
Siamo anglicizzati. Fino a che punto?
Lo hanno rilevato tutti, negli ultimi 25 anni. La lingua inglese ha invaso il pianeta, in un modo che in passato era accaduto solo al latino e probabilmente nemmeno in questa misura. Dieci o quindici secoli fa, scrivendo o parlando bene soltanto in pochi, la lingua restava patrimonio coltivato in ambito ristretto (e la limitazione fu di utilità e protezione, come sempre succede quando si deve parare i colpi di una diffusione di massa). Dal 1975, anno in cui il processo di anglicizzazione prese una fase di accelerazione, l'era dei media fece andare il 'patrimonio invasivo' in bocca a tutti. Nessuno aveva più difficoltà a dire jam-session o check-in, perfino se avesse articolato male i suoni della propria lingua madre. L'inglese penetrava come lingua 'matrona', nel senso che prendeva sotto di sé un vastissimo campionario di parole e di espressioni. Perché poteva farlo con quella facilità? Qui bisogna dare una risposta, altrimenti non capiremmo e rischieremmo di sottacere le indiscutibili qualità foniche di quella lingua. Poteva penetrare in quel modo perché ha suoni rapidi, molto commestibili e facili. Se anziché successo devo dire hit la mia mente non troverà ostacoli. Se anziché striscia devo dire strip la cosa risulterà facile e comoda.
Chi analizzava ogni volta lo straripante impatto della lingua inglese non si rendeva conto che i suoi suoni corrispondono più di altri a una memoria ancestrale e primitiva, che probabilmente non ha mai abbandonato la nostra specie. Pensate al boom, allo squash, allo scat, allo sport, al pop, al beat. Sono suoni di sempre, universali. Arrivati a un mondo rapidissimo e consumistico, essi si prestarono molto più di altri per essere lingua di tanti. In questo non è da vedere una superiorità linguistica, poiché parliamo soltanto di rapide vibrazioni acustiche che vanno per l'aria. Una superiorità abbiamo visto semmai nella logica della sua grammatica. E allora, se a tanto (bellezza suoni) si associa un altro tanto (grammatica di successo) voi capite che avremmo potuto fare ben poco per arginare l'impatto anglofono. Allo stesso tempo, siamo stati tutti travolti dalla grande ondata del personal computer. Questo apparecchio, portando uno sciame infinito di acronimi e servendo la vasta galassia Internet, ha contribuito a stabilizzare gli arrivi rendendoli quasi 'transnazionali'. Oggi molte di queste parole sono diventate patrimonio comune dell'umanità.
Qualsiasi discorso sulla purezza linguistica del proprio ambiente originario decade. E per converso, parlare di questa per l'inglese esportato non è possibile. Nelle lingue, essendo esse soggette a un continuo processo di contaminazione, non esistono limiti o barriere. Quando un fenomeno si sviluppa, esso va osservato. Le uniche differenze permangono al livello di una parola singola. Soltanto prese le parole, una per una, potremo eventualmente eccepire sulla legittimità della loro presenza in bocche che non le ebbero originarie. La casistica è molto varia, e non abbiamo nemmeno il tempo per classificarla. Qui tutto è stato possibile. Possibile perfino che gli Italiani prendano una parola inglese (smoking, pullman) per un uso che gli Inglesi stessi non conoscono. Questi però sono casi ormai 'antichi', derivanti da un iniziale fraintendimento e poi lasciati così. Ancora più antichi di questi sono i cosiddetti 'falsi amici' (actual, attend), più volte richiamati. In epoca contemporanea (diciamo pure dal 1957, vedi pagina 'con sorprese'), l'arricchimento è stato integro, nel senso che quasi sempre la parola ha viaggiato per dire quello che significava in origine. Musica, cinema, arte, informatica sono i quattro settori che l'hanno fatta da padrone. Ma è interessante distinguere i casi a seconda della loro inevitabilità. In altre parole, la risposta alla domanda Era-davvero-inevitabile-usare-la-parola-inglese sarà essenziale per capire fino a che punto siamo davvero anglicizzati. Se il termine è inevitabile, l'uso lo ha reso 'parte integrante' del dizionario di un'altra lingua. Noi non possiamo non dire flash, per una macchina fotografica. Non possiamo non dire playback (che pure gli Inglesi non usano come noi). In questo caso i dizionari stessi non potranno fare a meno di includere il termine inglese. Se invece l'uso di quel termine non era inevitabile, si apre un ventaglio interessante di possibilità. E ancora una volta torniamo nei problemi del dominio. Oggi notiamo ad esempio che la hall come entrata o anticamera elegante ha perso molto dominio. I giovani non dicono quasi mai hall. Notiamo viceversa come il puzzle ne abbia guadagnato, poiché molte persone sotto i 50 anni di età preferiscono questa parola al nostro enigma quando si tratta di giochi. Le tendenze variano: il look aveva una grande spinta negli anni '80 e nei primi '90. Oggi è in grande calo.
