Su cosa è l'autore
Prima si stampava. Oggi si pubblica subito. Ma 'autore' chi è?

Questo sostantivo da dove proviene?
Proviene dal verbo latino 'augere', che significava ingrandire, aumentare, far crescere, far progredire. Scientia aliquem augere, scriveva Cicerone.

Fondamentale il senso di 'incremento'. Colui che compie quell'azione opera un incremento nel settore di cui si parla. Si può incrementare cose materiali, come un terreno, un impero, ma anche cose immateriali, come l'istruzione, il benessere, la paura.

Perché poi il sostantivo (ma non il verbo) ebbe una strada leggermente differente andando a rappresentare in generale un protagonista di qualche cosa?
Perché 'autore' si identificò con 'qualcuno che compie un'azione da sé'. Così, diremmo oggi: un giocatore è autore di un bel gol o di una bella parata; un giornalista è autore di un bell'articolo. E' un'estensione, soltanto. Tutti in realtà compiamo nostre azioni, ma non siamo tutti autori. E così in un mondo in cui scriviamo tutti, uno dei più ovvi settori di estensione del concetto fu la scrittura. Ma anche qui, solito discorso. Allora, siamo autori tutti? Evidente che non si può consegnare a questa parola un dominio così grande da farvi rientrare chiunque faccia una certa cosa e chiunque si attivi in un certo modo e chiunque scriva una cosa che viene pubblicata.

Errore collettivo, anche qui?
Debolezza, pił che altro. E' molto brutto ad esempio che si scriva un 'dizionario degli autori' inserendovi quasi tutti coloro che hanno pubblicato libri negli ultimi 15 anni. Ecco l'equivoco più grosso, che ha fatto passare in un certo modo alcune persone e ha permesso per altre solo una scoperta tardiva o addirittura postuma. E' un equivoco accecante, qualcosa che ha portato i più deboli fuori strada.

Per rientrare nella retta via da cosa dovrebbero ripartire?
Dal fatto che 'autore' è chi dà origine a qualcosa, chi promuove da sé un'iniziativa che porta frutti e accresce la collettività. Questo, soltanto questo si intendeva dire in senso morale quando si cominciò a dire la parola e questo si sarebbe dovuto intendere anche per gli scritti.

Dunque i nostri antenati si stupirebbero?
Sì, perché nella scrittura osserverebbero con meraviglia ma anche con piacere che oggi scriviamo più o meno tutti. Allora direbbero: "Cosa ve ne fate di questa parola? Noi l'avevamo estesa per cose che si accrescevano (persone che accrescevano), non per definire chi fa una cosa normale".

Dunque, chi ha creato un'opera scrivendo un romanzo non è un autore?
Può esserlo, ma non lo è necessariamente. Vediamo la corretta sequenza:

1) Scrivere un'opera. Fin qui si è scrittori e (se l'opera è importante ed è stata conosciuta da qualcuno o qualcosa) autori, anche se poco conosciuti.

2) Pubblicare l'opera, per farla conoscere. A questa fase, si è ancora solo scrittori cioè persone che hanno scritto e poi messo in commercio un'opera. Se l'opera è importante o crea tendenze o innova profondamente, si è anche autori.

3) Vendere molte copie del libro. A questa fase, si è scrittori con successo popolare. Se l'opera è importante o crea tendenze o innova profondamente, si è anche autori (ma non è facile che accada, quando si vendono molte copie).

4) Ottenere un grande apprezzamento delle persone più colte e più fini nella lettura. A questa fase:

a) Se il libro non ha venduto, si può essere o meno autori a seconda che esso abbia avuto caratteri di innovazione o sia stato rivoluzionario incidendo nella scienza o nell'arte.

b) Se il libro ha anche venduto (ma è rarissimo che succeda anche questo), si ha il grande risultato e il grande autore (riconosciuto in vita) per eccellenza.

In tutte queste cose, il fatto che la stampa ne scriva non importa. Se i giornalisti e i media dedicano attenzione, questo aiuterà sicuramente la persona. Se non lo fanno, la cosa non aiuta la persona ma questa può essere autore comunque. Ecco ristabiliti i corretti valori.

