
Cambiare si può, basta cominciare
Oggi le lingue vengono parlate a più livelli, a cominciare da uno formale (circoli, diplomazia) per finire con uno 'di strada'. I piani sono talmente divaricati che il livello più alto non ha più nulla a che spartire con quello più basso. A noi interessano poco questi due estremi. Da una parte, sorrideremmo nel sentire un cittadino di Londra con un British English molto forbito. Dall'altra, non capiremmo nemmeno mezza parola da cittadini di colore del Bronx che parlano una lingua americana tutta ridotta a 'slang'. Ci interessano invece i livelli intermedi, che sono principalmente tre. Lo standard, l'informale e il colloquiale.
In questo ampio universo, che viene parlato da moltissime persone, avvengono i principali eventi che incidono nella evoluzione della nostra lingua. Qui, come avete capito, meno personalità si ha più si accetta e ci si adatta a come si parla in un luogo, sia nell'accento sia nelle parole utilizzate. Se nel 1945 si fece largo un uso che in precedenza era errore, più la massa si appropria di quell'uso più questo diventa regola 'accettata' in quanto prassi. Così è in tutto il mondo. Ecco il dato principale di tutti gli universi linguistici del pianeta che chiamiamo 'lingue'. Le prime volte, qualcuno storceva la bocca e le orecchie rimarcando dentro di sé un uso poco ortodosso. Più passava il tempo, più quell'uso venne accettato perché nel frattempo venne preso da un numero sempre maggiore di persone. Qui le regole furono codificate in origine proprio dopo un primitivo uso, che portava nell'etere il modo e i suoni che parevano i migliori per quella lingua. La natura suggeriva un meglio e un peggio. Così, i primi teorici di grammatica fissarono la cosa per iscritto dicendo che quella aveva da essere la regola.
In otto
casi su dieci, la popolazione rispettò proprio
perché i suoni parevano essere più naturali in quel
modo (non perché esistesse un ordine esterno o qualcosa di
imposto). Nel nono, l'evoluzione
creò ambiti di tolleranza dopo l'iniziale strappo di qualcuno.
Esempio. La regola doveva essere Mary's bag is different from
yours. Poi, siccome si diceva anche una cosa del tipo Mary's
bag looks different than it appeared in your hands ci fu chi
direttamente lasciò il than anche nella semplice
comparazione e così negli Stati Uniti si cominciò a
dire dappertutto Mary's bag is different than yours. Se
cominciano a dirlo un po' tutti significa due cose. La prima è
che quel modo di dire debba confarsi, cioè risultare
congeniale all'ambiente naturale in cui si usa. La seconda è
che la gente lo scelga in modo universale ogni volta che si trovi a
pescare in quel dominio (cosicché in quel dominio il from
in breve scomparirà a favore del than). E' possibile
cambiare le cose? Se anche lo fosse, sarebbe in ogni caso difficile.
Se voi andate a lavorare a Chicago il 95% della popolazione
userà quella frase con il than. Nemmeno il ragionamento
più completo al mondo li indurrà a cambiare. Da noi
succede lo stesso. Nel decimo le
cose vennero intese in un modo particolare già dall'inizio, e
questo spiega la differenza. Se una parola o una regola penetrava in
una comunità con una certa credenza, quella comunità la
prendeva così e mai ci avrebbe ragionato. Questo accade(va)
specialmente nella oralità, cioè nella pronuncia. Negli
Stati Uniti la parola 'suit' viene pronunciata con una 'u' lunga,
mentre a Londra dicono 'siut'. Allora, il problema nei minimi termini
si riduce soltanto a un fatto di convivenza. Se vado a lavorare a
Chicago non posso dire 'siut' perché interpreterebbero in
altro modo e così convivendo se voglio intendere quel concetto
dirò necessariamente 'suut'. Lo stesso ragionamento
varrà in Gran Bretagna, a suoni rovesciati.
Questo approccio
potrebbe chiamarsi 'sociale', e si caratterizza per una
funzione della lingua al massimo livello di comunicazione. Io
dico suut perché vivo a Chicago e voglio comunicare con te
che sei di Chicago.
In antitesi, esiste pur sempre un livello ideale con un meglio e un peggio. Alcuni individui (un linguista, uno scrittore, un professore, un attore) potrebbero fare della lingua migliore un veicolo promozionale perfino per se stessi. Anche se non è realistico e nessun manuale ve lo dice, si potrebbe insomma vivere a Chicago e continuare a dire 'siut' comunicando in questo modo Io dico siut perché pur vivendo qui credo che sia più importante rispettare il meglio nella fonetica di questa lingua. Questo è un modello che già conosciamo. E' in fondo il professor Cardini che quando va a Trieste o a Palermo per un convegno mica pronuncia la 't' in modo diverso. Eccoci dunque a una confluenza molto significativa di due direzioni, che hanno continuato a convivere nel corso della nostra storia senza mai trovare un incontro.