Tutto sta a vedere, preliminarmente, se quel termine spadroneggia o meno nel suo dominio. L'uso più recente chiarisce la cosa. Benché si parli dappertutto un Global English, non sono molte le parole divenute inevitabili. Possiamo pur sempre dire affari anziché business, o progettista anziché designer. Pian piano il ritorno di tante parole della propria lingua sarà naturale, poiché basta appena diradare certe relazioni o collegarsi meno con fonti di informazione estere. Pensate come fu padrone il termine 'football', cento anni fa. Eppure oggi diciamo tutti 'calcio'. Ecco, qui vorrei ricondurre molti discorsi alla realtà. Quello che in progresso di tempo succede è che un numero sempre maggiore di persone parla inglese, e questa è una cosa bella. Ma non per questo viene affossata la propria lingua. Essa anzi può ritornare, quando meno ce lo attendiamo. Quanti dicono oggi poster? Io sento sempre manifesto. Quanti dicono ralenty? Nessuno. Diciamo tutti moviola. All'inizio degli anni '60 sembrava che il ferry-boat iniziasse una tirannia, mentre oggi tutti diciamo traghetto. Nessuno dice oggi 'picnic' (anche perché sempre meno persone lo fanno). Insomma, mai portare l'indagine o il pensiero agli estremi perché la realtà è complessa e non registra proprio una padronanza così indiscutibile dell'inglese. Questa è visibile nel suo successo sulle altre: nessuno può disconoscere che oggi quasi un miliardo di persone parli (almeno un poco di) inglese. Ma non significa che esso abbia soppiantato le lingue nazionali. Anzi, siamo ben lontani dall'avvio di un simile processo. Ad esso osterebbero tanti fattori, inclusa la varietà di alfabeti. Fatemi pensare: oggi, quante volte ho utilizzato parole inglesi? Comincio dalla mattina alle 6, quando ho preso un caffè. Alle 7 sono entrato in un negozio di generi alimentari. Niente. Alle 13 ho mangiato in un ristorante e ho anche conversato con i camerieri e con un paio di amici. Niente. Tranne Internet e computer, non sono entrati nel mio discorso termini non italiani. Al ristorante, solo roast-beef è comparso a interrompere una catena nazionale di parole come ferie, vacanze, tempo, stagione, biglietto, conto, pasta, ravioli, contorno, bevanda, acqua minerale, collega, otto, nove, spiccioli, resto, partire, caso, Genoa, retrocessione, rinvio, serie, contratti, presidente, allenatore, squadra, campionato, stadio. Di pomeriggio ho preso contatto con una persona che mi venderà dei quadri. Ho parlato di cornici, prezzo, collettiva, mostra, galleria, un bel po', cento, stracciato, interessante, via, locale. Insomma, non è proprio quella sciagura che si diceva. Nella primissima versione della pagina sulle lingue appariva una nota sull'italiano che esprimeva rammarico per frasi ricolme di parole inglesi, e qualcuno effettivamente restò con l'amaro in bocca. Però quella frase era un caso-limite. Se uno si trova all'aeroporto può anche dire che vedrà di lì a poco un trailer su un DVD, prima di andare al fast-food e di fare il check-in. Ma capita solo qualche rara volta. Ecco, diciamo questo per avvisare i lettori non italiani che nemmeno noi arriviamo a comporre frasi con parole inglesi all'80%.
Provate anche voi a fare qualche riflessione. Nelle ultime 24 ore, quanti termini inglesi avete dovuto usare nella vostra lingua? A meno che non siate geek (ecco una bruttura, che non vuol dire nulla) o pazzi, vi accorgerete che la percentuale non era così rilevante. In compenso, state sempre alla lezione del sudden (vedi mia pagina di lezione). Presi all'improvviso, avreste saputo continuare il vostro discorso in inglese? Ecco, questo sì. Questo è importante. Essere poliglotti è una dote, mentre mescolare troppi termini stranieri è pur sempre una debolezza da sorvegliare. Come dire: varie donne, ma una alla volta e mai contemporaneamente.
Pagina del 26 agosto 2005