contrastano tra loro. Da una parte ti dà la sicurezza del guscio materno, in cui hai delle certezze relazionali, ma dall'altra ti può anche stancare e demotivare (specialmente dopo una certa età). Fin qui, la mia personale esperienza. In generale, mi sembra di poter dire che l'uso interno della lingua è diventato un fatto di routine. Influisce solo ad alti livelli. Se uno vive di spese al supermercato e di figli da svezzare gli basta poco. Se invece legge con regolarità l'Espresso e tutte le cose di arte, musica e informatica entra in un quadro più sofisticato e interessante. Ma purtroppo il 30-40% dei tecnicismi è in lingua inglese, e così si può dire che i 2 milioni di Italiani che vivono la lingua nazionale ad alto livello maneggiano ed emettono uno strano idioma, diremmo anche qui un italish (se potessimo fare una sintesi simile allo spanglish). Cosa che si verifica anche in Spagna e in Francia. Io direi che si entra in un fatto di educazione, di civiltà. Ogni volta, se si avesse il tempo e il coraggio, bisognerebbe interrompere e chiedere: "Perché stai usando quella parola? Non ne avevi un'altra?".
FAQ - Si può?
Ci vuole coraggio, e si rischia anche di passare per noiosi. Qualcosa potrebbero fare i conduttori radiofonici che ricevono quelle chiamate al telefono. La lingua, arrivati al 2003, è un fatto che in un certo senso dovremmo selezionare meglio. Non si toglie nulla alla naturalezza se si fa degli esamini di coscienza. Più si entra nello specifico più il particolare obnubila le possibilità di ciascuno. Uno degli equivoci di sempre è quello di pensare che l'uso di termini chic di ambito internazionale arricchisca. Il contrario. Chi riesce a collegare più periodi utilizzando soltanto parole della propria lingua ha un migliore controllo. Uno dei settori più caratteristici è proprio quella della musica pop, in cui il gergo giovanile si mischia ai tecnicismi in cose come 'flipparsi', 'sgallettare', 'up and down'. Qui i giovani diventano 'coatti' da subito e in questo modo rendono 'coatta' anche la lingua all'interno del territorio nazionale. Quindi l'uso indebolisce, anziché rafforzare, perché soggettivamente allinea su uno stereotipo e oggettivamente deforma l'idioma nazionale. Molti pensano che dire 'politically correct' sia chic o dia tono. La lingua italiana ha delle espressioni molto più valide. Il discorso qui è necessariamente bipolare, poiché vede da una parte la lingua inglese (predominante) e dall'altra tutte le altre. Per cui bisogna distinguere. Negli Stati Uniti non si hanno le stesse variazioni e gli stessi sali-e-scendi delle altre lingue. Una famiglia italiana o francese è esposta a un bombardamento che mette a dura prova la tenuta dell'idioma nazionale. Oggi diciamo questo: più si riesce a controllare quel bombardamento più si è 'master'. Il contributo alla autonomia e alla purezza della propria lingua risulterà alla fine determinante, perché dall'usare dieci suggestioni internazionali in più non ne deriva niente.
FAQ - Qui la natura come agisce?
Qui la natura crea enormi vortici del tipo di quello che abbiamo visto con l'arrivo della rete. Sciami di neologismi e di acronimi. Gran parte dei quali si disperde e si annulla un po' come il fumo nell'aria. Insomma, molto fumo e poco arrosto. E' una natura insidiosa, poiché annulla le possibilità della propria lingua per dare spazio a cose comode e poco durature. Se una persona è sana e vive una vita normale non ha bisogno neppure di dire 'AIDS', figuriamoci tutto il resto. L'uso dei connazionali, in questo quadro insidiato, è pur sempre coinvolgente. Se tu sei seduto con degli invitati o se vai al talk-show di Canale5 ti trovi a dover usare comunque delle parole, e il fatto che siano proprio i tuoi connazionali a farlo ti lega. Se dicessi 'programma' anziché 'talk-show' ti sembrerebbe di stare su un gradino sotto, cioè di non partecipare allo stesso modo alla discussione. Mi rendo conto che si può fare poco.
Aggiornato alle 23.48 dell'8 novembre 2003
FAQ - Unendo i due fattori?