Da una parte si ha il naturale fenomeno di chi parla la lingua che ha assunto per nascita e continua a parlare quella anche dopo un trasferimento di residenza (che sia migliore la sua, è cosa che alla fin fine conterà poco poiché si presume proprio dal fatto che l'individuo non l'ha cambiata). In questo senso, dovremmo immaginare il caso di individui che si spostino dalla Scozia al Texas e continuino a parlare la loro lingua di origine. Raro ma possibile.
Dall'altra parte si ha l'altrettanto naturale fenomeno di chi dopo aver spostato la residenza trasformi anche la propria lingua in funzione della nuova. Molto più frequente, a conferma della nostra natura sociale.
Se volessimo combinare o codificare, in senso antropologico, questi due fenomeni cosa dovremmo fare? Non abbiamo alternative, poiché potremmo fare un'unica operazione:
Stabilire una volta per tutte quale sia la lingua migliore e portare in giro quella a prescindere dai luoghi
Voi direte 'discorsi grandi e irreali quanto l'universo'. Infatti. Discorso astratto, perché quel che conta è la realtà nelle nostra comunità. La realtà non ha finora proposto un modello vincente. Si convive tutti senza fare caso che alcuni parlano molto meglio di altri (vedi pagina su 'emissioni') e soprattutto al fatto che non esiste una tematica di questo genere che attraversi oggi la società. Al massimo esistono reazioni strettamente individuali, per cui alcuni ogni volta che sentiranno parlare quel Tizio diranno: "Cambia canale per favore, perché non lo sopporto". Ma più di questo non si è creato, finora. Noi leggiamo manuali di lingua che ne parlano con lo stesso livello di cura che userebbero per il galateo o per le usanze a tavola. Insomma, un'attenzione molto bassa che socialmente ha scarsissima rilevanza. In parte, conta il fatto che ciascuno parla come può. Non abbiamo nelle nostre cavità organi così potenti da farci mutare la lingua a comando. In parte, conta il fatto che mai la società ha veramente insegnato a parlare bene la lingua della propria nazione. E così l'emissione influisce poco o nulla, nei fatti. Con l'esempio del presidente della Repubblica del 1985 abbiamo chiarito tutto.
Esiste una lingua migliore di tutte (quelle che vengono parlate in una nazione)? In altre parole, e per esemplificare, esiste un italiano migliore degli altri nella penisola italiana? Ecco un problema complicatissimo. Ci troviamo qui a ragionare come tenendo d'occhio più strade che si dipartono da un incrocio. Voi pensate di trovarvi a Milano, piazzale Loreto. Da quella piazza partono non meno di sette vie. Dunque, se mi pongono quella domanda io dovrei tenere d'occhio sette questioni, nel momento in cui rispondo. Una è l'uso. Se si afferma un uso, vallo a smontare. Così potremmo dire, volgarmente. Non possiamo impedire ai parlanti di dire in quel modo. Un'altra è pur sempre il livello di purezza. Una è la grammatica. Poi abbiamo la fonetica. Poi la modernità. Poi perfino l'emissione personale. Insomma, non possiamo rispondere a questa domanda in un unico modo. Tutti sanno che il primo italiano fu quello della Toscana e unanimemente si ritiene per antica credenza che esso abbia elementi di purezza in numero maggiore di altri che si parlano nella penisola. Ma lo stesso non potremmo dire per l'American e il British English, poiché il secondo fu l'antico idioma delle origini ma è difficile negare che nel mondo di oggi si sia affermato (con motivazioni legittime) il primo.
Una risposta più precisa a quella domanda potrebbe essere data soltanto se la limitassimo a singole parole o espressioni. In questo caso, potremmo dire al massimo Quella parola sarebbe preferibile nella pronuncia britannica (o americana). Quando però facessimo il calcolo, scopriremmo che non si ha una prevalenza dell'una o dell'altra. Può capitare di tutto, in pratica. Ci sono espressioni che suonano più corrette in una, più corrette nell'altra e perfino corrette in egual modo. Ecco dunque che il problema non ha una soluzione pronta. L'individuo che emigra conserva un potere suo di preservare quello che intende, ma ogni volta si proporrà l'eterno problema e così a Chicago - se non dice in quel modo - sarà considerato 'diverso dagli altri'.