Allora, gli editori non sono più determinanti?
Proprio così. Quando non esisteva una rete digitale a disposizione di tutti, lo erano. Fu l'editore a intromettersi nella corretta direzione autore-pubblico. Fino al tardo Ottocento ciascuno stampava per sé affidando il testo a un soggetto stampatore. Più si ebbe istruzione di massa, più aumentò il numero dei libri pubblicati ogni anno (e dunque degli scrittori potenziali). Ebbe dunque buon gioco a intromettersi nel processo un nuovo soggetto, chiamato editore. Questi, in teoria, assumeva i rischi e le spese della pubblicazione intascandone una percentuale dalle vendite. In pratica, abbiamo visto che si è finito per fare gravare sull'autore stesso le spese della stampa (cosa misera e poco pulita, che ha reso inutile socialmente il mestiere di editore). Il sistema è diventato 'commerciale' e chi scriveva senza sostegni avrebbe trovato sempre maggiori difficoltà a stampare e a farsi conoscere.

Dunque, una degenerazione anche qui?
Esatto. Questi soggetti, chiamati editori, hanno finito per costituire una semplice cinghia di trasmissione, un passaggio per coloro che già erano conosciuti.

Ma se è autore anche chi non pubblica come facciamo a fare rinsavire tutti?
Questo lo abbiamo spiegato più volte, anche su Memoriale. La gente dovrebbe capire che:

1) Pubblicare un libro non è una grande cosa. Si tratta solo di trovare un socio in un editore, che poi ti stamperà le tue cose con il suo marchio. Umberto Eco e Alberto Moravia erano anche autori ma trovarono l'amicizia di Valentino Bompiani, che stampò loro tutto quello che volevano. E così il fatto che abbiano all'attivo un grande numero di libri pubblicati ci dice poco.

2) Farsi conoscere è solo una cosa che succede. Capita, se arreca una fortuna vera e propria, solo ad alcuni. Questo significa che si nasce... in un certo modo. Desiderarlo non lo fa succedere.

3) Un libro conta se è importante quello che c'è scritto dentro, non se ha un nome conosciuto.

4) Chi non ha cose da dire non dovrebbe pubblicare un libro. Non è uno status avere un libro nelle librerie. Se voi scrivete un libro per dire cose di Gesù o di Buddha dopo che sono state dette in precedenza milioni di volte non serve, non state facendo nulla di particolare e non siete autori. Carta sprecata. Difatti, nelle librerie ci sono pochissimi autori.

Con questi quattro punti, abbiamo ricordato ancora una volta la sostanza delle cose e abbiamo operato in questo modo un ritorno alla realtà.

Tutto questo ha le conseguenze già dette?
Tutto questo ha come conseguenza un ridimensionamento di tante cose, soprattutto della scrittura e di questa storia della pubblicazione. 'Pubblicare' era nato per far dire agli uomini di altre epoche: "Fare uscire in pubblico uno scritto, un'opera letteraria". E il solo farlo creava valori, perché allora non lo faceva nessuno. Nel 1720 chi pubblicava era quasi soltanto chi poteva farlo, poiché pochi sapevano scrivere a un certo livello e pochissimi erano gli scienziati. Si aveva così una coincidenza sostanziale tra il farlo e l'ottenere effetti. In un anno come il 1720 stampavano il loro libro alcune decine di persone e ci si ricordava più o meno di quasi tutte quelle persone. Non esistevano le rese. Nel mondo contemporaneo, in un anno come il 1988 tentarono una pubblicazione in Italia qualcosa come 110.000 persone. Di queste, 19.000 pubblicarono. E tra queste solo 900 hanno lasciato una traccia. Insomma, abbiamo detto tutto. Se c'è una fine da registrare, è in questo settore ancora prima che in tutto il resto. E la fine si ottiene restando al vero concetto, secondo il quale in realtà prima si stampava, più che pubblicare. Se la stampa, cioè la rilegatura, non aveva esiti di grande diffusione era poco verosimile affermare che era stato 'pubblicato' qualcosa. Il verbo visse dunque un'ubriacatura di massa che definiremmo 'impropria'. Oggi, in questa situazione, chiunque rende pubblico qualcosa mediante Internet. E così manca quel filtro tipico del mercato editoriale. Ma proprio per questo si imporrebbe un recupero del vero significato della parola 'autore'. E lo si avrà quando la gente imparerà a distinguere chi è autore da chi non lo è.

Pagina del 3 marzo 2005, ripubblicata con variazioni il 17 giugno 09