Unendo i due fattori si arriva pian piano al centro della questione, e quindi anche alla discussione sulla possibilità di modificare quel che non va bene. Chi parla si trova infatti al centro di una duplice circolazione: da una parte interagisce con le parole, dall'altra con persone (per lo più) della sua nazionalità. Il traffico lo immette in un circuito che si chiama appunto 'comunicazione'. Parlando (e anche scrivendo) si rende conto ormai di tutto quel che suscita perplessità. Ma si tratta di roba risalente a molti secoli fa. Allora, poniamo: quest'oggi si trova a dover telefonare a un amico inglese. La padronanza delle due lingue lo fa passare da una telefonata precedente in italiano a questa in inglese. Due minuti prima hai detto 'sposarsi con', ora devi dire necessariamente 'get married to'. Se è uno che ragiona comincia a parlarne, a discuterne con chi può avere competenza, e in questo modo scopre che le comunità nazionali sono restie a cambiare le proprie regole. Come arrivare a un punto di incontro? Un punto di incontro non esiste, perché si tratta di due culture diverse, ciascuna fornita di suoni auto-referenti. Non esiste una cultura superiore a un'altra. Ciascuna si difenderebbe e contrasterebbe l'altra, conservando il suo patrimonio originario. Noi però non siamo parte di una lingua. La parliamo, dunque in una certa misura la controlliamo (anche se ne subiamo gli effetti). Abbiamo dunque il dovere di ragionare, che è soltanto un fatto di logica. Ragionando, arriviamo a concludere che va meglio lo 'sposarsi a', per una serie di ragioni. Primo, è un fatto di correlazione, non di compagnia ('con' è compagnia, più che unione). Sposandoti, tu diventi imparentato di un elemento dell'altro sesso, con cui generi una tua discendenza. Questo non ha nulla a che vedere con il 'con' (=si potrebbe perfino non convivere), mentre è un fatto di 'a'. Con quel contratto tu ti leghi a una persona, non con una persona. Secondo, è la lingua stessa che te lo dice. Dicendo 'Sono sposato con due figli' tu cadi in una frase ambigua, perché il 'con' permette di immaginare che tu ti sia sposato... con quei figli. Rischio che non si avrebbe con lo 'sposarsi a', poiché in quel caso il 'con' sarebbe un semplice arricchimento (=ho anche due figli) al fatto di esserti sposato 'a'.
FAQ - Ma perché nelle due lingue stonerebbe l'alternativa?
In inglese, per il motivo or ora ricordato. La lingua, con il 'married with' darebbe proprio l'impressione di una contemporaneità, di una contestualità pura e semplice, un po' come di colui che si sposasse insieme con un altro, cioè presente anche lui, non 'a' un altro legandosi a lui. Un fatto di logica impedisce agli Inglesi di dire quel verbo con la preposizione 'with', e la loro lingua appare assolutamente irremovibile. In italiano è un fatto di abitudine, e forse anche di scarsa attitudine della preposizione 'a'. Questa è stata uno dei grandi sacrifici dell'italiano contemporaneo. Da qualche decennio non la utilizziamo più, mentre in tanti casi la regola la richiederebbe. Dire 'sposarsi a' non è facile, ma in pratica è un fatto di abitudine. Tu ti metti a fare quella cosa in un modo diverso da come l'hai sempre fatta. All'inizio non te la sentirai, tanto è vero che non ti verrà naturale e per farlo dovrai fare sforzi enormi. Poi però... si tratterà solo di acquisirla all'orecchio. Nulla di più. Nulla impedisce di dirla in quest'altro modo.
FAQ - Allora veniamo al punto. E' fattibile? Come?
Recuperiamo, in una sintesi, quel che abbiamo appena detto. Una cosa del genere non si potrà mai imporre, né qui né da altre parti. Io la vedo come un fatto spontaneo della popolazione. La si fa... ciascuno per proprio conto... oggi la fa Pietro Burri di Arezzo... domani la fanno Aldo Ciompi di Livorno e Mario Meloni di Sassari... dopodomani Giulio Banti di Roma e Albertina Bianchi di Busto Arsizio... e così via. Un progressivo mutamento culturale all'interno della lingua, da raggiungersi in un tempo molto continuato e soprattutto per via di apporti giovanili (che sono quelli per età più implicati nel fenomeno in questione). Farlo non dà un tornaconto, cioè non ha una convenienza. Sono cose che si possono fare per una spinta idealistica, che del resto è equivalente a quella di chi disse un giorno che 'a me mi' non si può dire. Quando il lecito non incontra ostacoli e al tempo stesso corrisponde alla logica ci si sente chiamati soltanto per un'idea, per un ideale da raggiungere. Quindi siamo lontani anche qui da un fatto di imposizione. Molti mi hanno detto che 'non è facile' e che 'non suona'. Sulla prima cosa sono d'accordo. Non è facile, perché se non lo si pensa non viene da dire. All'inizio occorrerebbe imporselo. Sulla seconda, non sono d'accordo. Provate a farlo, vedrete che nel 2007 suonerà. Prima di fare l'amore per la prima volta, non suonava neppure a me.