Chi vive nei vari luoghi di residenza non si accorge nemmeno di questa tematica, poiché - tra l'altro - vive in modo naturale ed emette alla velocità del fulmine. Qui notiamo tutti che al 99% dei casi, se deve viverci in modo permanente, si integra nell'ambiente parlando la lingua del luogo. In genere non si hanno problemi, perché le emigrazioni per lavoro avvengono quasi tutte prima dei 25-30 anni e sappiamo che in età giovane si è più disponibili a cambiare la propria parlata. Quando si fa quel passaggio, dentro di sé non si passano giorni e notti - come magari farebbe Monetti - a pensarci, arrivando magari a conclusioni. Io ci ho sempre pensato, perché compio alcune operazioni molto accurate ogni volta che vado all'estero. Ma sono, in questo senso, un quasi-feticista. Quasi nessuno si pone a parlare con la gente del luogo per verificarne il livello linguistico. Se poi lo facessero, avrebbero difficoltà a stabilire quale è meglio e quale peggio. Al massimo, i turisti direbbero: "Questo mi piace" oppure "Questo non mi piace".
Vediamo un pochino. Cosa è meglio tra Evening classes (GB) e Night School (US)? Beh, visto che sono corsi serali, sarebbe meglio il GB. Cosa sarebbe meglio dire tra Fly-over (GB) e Overpass (US)? Diremmo che siccome non c'è proprio un sorvolo (si tratta di cavalcavia su strade) il 'passarci sopra' US appare più corrispondente. E così via. Un calcolo numerico, insomma, non darebbe risultati. La realtà ci dice che gli uni dicono così e gli altri dicono così. Benché fosse una stessa lingua, in origine, la civiltà ha separato una piccola parte del dizionario dando qualche migliaio di parole diverse. Nessuno sta a verificare cosa va meglio, tra le due. E per l'appunto si arriverà a dire al massimo: "Preferisco questa", precisando comunque che nel territorio degli Stati Uniti si deve dire in quel modo e nell'altro non si può. Lift non indicherebbe più un ascensore, anche se l'interlocutore in molti casi capirà ugualmente. Siamo arrivati così a fissare un principio fondamentale
Una lingua si può parlare più o meno bene. Una volta scelta quella se ne deve stare all'interno, anche nel dizionario
Chi va a Chicago potrebbe anche manifestare nell'accento la sua provenienza scozzese. Importante però è che parli usando parole dell'American English. Quando io iniziai a scrivere pagine in inglese scelsi l'inglese americano, perché è quello che più o meno mi trovo anche a parlare nella vita. Non avrei potuto combinare (cosa che invece sentiamo spesso da qualche conduttore radiofonico improvvisato che si mette a combinare cose dell'una e dell'altra). O si parla l'una o si parla l'altra. Naturalmente, finché ci è possibile. Talvolta, anche a me, succede di infilare nel mio inglese americano un termine che proprio americano non è. Non starò a levarlo. In una delle pagine più recenti ho infilato un 'motorway' che è difficile (ma non impossibile) sentire negli Stati Uniti. Il motivo qui segue una pratica, nata da un gradimento. A loro non piaceva, e si palleggiarono da uno Stato all'altro le varie 'highway', 'expressway', 'freeway' eccetera eccetera. Ma qui non si segue un comandamento del Decalogo. Certo, se io scambiassi discorsi dal vivo il mio interlocutore potrebbe ogni volta ricordarmi come si dice da loro. Ma anche dire 'motorway' non è un insulto e va bene ugualmente.
Arrivati qui, siamo sempre al problema evocato fin dall'inizio di questa pagina. Possiamo cambiare le cose, sì o no? Sembra, posta in questo modo, una di quelle alternative del nastro registrato Telecom quando la signorina ti domanda se vuoi l'opzione 1 o 2. La nostra realtà è ben diversa e opera abbastanza rigidamente entro sistemi prestabiliti. Se mi installo a Pechino devo parlare mandarino anche nel caso in cui facessi sorridere (del resto noi sorridiamo solo dentro di noi quando li sentiamo parlare italiano in un ristorante cinese). Siccome la questione è ricca e complessa vogliamo affrontarla qui secondo un approccio evolutivo, in linea con l'intera trattazione di Memoriale e di Grammatiche. Io non sono qui per imporre qualcosa, ma semmai per analizzare e arrivare a delle conclusioni. Se le trovo, le dico. Qui uno spiraglio esiste comunque. Altrimenti non avrei dato quel titolo, in alto nella pagina. Arriviamo allora a questo spiraglio.
La realtà suggerisce un fatto incontestabile: noi abbracciamo una lingua per un fatto di comunicazione (approccio sociale). Una volta espletata questa funzione, il problema del come si emette resta solo una scelta personale. Nella pagina apposita abbiamo visto anche 'lingue false' o 'lingue coatte'. Perché? La risposta è sempre in direzione della Memocard.