Aggiornato alle 00.55 del 9 novembre 2003
FAQ - Ma come avviene, o come avvenne il legame interno che stabilì l'unione?
Questo non si può dire, a distanza così grande dalle origini. Già non possiamo farlo con facilità oggi per un neologismo, figurarsi per le origini della lingua. Detto in breve, si torna a quel che dicevo all'inizio. Il 'for' non è uguale al 'per', e così ogni lingua che abbia delle preposizioni stabilisce suoi legami. L'inglese è la più originale, ma al tempo stesso la più ferrea nella sua logica. Se qualcosa non corrispose, non la accettò mai. In più delle altre, ebbe una foresta di legami preposizionali, che amò profondamente. Nessuna come l'inglese è stata così ricca di matrimoni, specialmente nei verbi. Nell'operare questi legami, ha ragionato sempre a modo suo. Noi diciamo 'dipendente da' ma loro conoscono solo il 'dipendente su', perché non capiscono l'agente. Noi diciamo 'soffrire di' mentre loro 'soffrire da', perché non capiscono la specificazione se il male proviene 'da' qualcosa. Noi diciamo 'cercare' tout court, mentre l'inglese preferisce il 'cercare per', in quanto vede un'azione distribuita e finalizzata ('guardare per trovare', 'cercare per avere', simili del resto all'ask for). Tutte queste cose nacquero spontaneamente, nella foresta dei suoni, e tali rimasero. Chiedere ai madrelingua di modificarle è quasi impossibile. Ci sono però casi, come lo sposarsi con, che sembrano richiedere (il coraggio di) una modifica. Diciamo che la modifica sarà tanto più utile quanto più l'uso si sia alterato o corrotto.
FAQ - L'errore nelle preposizioni è fondamentale?
Sì, ed è a tutt'oggi quello più frequente. Siamo in un campo che ha pochissime regole, e per i madrelingua funziona per lo più ad orecchio. A orecchio un Inglese dirà che non va bene il 'marry with', poiché vi dirà che sembrano due persone che si sposano ciascuna per proprio conto (anche se in uno stesso momento). A orecchio un Italiano dirà che non va bene il 'soffrire da', poiché evidentemente non si creò inizialmente questo matrimonio. La lingua italiana tuttavia è più tollerante in questo e noi l'abbiamo seguita. Ci sono perfino qualità, come il 'deluso', che si comportano come puttane andando un po' con tutti (deluso da, per, con, di). Gli errori commessi dagli studenti di lingua straniera, in questo campo, sono innumerevoli, non si contano. Essendo un fatto di orecchio, bisogna esserci nati o vivere sul posto. Anche gli stranieri che parlano italiano ne commettono in grande quantità, poiché passano dalla loro lingua. Questo tipo di errore genera una semplice 'correzione', senza poter adeguare o convincere interamente. In fondo noi stessi rappresentiamo una lingua e nel caso la difendiamo da altre. Nel caso di Dio, però, ci si trova davanti a un caso unico in tutto il dizionario. I motivi li abbiamo spiegati. Basta tornare sulle nostre pagine. Qui operare il passaggio significa semplicemente fare quella formattazione, con doppia opzione. Non occorre adeguare l'orecchio, quanto capire e adattarsi. Delle due è più facile la formattazione semplice, poiché basta non nominare più la parola. Gli ex-atei non avranno alcuna difficoltà. E comunque è un fatto ineludibile, le nuove generazioni non vivono più in un ambiente che possiede la divinità nel modo tradizionale.
FAQ - Il passaggio tra lingue, nella comunicazione, cosa comporterà?
Comporterà nulla di nuovo, perché a parte il comune 'My God', che è un'espressione innocua e come tante altre, soltanto sacerdoti o predicatori potrebbero avere la necessità di citarlo in una lingua straniera. Ripeto, negli anni '90 avrò usato quella parola non più di quattro o cinque volte. Nel nuovo secolo non mi è mai capitato di citarla all'infuori dei casi in cui ho parlato di questo sito. Se si accetta questa riforma anche nei fatti si entra con più partecipazione nel nuovo mondo. Vogliamo dire che anche qui sarà cosa bella proprio osservare il normale e naturale svolgersi dei fatti senza imposizioni? Chi ha capito lo mostrerà con le sue parole. Tu non senti più la parola, non senti più quei discorsi e capisci di esserti liberato. Ascolta, per loro si fa sera.
Ultimo aggiornamento alle
01.39 del 9 novembre 2003