Noi parliamo quello che, in quel luogo e secondo le nostre attitudini, ci riesce meglio di parlare.
In molti casi, esce anche una lingua falsa. In molti casi, esce anche una lingua coatta. Vuol dire che il Genius Loci è penetrato nel nostro essere facendoci parlare così. E quello è il nostro meglio, perché nessuno è tanto autolesionista da parlare quello che non gli piace. Ripeto, in quell'ambiente si finisce per parlare il meglio che ciascuno di noi riesce ad emettere. In questo meglio confluiscono tante motivazioni, comprese eredità del passato che non possiamo scrollare improvvisamente dal nostro essere. Parliamo sempre, in realtà, dell'essere. Mica è una cosa astratta. E siccome l'essere seduce, conquista oppure lascia indifferenti ecco che la nostra lingua ha sorti simili a quelle dell'essere. Però, a questo punto più d'uno mi domanderà cosa è il Genius Loci. A livello linguistico, il Genius Loci non è altro che la compenetrazione tua con quel particolare luogo. Se non ne hai, la tua lingua rimane quella di un altro luogo. Se ne hai, senti quasi una coazione (attenzione, la parola 'coatto' è tutt'altro che quella cosa brutta che si pensa in genere) a parlare in quel modo. Se hai 25 anni e sei socievole, i suoni di quel luogo all'inizio ti attraggono proprio come le spire di un serpente che ti avvolge senza che tu lo possa evitare. Allora, diciamo così: emetterai parole e suoni dando quella sequenza del luogo ma fai attenzione che la tua lingua sia corretta. Ecco il primo spiraglio. Io, se vivessi in Liguria, potrei anche parlare con un ritmo ligure (cosa che non è male, ricordatelo, rispetto a una parlata anonima e poco seducente) ma starò comunque attento a dire tèmpo e non témpo. Se dicessi il secondo, scadrei in un livello volgare della lingua. Dunque, prima conclusione: parla pure in quel modo, senza naturalmente accentuare troppo, ma ricorda di rispettare la lingua. Le prime volte in cui, tu ligure, dirai tèmpo avrai dato un input anche all'esterno. E magari, tra 20 anni, quell'accento grave avrà più seguaci del falso acuto anche a Genova.
In molti casi, da noi esce viceversa una lingua senza luogo e anche anonima. Vuol dire non solo che nessun Genius Loci è penetrato (caso opposto), ma che non abbiamo nemmeno circolazione del sangue sufficiente per emettere un circuito che attragga all'esterno. Ahi! Se uno parla come Orazio Petroselli o Augusto Barbera, parla una lingua che non esiste (e vedete che il livello di cultura non ha nulla a che vedere). Non è italiano, attenzione. Manca tutto: un ritmo, una successione, una personalizzazione, un riscaldamento, un raffreddamento. In questo caso, l'essere non trova e non dà con la propria lingua nulla di più di quello che già è. Intendo dire che, parlando, non aggiunge nulla. E' come se vivesse una lingua da Bancomat, in cui si limita a fare uscire ogni volta un suono perché quello deve fare. In questo caso, lo spiraglio viene da una lettura interiore che l'essere farà una volta scoperto (e questo sito può essere causa) che parla in quel modo. Per parlare meglio occorrerà non tanto mutare lingua, ma trasformare qualcosina proprio dentro il proprio essere.
Questa trasformazione andrà a mutare qualcosa del proprio sé. Sveva mica parla male. Solo che mancò uno scuotimento iniziale che creasse più contrasti. Se parlate come lei è come se seguiste un percorso di sabbia col pensiero anziché camminandoci sopra coi vostri piedi. Sulla spiaggia si cammina e questo addestra. Si sa come mettere il piede, insomma si impara anche ad affondare i passi nel modo dovuto. Se lo immaginate soltanto, non affonderete mai i vostri passi e allora resterete soltanto in una superficie ideale senza mai conoscere quella vera terrestre.
In alcuni casi, esce una lingua 'rivestita' o 'addobbata' in modo vario.. La maggior parte non si trasforma proprio perché cambiando non sarebbero più loro stessi e con tutta probabilità si vergognerebbero. Però, raggiungendo un punto fermo che non sacrifichi tutte le concessioni finora viste (ambiente, lingua originaria, integrità dizionario ecc.)... diremmo in fine che la nostra personalità si rivela anche da questo. E allora: in una certa misura, per coloro che lo desiderano, cambiare si può. Basta cominciare.
Pagina del 1 giugno 2005